Non ci sarà un governo Monti bis, ma piuttosto il voto anticipato. Tra il niet dalemiano alla procrastinazione della grande coalizione ABC e quello di Casini alla riedizione di un centrosinistra di marca ulivista, l’unica certezza politica sembra rappresentata proprio dal voto. Sebbene anche la corsa verso le urne sia formalmente ostacolata da una legge elettorale, il vituperato Porcellum, che allo stato attuale ripugna a tutte le forze politiche. Ma la legge elettorale, come rileva il leader dell’Udc all’uscita del colloquio di ieri col premier, «se si vuol fare si fa in dieci minuti».

Si capisce perciò come Pier Casini, da primo alleato e sponsor del governo Monti e della sua maggioranza, sia in realtà colui che prima e più degli altri guarda oltre. Ufficialmente il leader centrista non lesina il proprio sostegno alla prosecuzione dell’operato di Monti, che tanto sta a cuore anche ad Angiolino Alfano per procrastinare il più possibile la scadenza di elezioni che si prospettano rovinose per la tenuta del Pdl. Ufficiosamente, però, gli uomini di Casini sono molto più scettici del segretario del Pdl circa la possibilità che il governo in carica possa davvero anffrontare l’autunno forte di un programma condiviso: «Finché Monti avrà corda per agire con questa maggioranza bene – spiegano – Poi salterà la maggioranza e si andrà al voto». Orizzonte forse non auspicato, ma certo ben delineato. Tanto è vero che martedì i voti dell’Udc sono stati determinanti affinché al governo arrivasse il segnale di protesta del Pdl. E se il leader centrista si proclama fautore di un governo di «larghe intese» come quello in carica anche per la prossima legislatura, in realtà è dalle sue stesse file che si ascolta confidare il fatto che «un governo Monti bis è da escludere».

Alla luce di questa rivelazione potrebbe anche apparrire una convergenza col presidente del Copasir Massimo D’Aelma che, intervistato dal Messaggero, ieri ha invocato un riconquista di ruolo da parte della politica e dei partiti per vicere «la morsa tra tecnocrazia e populismo». In quest’ottica D’Alema guarda sì alla «continuità» col governo in carica, ma ancor più al fatto che tale continuità sarà garantita il primo luogo dal Pd e dal suo ruolo di «pilastro» della futura maggioranza. «La svolta la dobbiamo imprimere noi», esorta insomma l’ex premier. Che rietiene «esclusa» una ulteriore collaborazione con Berlusconi e il suo partito, in quanto «indebolirebbe le istituzioni». Piuttosto D’Alema si augura un ritorno al voto per i singoli partiti che poi si incarichino di formare alleanze in parlamento, «dichiarando da subito che vogliuamo governare con l’Udc e Sel».

Se per un verso l’ex premier tocca senz’altro le corde dell’alleanza con Sel e i temi della campagna elettorale prosima ventura – destinata a dipanarsi lungo il doppio bianario dell’europismo e del contrasto (o il consenso) al populismo – , per l’altro D’Alema e il Pd non possono davvero dare per fatta e garantita l’intesa coi centristi. La partita di Casini, infatti, si gioca su più tavoli e contempla più varianti rispetto al Pd.
Il leader centrista ha parlato anche ieri di «collaborazione con l’area di sinistra», ma specificando poi di non riferirsi «a Vendola, che non mi interessa, e tantomeno a Di Pietro che può andare dove vuole». Parole che il leader dell’Idv ormai ha preso in parola suo malgrado. La pregiudiziale «anti populista» nei suoi riguardi è infatti da considerare come una costante; con buona pace di quanti, tanto nell’Idv come nel Pd, cercano di sventare questa prospettiva. Tanto è vero che l’ipotesi di un fronte dei non allineati, che raccolga dalle 5 stelle di Beppe Grillo fino alle sinistre comuniste, è tutt’altro che peregrina: a maggior ragione nel caso in cui la legge elettorale non prevedesse vincoli di coalizione, favorendo un’asse di fatto più che programmatico.
Che si vada verso una legge elettorale senza vincoli di coalizione lo si può desumere anche dalla preferenza espressa da D’Alema per un voto ai partiti. Infatti la direzione è quella: premio di maggioranza (più del 10, meno del 15%) al partito, una quota di eletti attraverso i collegi e l’altra con liste bloccate sul modelo tedesco. In quest’ottica il Pd conta di aggregare Casini, per quanto in un ruolo di secondo piano, magari prospettandogli il Quirinale.

Fonte: Il Manifesto

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