di Andrea Colombo

Lo scontro non si placa. L’opposizione insiste, per una volta unita. Reclama le dimissioni del sottosegretario Delmastro, che ha messo l’amico e convivente Donzelli al corrente delle conversazioni in carcere tra Cospito e altri detenuti al 41 bis – «dati sensibili» conferma il ministro Nordio – e dello stesso Donzelli, che le ha diffuse in aula al solo scopo di attaccare il Pd. I 5S hanno presentato una mozione di censura con richiesta di revoca delle deleghe di Delmastro. Il Pd annuncia che farà lo stesso.

A palazzo Madama il dibattito s’infiamma. Il senatore di FdI Balboni dà man forte a Donzelli, accusa il Pd di «andare in tv per mettere in discussione il 41 bis» e rincara: «Ma non vi rendete conto che andando in carcere a trovare Cospito avete aperto una voragine alla mafia?», l’opposizione abbandona l’aula. Un nuovo caso si aggiunge alla già fitta lista.
IL CHIASSO DEL L’AULA mette ancor più in risalto il silenzio di Meloni. Che a tarda sera decide di intervenire sul putiferio ormai fuori controllo telefonando in diretta a Rete4. Difende il governo: «Il caso è montato non per volontà nostra, il governo non ha fatto altro che il suo lavoro facendo molta attenzione a non alzare i toni. Ho visto molti toni che, secondo me, buttavano in politica una questione che ci riguarda tutti». Invoca «prudenza».

È stata lei a blindare i suoi due fedelissimi, escludendo le dimissioni, e a imbrigliare il guardasigilli Nordio che, irritatissimo con il suo ciarliero sottosegretario Delmastro, avrebbe preferito una reazione bel più severa. Nel pomeriggio il dilemma interiore del ministro va in scena quasi plasticamente. C’è un Nordio 1, quello che parla alla Camera, e un Nordio 2, quello che poco dopo prende la parola al Senato.

Il primo ammette che le informazioni diffuse da Delmastro, pur non essendo secretate, sono comunque «sensibili» e quindi «ai fini di un’ostensione occorre preventiva verifica». Ma si ferma qui perché, avendo la Procura aperto un fascicolo, non sarebbe corretto invaderne il territorio. A palazzo Madama il tono è ben diverso: «Non useremo questa eventuale inchiesta come alibi per lavarcene le mani. Ma ci sono limiti procedurali e risponderemo, se qualcuno lo chiederà, quando avremo terminato questa istruttoria».

IL CASO DUNQUE non è chiuso, nonostante gli sforzi della maggioranza. Il giurì d’onore che dovrà sentenziare sul comportamento di Donzelli e dei deputati che lo hanno contestato si formerà a stretto giro. Sarà composto da tre esponenti della maggioranza, due dell’opposizione e un presidente. È escluso che a guidare la giuria siano il presidente Fontana o il vice Rampelli: restano papabili Costa, di Azione, e Mulè, di Fi. Se toccasse a lui per Donzelli sarebbe un guaio perché Mulè è imbestialito col pupillo di Meloni e non lo nasconde affatto.

Salvini fa il paciere: «Mi auguro che tutto finisca con una stretta di mano». Gli accusatori finiti sul banco degli accusati strillano in coro «Hic Manebimus Optime». Delmastro non deflette di un centimetro e il fascicolo aperto dalla procura su denuncia del leader verde Bonelli per rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio non lo impensierisce: «Mi sentiranno e chiuderanno il fascicolo. Le notizie non erano secretate. Mi sono state fatte domande e ho risposto: lo avrei fatto con tutti i deputati». Conclusione scintillante: «Mica posso dimettermi con i terroristi che mi minacciano di morte». Questione di sicurezza, insomma.
DONZELLI A CUI NON si può negare il talento del provocatore di razza, è altrettanto fiero: «In quanto parlamentare potevo essere messo a conoscenza delle conversazioni tra Cospito e i mafiosi. È paradossale che il Pd, invece di spiegare perché è andato a trovare Cospito attacchi me». FdI comunque fa muro, esclude tassativamente dimissioni di sorta. Il capogruppo Foti si cimenta nel campionato degli azzeccagarbugli: «Donzelli non ha mica letto in aula i virgolettati, quindi non ha preso alcun passo dalle intercettazioni». Vertiginoso.

IN MEZZO A QUESTA sgangherata sagra, interrogativo è cosa ne pensi davvero la premier. Ieri Delmastro è andato a palazzo Chigi, forse per chiarire la situazione con Meloni, più probabilmente col suo uomo ombra Fazzolari. Di certo la presidente, alla vigilia del fattaccio, era furibonda con il Pd, considerato reticente sugli anarchici, dunque è probabile che un qualche suo semaforo verde ci sia stato. Però la sparata di Donzelli le ha rovinato la festa dei 100 giorni oscurando il suoi numerosi messaggi. E questo non le è piaciuto per niente.

Fonte: Il Manifesto

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