Questo Dap è profondamente differente da quelli che lo hanno preceduto dall'entrata in vigore della vigente Legge di contabilità. All'alba del nuovo millennio ed in maniera stanca e sempre meno convinta si è arrivati a questo Documento che rappresenta un'ulteriore momento di svolta, profondamente negativo. E non soltanto per il ritardo con cui è stato presentato e per la compressione dei tempi dell'intera sessione di bilancio, che sono coincisi con il momento elettorale. È stata persa una prima occasione di riavvicinamento tra cittadini e politica e quanto meno negli addetti ai lavori è stata dato un segnale ulteriore di via libera nei confronti dell'anti politica. Ma la negatività del Dap si deve principalmente ad una inconfessata inutilità dello stesso, ridotto ad una sorta di stanco rito cui ottemperare o peggio come banco di prova su cui componenti di maggioranza si confrontano e mostrano i muscoli.

E' evidente la discontinuità negativa del Dap rispetto ai precedenti e non solo per una evidente diminuita consistenza in termini di pagine con troppi argomenti affrontati con la tecnica del copia ed incolla visti gli inesistenti stati di avanzamento o peggio tirati via senza scadenze precise. Oppure lasciati platealmente immutati e datati quando i contesti sono mutati sia nella contingenza giuridica dei ricorsi governativi sia purtroppo nel galoppare frenetico delle criticità sociali. Salta agli occhi, anche confrontando le nostre precedenti relazioni di minoranza su come siamo stati facili ed inascoltati profeti anche nel recente passato. Partendo proprio da quella Alleanza per l'Umbria che era stata annunciata come rivoluzionaria innovazione di confronto partecipativo e come superamento del centralismo lorenzettiano del Patto per lo Sviluppo. Un'Alleanza naufragata miseramente sul duro confronto con le categorie sociali e con i corpi intermedi che forse ancor oggi non hanno il coraggio di manifestare apertamente il proprio dissenso ma che, presi dalla disperazione, non fanno più nulla per nascondere il loro disincanto nei confronti delle Istituzioni, a cominciare da quella regionale che per sua stessa ammissione nel Documento ben poco può fare per incidere nelle dinamiche globali.

Troppi interessi corporativi e troppe rendite di posizione non fanno minimamente percepire ai cittadini umbri le variazioni normative intercorse. Anzi per molti dipendenti pubblici si sta aprendo una nuova stagione fatta di incertezze per il futuro cosa nemmeno lontanamente immaginabile fino a pochi anni fa. E per di più le riforme di semplificazione non hanno trovato approdi in Testi Unici che sono di volta in volta rimandati nella loro fisica attuazione e l'impianto istituzionale si è andato al contrario appesantendosi come testimonia l'inattuata riforma delle Unioni Speciali dei Comuni inutilmente sovrapposta alle Unioni previste dalla normativa nazionale. I grandi Piani regionali, dai trasporti alla sanità, ai rifiuti vanno in scadenza senza una minima attuazione come testimonia l'incertezza sulla chiusura del ciclo per quanto riguarda i rifiuti e la sostanziale mancanza di accordo con un'Università che pretende di dettare l'agenda politica alle Istituzioni. In questo quadro l'Umbria sta pesantemente scivolando verso sud in tutti i suoi parametri. Oggi stiamo addirittura scendendo al di sotto di una media nazionale che come noto risente nei numeri dei dati devastanti del Mezzogiorno.

L’Umbria ha in sostanza sofferto i colpi della crisi in misura superiore alla media nazionale, il suo Pil ha un valore vicino a quello che registrava a metà anni novanta. La composizione del valore aggiunto regionale si è trasformata: è calato di otto punti percentuali (da 25 a 17, più della media italiana) il peso dell’industria manifatturiera. All’opposto, è cresciuto in misura maggiore della media italiana il peso dei servizi non di mercato, ovvero la Pubblica Amministrazione. La nostra Regione oggi è meno industriale e più burocratica di quanto non fosse 10 anni fa. Il rischio di veder ridimensionati gli standard di benessere dell’Umbria rispetto ai dati medi del Paese è sempre più alto, anche i dati sull’occupazione hanno mostrato una battuta di arresto significativa tra il 2011 e il 2012, con dati che si caratterizzano per la forte caduta dell’occupazione femminile. Si accentua il fenomeno del “sottoutilizzo” delle risorse umane più qualificate, con l’aumento del numero di laureati impiegati in lavori di basso profilo professionale ed ha ripreso ad aumentare il ritmo di crescita delle richieste di ricorso alla Cassa Integrazione.

Si registra una 'perdita di competitività' nei settori 'industria in senso stretto' (-20 punti percentuali rispetto al dato nazionale nel periodo) e terziario di mercato (commercio e turismo, ma soprattutto 'attività finanziarie, assicurative, professionali) rispetto alla media nazionale e anche alle regioni limitrofe. In questo quadro devastato differente doveva essere l'approccio della Istituzione Regione che avrebbe dovuto uscire da una logica partitocratica passata dal piagnisteo antiberlusconiano all'impotenza dell'Umbria nei confronti del sistema globale. Tanti sono le sacche di spreco e i margini di recupero non solo in termini di spese ma anche di recupero di produttività della macchina regionale. Ma per far questo occorre coraggio e tagliare i ponti con un passato che non può tornare e con logiche di spartizione partitica che hanno fatto il loro tempo. Troppa rassegnazione; troppo peso alle fibrillazioni di maggioranza e poca consapevolezza della necessità di cambiare marcia ed assumere un ruolo protagonistico, senza più sperare in aiuti esterni o in improbabili cambi di tendenza a breve nelle dinamiche economiche e finanziarie su scala mondiale.

Questo è il giudizio in sintesi del Dap 2013 da cui non emerge una volontà forte di affrontare il momento economico e sociale più difficile degli ultimi 20 anni. È vero, la contingenza è obiettivamente difficile, ma la Giunta regionale deve prendere atto di un fallimento che non è solo epocale ma che ha il timbro delle maggioranze di questi ultimi 13 anni. Il Dap non può essere un rito stanco di confronto con categorie sempre più distaccate dalle procedure politiche. Riaffermiamo che non è possibile ribadire per iscritto e più volte una sorta di 'impotenza di fondo', arrendendosi a dinamiche extraregionali. A cominciare dall'occupazione e dagli Accordi di Programma con altri soggetti istituzionali, è necessaria un'azione protagonistica da parte dell'Istituzione Regione e di tutti i suoi organi, con un coinvolgimento diretto del Consiglio regionale, in primis sull'utilizzo della modesta somma di 56,6 milioni di euro che rappresenta il margine non rigido del bilancio 2013 e dove possono collocarsi le scelte politiche”.

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