Morti sospette alla corte di Augusto
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di Maria Pellegrini.
Dopo un secolo di conflitti, turbolenze, guerre, Ottaviano dona al popolo romano la pace, la cosiddetta “Pax Augusta”. Egli, sia pure in periodi diversi, assume sulla sua persona le cariche principali dello Stato: il consolato, il proconsolato di tutte le province dell’impero, il potere tribunizio, il pontificato massimo; ma allo stesso tempo si adopera per creare una base costituzionale al suo potere, conciliando le esigenze di un governo autoritario, capace di dare ordine e unità all’Impero, e quelle di una legalità fondata sul rispetto delle “forme” repubblicane e sul consenso del Senato che gli conferisce l’appellativo di “Augustus” e di “Princeps senatus”. Dalla repubblica si passa così a quell’ambigua forma di governo denominata Principato, per cui il passaggio dalla repubblica all’impero avviene gradualmente, e il titolo di “Imperator”, usato in precedenza solo per indicare il condottiero vittorioso e insignito dell’onore del trionfo, finirà per indicare anche colui che detiene il supremo potere politico. Per celebrare il suo ritorno vittorioso dalla Spagna e dalla Gallia e la pace tanto agognata il Senato decreta che sia eretta nel Campo Marzio l’Ara Pacis che è inaugurata nell’anno 9 d. C. Un lungo bassorilievo con una processione di flamini, parenti e amici che accoglie festosamente il condottiero, visibile nel lato ovest del recinto che racchiude l’Ara, rappresenta la serenità raggiunta. La pace e la stabilità politica generano intorno al Principe un’atmosfera di consenso, ma Augusto ora pensa al futuro, deve affrontare il problema della sua successione. Il titolo di imperatore non può essere ereditario quindi è necessario trovare una giustificazione teorica alla prassi: l’adozione con la designazione di un erede, come è avvenuto tra Cesare e lui, rappresenta uno strumento per trasmettere insieme al potere un’eredità spirituale. Il successore del suo potere non può essere affidato a un estraneo, lontano da lui per formazione e condizione familiare, ma questo desiderio si scontra con la mancanza di una discendenza diretta maschile, Augusto infatti ha avuto una figlia, Giulia, da Scribonia sua prima sposa da cui ha divorziato per sposare Livia Drusilla che non gli darà figli. Decide allora di adottare e designare come erede il figlio di sua sorella Ottavia, Marcello al quale dà in sposa la propria figlia Giulia. La bella, colta, ma anche invadente e intrigante Livia certamente aspira alla candidatura dei suoi due figli, Tiberio e Druso, avuti dal suo primo marito Tiberio Claudio Nerone, ma Augusto desidera un successore del suo stesso sangue, mentre i figli di sua moglie Livia hanno soltanto sangue della nobile “gens Claudia”.
A questo punto cominciano ad avvenire nella famiglia di Augusto una serie di morti, che secondo testimonianze di antichi autori suscitano dubbi e sinistri sospetti. Il giovanissimo Marcello può accelerare la carriera politica protetto da Augusto: diventa edile a diciannove anni distinguendosi per intelligenza e dinamismo nella promozione di giochi di eccezionale magnificenza. La morte lo colpisce proprio alla fine di quell’anno (23 a. C.). È sepolto nel Mausoleo di Augusto e gli è dedicato il teatro che ancora oggi ha il nome di Teatro di Marcello, che ha alle spalle il Portico di Ottavia, anch’esso a tutt’oggi ricordo della madre di Marcello stesso.
Privato di quel promettente successore, Augusto vuole che la figlia, vedova, convoli a nozze con Agrippa, il personaggio più importante del mondo politico romano dopo il Principe stesso, ma di ventiquattro anni maggiore della sposa. Tre anni dopo il matrimonio l’ambizione di Giulia può essere soddisfatta, giacché Agrippa diviene collega di Augusto nell’imperio proconsolare e nella potestà tribunizia, quindi, in un certo senso, suo pari.
Quel matrimonio programmato dalla “ragion di Stato” risulta felice e soprattutto molto prolifico. Nascono due figlie e due figli (Gaio Cesare, Lucio Cesare). Per il momento Augusto non è più assillato da problemi di discendenza, e può dunque dedicarsi all’educazione dei due nipoti nati a tre anni di distanza l’uno dall’altro, e precisamente nel 20 e nel 17 a.C., ma nel 12 a. C. quando sono ancora fanciulli, rimangono privi del padre. Agrippa infatti all’età di soli 51 anni, muore in Campania. Nasce un altro suo figlio al quale Giulia dà il nome di Agrippa chiamato poi Agrippa Postumo perché venuto alla luce dopo la morte del padre. Augusto onora la memoria del defunto con un funerale magnifico, colloca la salma nel Mausoleo, tomba di famiglia ed egli stesso passa più di un mese in lutto. Successivamente adotta i due nipoti figli di Agrippa e di sua figlia Giulia, e li designa suoi successori.
