Nel Belpaese il gioco al massacro unisce democraticamente
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Stranieri, omosessuali e persino i cani “di altre razze” non sono più benvenuti nel Belpaese degli italiani-brava-gente. Tra un comizio in piazza e quattro chiacchiere dietro una fumante tazzina di caffè al bar, insinuandosi più o meno clamorosamente in quella spiazzante quotidianità ancora ostinatamente aggrappata ai propri logori feticci di normalità – “a Natale la tombola e poi se magna”-, è ricominciata la caccia alle streghe. E in oltre un’ora e mezzo di “Il razzismo è una brutta bestia” – con un Ascanio Celestini trionfante protagonista da venerdì 17 a domenica 19 dicembre al Teatro Morlacchi di Perugia - ce n’è per tutti. Cova la rabbia nelle viscere di un’Italia ora obbligata a “camminare in fila indiana” e trova sfogo nella persecuzione del diverso, sollecitata da parziale politica legittimazione - documentata in sala da diverse registrazioni di comizi e interviste - e da generale tacita indifferenza. Caccia al diverso, non importa quale. A ritmi di marcia a gamba tesa - un calcio lo prendo da quello dietro ma poi l’assesto a quello davanti - tutti sono chiamati a contribuire al gioco al massacro, l’unico sport nazionale che ancora “unisce democraticamente”. In quella melensa palude dove un’intera umanità consuma apaticamente il quotidiano bisogno di comunicazione, affiorano, colpo su colpo, feroci locuzioni a scandire la percezione del reale. Parole metabolizzate e da tempo tradotte in abbrutimento e volgarità senza precedenti. E mentre il turpiloquio è comune intercalare – e quindi, non ci si fa più caso –odio e violenza hanno conquistato, insieme alla scandalosa banalità del racconto politico ad opera di grottesche figure, il podio della normalità. L’approvazione a questo cinico teorema è sottolineata a tratti anche dall’ilarità di un pubblico che cede al riso assaporandone l’ amaro, per ammutolire di colpo quando anche l’ironia si mostra inefficace ad alleggerire la portata dei fatti italiani. L’uomo-cosa, vive una vita da cosa senza opporre resistenza nonostante ne abbia consapevolezza. L’uomo-numero non deve osare sottrarsi al suo appellativo numerico – insegnava anche Orwell ben più di mezzo secolo fa - solo così il convoglio umano può continuare ad essere convogliato dal numero uno. E la logica prescritta non si ferma nemmeno davanti alle porte di una scuola elementare. Insomma, condite da un inesorabile e sarcastico “respira, rilassa, distenditi” sono storie promiscue che durano il respiro di una barzelletta. Chiacchiere e umori captati alla fermata del bus o davanti al bancone di un bar. Frammenti di vissuto quotidiano che non pretende di essere arte, né tanto meno parte di una comunità ma che ne cementa fortemente carattere ed orientamento. E nel trasmettere questa verità Celestini è maestro.
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