di Elio Clero Bertoldi* 

PERUGIA - Il triumviro Gaio Giulio Cesare Ottaviano si macchiò di un terribile delitto in danno di Perugia e della sua popolazione: la strage di 300 tra senatori, cavalieri e i loro figli, al termine del Bellum perusinum. Lo ha stabilito, a duemilacinquanta anni di distanza, un tribunale formato da Marina De Robertis, giudice del tribunale di Perugia, da Alberto Bellocchi, procuratore capo della repubblica dei minori di Perugia e dall'avvocato David Brunelli, professore di Diritto penale dell'ateneo perugino. Il processo si è svolto nella sala dei Notari, per iniziativa per Rotaract Perugia Est ed ha visto impegnati, sul banco dell'accusa, Sergio Sottani, procuratore capo a Forlì, Fausto Libori, avvocato e presidente della Camera penale di Perugia e Marco Galletti, quale notaio.

L'imputato era presente (interpetrato dall’avvocato Mattia Masotti), come presenti erano tre testimoni (Paola Tempone, Gabriele Principato e Nicola Farinelli) e cioé Fulvia, il senatore perugino Lucio Emilio (l'unico scampato alla strage, perché aveva pubblicamente rimproverato e attaccato i Cesaricidi) e un soldato di Ottaviano, Tiberio Marzio Tito. Il servizio d'ordine è stato effettuato dalla Legio I Taurus (di Tuoro sul Trasimeno, con costumi e armi dell'epoca) e da due carabinieri in alta uniforme.

Ottaviano, ai tempi del Bellum Perusinum, appena ventitreenne, è stato assolto da due capi di imputazione (la devastazione e il saccheggio e l'incendio della città), che i giudici hanno attribuito, rispettivamente, ai soldati stressati e pieni di odio e di rancore per un assedio infruttuoso durato otto mesi e al gesto di orgogliosa protesta di Cestio Macedonico, che per non cadere vivo nelle mani dei nemici diede alle fiamme la sua casa e si suicidò (il fuoco, trasportato dalla tramontana, avrebbe poi bruciato e distrutto quasi tutta la città). La strage (o, più giustamente, il genocidio della città etrusca che, comunque, si era già romanizzata) fu consumata alcune settimane dopo la resa, per fame, di Perugia. Esattamente nel giorno delle idi (il 15) di marzo del 40 a.C., in commemorazione dell'uccisione di Cesare - pro-zio per parte di madre di Ottaviano (Azia, figlia di Giulia minore, sorella di Cesare) - avvenuta in Senato, a Roma, tre anni prima. Gli aristocratici perugini vennero agghindati con ghirlande e vesti candite, condotti sull'acropoli e sacrificati, uno dopo l'altro, sugli altari innalzati al divinizzato Cesare. "Hostiarum more mactatos": sgozzati - testimoniano le fonti - come animali da sacrificio. Ottaviano presenziò a tutta l'agghiacciante, sanguinosa cerimonia ed a chi chiedeva la vita non tanto per se stesso, quanto per i figli, replicava, freddo: "Moriendum esse" (bisogna morire). Ottaviano portò via anche la statua di Giunone, che si era salvata dall'incendio, come bottino di guerra.
Forse il Triumviro compì il massacro per impadronirsi delle terre delle vittime e darle, come da promessa, ai veterani di tante battaglie (anche se Perugia, fino a quel momento, non era stata inserita nell’elenco delle 14 città, alle quali confiscare le terre per darle ai soldati).

Eppure Perugia non aveva colpe se non quella di avere aperto le porte all'esercito romano del console di quell'anno, Lucio Antonio "il Pio", fratello di Marcantonio, in quei tempi impegnato con Cleopatra in Oriente. Insieme al console, Fulvia, trentaseienne, moglie di Marcantonio, una donna bella (discendente dei Gracchi e suocera di Ottaviano, che in prime nozze ne aveva sposato la figlia, Clodia Pulcra, per poi ripudiarla), coraggiosa (girava con la spada al fianco, come un uomo) e molto ambiziosa. I romani e i perugini combatterono gagliardamente per mesi. E' stato ricordato, dai testimoni, anche l'uso delle "ghiande missili", sull'uno e sull'altro fronte (si contrastavano eserciti, entrambi di Roma, con armi e strategie consolidate), sulle quali venivano incisi motti ironici e oltraggiosi. Alla fine fu Lucio Antonio a chiedere la resa per l'insostenibilità della situazione: a Perugia non c'era più nulla da mangiare. Ottaviano acconsentì, di buon grado (come comandante stava facendo una figuraccia). Fece uscire dalle mura della città le legioni di Lucio Antonio (che nominò governatore della Spagna), permise a Fulvia di raggiungere la Grecia (dove la matrona morì, a Sicione, per malattia dopo aver incontrato il marito), ma fu spietato e sanguinario con i perugini, violando palesemente tutte le regole del diritto romano.

Ora arriva la condanna postuma di un tribunale, per quel singolo atto, non certo per la sua storia, anche gloriosa, di fondatore dell'Impero. I presenti nella sala dei Notari, invitati ad esprimere il loro giudizio, hanno, in maggioranza, assolto, anche dal genocidio, Ottaviano (115 palline bianche, contro 63 nere).

*da il Corriere dell'Umbria

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