Giulia è di nuovo vedova, ha un carattere spigliato e irrequieto, Augusto è alla ricerca per lei di un altro marito. La scelta cade su Tiberio, primo figlio di Livia e del suo precedente sposo. È necessario sacrificare sull’altare della “ragion di Stato” l’unione felice di Tiberio già sposato e con un figlio. È una rivincita di Livia, che per nulla turbata dal profondo dolore del figlio costretto a divorziare da una donna teneramente amata, considera quel matrimonio premessa di un brillante futuro per lui. Ma il matrimonio di Tiberio e Giulia non è prolifico e tutt’altro che felice. Tiberio non dimentica mai la prima moglie e Giulia si impegna alacremente nel tentativo di offuscare l’immagine del marito Tiberio agli occhi di Augusto e di rinfocolare l’affetto del Principe per i suoi due figli, Lucio e Gaio, i quali nonostante la loro giovane età, sono presto chiamati ad alti incarichi: all’assunzione della toga virile (all’età dunque di quindici anni), Gaio è nominato “principe della gioventù”, è ammesso in Senato e designato console per l’anno 1 a.C., cioè quando avrebbe avuto soli diciannove anni, ma non tutto torna secondo i programmi. Inviato in Oriente con dignità di proconsole interviene personalmente in questioni interne dell’Armenia, suscitando una sollevazione che egli stesso provvede a domare, ma rimane seriamente ferito, tanto che molti mesi dopo, lungo la via del suo ritorno a Roma, muore a soli ventiquattro anni. Anche per suo fratello, Lucio Cesare, la sorte riserva funeste sorprese. In occasione della vestizione della toga virile, ha gli stessi onori conferiti al fratello, ma muore appena diciannovenne, colto da un malore a Marsiglia mentre è in viaggio per la Spagna per dimostrare combattendo il suo valore militare.
Per quanto riguarda direttamente le mire imperiali di Livia per i suoi due figli, e in particolare per Tiberio, è esplicita la testimonianza di Tacito, il quale la accusa di “occulti intrighi” per assicurare la successione al trono a Tiberio dopo le morti “fatalmente precoci e da lei tramate” di Marcello, Gaio, Lucio, nipoti di Augusto. Persino a proposito della morte di Augusto stesso Tacito riporta come “dicerie” i sospetti che circolano su una implicazione delittuosa di Livia in quel decesso. Né varrebbe, a contestare tale testimonianza, il fatto che quelle morti dei predestinati alla successione sono avvenute lontano da Roma e per malattia o postumi di ferite in combattimento: infatti, di eventuali e abili sicari prezzolati, capaci di colpire anche a distanza in qualsiasi luogo e con qualsiasi mezzo - soprattutto dopo l’orribile tirocinio delle stragi perpetrate durante le proscrizioni -, Roma ancora pullulava.
Fa tuttavia ancora ombra alla candidatura di Tiberio un ultimo ostacolo, che le arti di Livia riescono però a rimuovere implacabilmente. L’ostacolo è rappresentato dall’ultimo figlio di Giulia e Agrippa, quell’Agrippa Postumo, nato dopo la morte del padre, che Augusto ha adottato insieme a Tiberio malgrado le stranezze e l’arroganza del ragazzo sempre al limite della violenza. Agrippa Postumo è tuttavia pur sempre il nipote diretto dell’imperatore. E Livia riesce a convincere Augusto della necessità di relegare “quel semifolle” nell’isola di Pianosa, presso l’Elba. Ma poco prima della morte, Augusto, ormai vecchio e stremato da tante disgrazie e impegni sempre più gravosi, compie un gesto che allarma gravemente la sempre vigile Livia: si reca segretamente nell’isola di Pianosa per incontrare il nipote Agrippa, ivi relegato, per semplice affetto o forse con il proposito d’una riconciliazione. Lo ha accompagnato un amico fidato, Fabio Massimo. Il viaggio è stato celato a tutti. Ma Fabio Massimo compie l’imprudenza di rivelarlo alla moglie Marcia, la quale corre a riferire l’episodio a Livia. L’amico imprudente, unico testimone di quell’incontro segreto, di lì a poco è trovato morto, “avvelenato”, e ancora una volta si sospetta di Livia, preoccupata di un eventuale ripensamento di Augusto a proposito dell’adozione e della successione di Tiberio. Alla morte di Augusto, avvenuta poco dopo, nel 14 d.C., secondo il racconto di Tacito “Livia aveva cinto con vigili custodi il palazzo e gli accessi, e diffuso notizie rassicuranti sulla salute del Principe, finché, dopo aver predisposto ogni cosa adeguandosi alle necessità del momento, annuncia contemporaneamente che Augusto è spirato e che Tiberio è il nuovo imperatore”. Il primo atto di Tiberio, suggerito sicuramente da Livia, è quello di inviare a Pianosa un drappello di soldati agli ordini d’un centurione che immediatamente giustizia l’ignaro Agrippa Postumo. Sarà poi fatto credere che l’uccisione è stata eseguita per ottemperare a un precedente ordine di Augusto.
Tutti davvero casuali i decessi che di fatto hanno rimosso ogni ostacolo all’ascesa di Tiberio stesso? Il supremo potere del proprio figlio maggiore non era forse, da sempre, il sogno segreto di Livia?
Ancora Tacito ricorda che durante le solenni esequie di Augusto si mormorava questa tremenda sentenza su Livia: “Fu una madre funesta per lo Stato, matrigna ancora più funesta per la casa dei Cesari”.
Se fossero morti fortuite o fatte eseguire da Livia che mirava a favorire il figlio Tiberio non è mai stato accertato, ma se così fosse il figlio non le fu riconoscente: dopo un periodo di condivisione del potere, la allontanò, la costrinse a vivere in solitudine e una volta morta non la onorò neppure partecipando al suo funerale.
Nota: nell’immagine, un bassorilievo dell’Ara pacis con familiari di Augusto
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