di Sandro Roazzi

Sulle prime pagine dei giornali nei giorni scorsi ha dominato la sentenza che ha inflitto dure condanne ai protagonisti della vicenda (ex) mafia Capitale. Nelle pagine di cronaca della citt i titoli sono stati appannaggio dell’ennesima inchiesta su appalti irregolari per svariati milioni. Se le gesta della criminalità organizzata fossero o meno ‘mafia’, la contesa è tuttora aperta. Resta il fatto che lʼillecito imperturbabile prosegue la dua opera. Pignatone resta convinto che era mafia, altri parlano allʼopposto di schiaffo alla città.

In realtaʼ sotto schiaffo erano e, a quanto pare, sono i cittadini onesti e le imprese che non sopravvivono facendo i clientes dei potentati romani. Cantone parla di città bloccata con una burocrazia in parte sfuggente. Altri invece sostengono che Roma non era totalmente preda di una cosca criminosa. Sai che sollievo. Colpisce che in questo intrecciarsi di commenti una valutazione sul ruolo della politica romana resti totalmente fuori. Neanche una pur remota responsabilità morale, nulla.

Ma come può una realtà economica rimettersi in moto in un contesto tanto sfigurato...in un luogo nel quale si chiude il primo atto di una vicenda criminale così radicata e subito si deve far fronte ad altre inchieste che toccano aspetti vitali della vita economica della città come gli appalti?. E Roma è un centro urbano che andrebbe messo in sicurezza, con una gigantesca necessità di manutenzione del patrimonio archeologico, con periferie da rifare ed umanizzare. Le condanne dure, per ora, rischiano di non lasciare il segno, sia perchém altri illeciti si fanno largo, sia perché la politica locale è un guazzabuglio inestricabile e sterile che di volta in volta produce due soli risultati: o si autoassolve, o viene di fatto assolto.
Si è citato il danno di immagine di Roma da unʼinchiesta che ne mostrava inquietanti risvolti mafiosi poi negati dalla sentenza. Ma il danno peggiore non pare essere questo, almeno quanto quello di riconsegnare al mondo una città nella quale fare attività economica resta pur sempre sconsigliabile sia per quel che è avenuto, sia per quello che può ripertersi. Alla larga, che è meglio. E Roma è uno dei motori produttivi del Paese, sia pure in ribasso.
Come uscirne? Qualche considerazione va fatta. Intanto la politica che ritiene ancora di definirsi di sinistra non ha capito che occorre una rigenerazione etica radicale del vivere civile. Certo i problemi dei giovani e del lavoro sono centrali, anche se idee nuove latitano e la precarietà secondo lʼInps furoreggia. Ma quale futuro si vuole prospettare per i giovani se il marciume della corruzione, il cinismo che lʼalimenta, lʼegoismo di potere che lo usa, non vengono sconfitti sul serio da comportamenti e scelte di segno opposto? Perché mai la sinistra riformista e non del nostro Paese non ha più considerato questa battaglia come propria, come coerente ai valori di fondo, come motore anche per autorinnovarsi? È vero, essere onesti non basta per fare classe dirigente, ma serve eccome per impedire che il degrado morale divori le fondamenta sane della società, comprese quelle economiche. Su questo punto il silenzio dei Renzi, dei Martina, ma anche dei Bersani e dei DʼAlema o dei Pisapia è, come si dice, assordante. Ma lo è in parte anche quella di una fetta consistente delle forze sociali, purtroppo. Eppure il malessere sociale ha motivazioni quasi quotidiane che interrogano la questione morale. I soprusi, le ruberie, le aggressioni, per un verso, le clamorose diseguaglianze che iniziano con il lavoro nero e finiscono con faraonici premi e liquidazioni ai soliti noti del Gotha economico e finanziario per un altro, stanno lacerando in modo brutale e pericoloso la nostra società. Che a parole ha superato il consociativismo, ma nei fatti ne è rimasta prigioniera sui versanti più inquietanti, quello del potere e del malaffare. Come poter rilanciare la crescita economica di un Paese se avanzano tratti di barbarie civile? È un controsenso il solo pensarlo. Eppure la memoria storica della sinistra potrebbe aiutare. Matteotti fu trucidato non solo perché denunciò le aggressioni fasciste, ma anche perché mise il dito sui guasti (corruttivi?) del regime che avanzava. Antifascisti come Pertini e Nenni hanno fatto la fame per non rinunciare a lottare contro la dittatura. Galantuomini come Lombardi e Giolitti nel primo centrosinistra si batterono per unʼidea di economia che sconfiggeva gli arbitri liberisti. Per non parlare di Buozzi, Di Vittorio, Grandi, Pastore, Santi, Brodolini. Il tratto forte di questi protagonisti è una reale integrità morale che il dileggio in cui è sprofondata la prima Repubblica non può offuscare. Oggi però scarseggiano gli eredi. Rifarsi a questi esempi sarebbe invece salutare. Anche per realizzare un futuro economico che oggi è fatto solo di titoli e di non pochi pasticci. Dare forza ad una rinascita etica non è per niente un lusso. Si pensi alla provocazione di Boeri sullʼutilità di avere braccia e menti straniere in Italia per il lavoro e...le pensioni. La si è commenata variamente. Si è visto perfino un modo per introdurre una nuova forma di sfruttamento del lavoro e di contenimento dei salari. Non si è fatta attenzione invece alla prospettiva insita in quellʼuscita di società multirazziale qusi inevitabile. Ma come ci si arriverà? Nel bel mezzo di questo sfacelo etico e comportamentale? Altro che accoglienza o contaminazione fra culture. O crescita economica. Ed in tutto questo le forze riformiste cosa pensano, cosa fanno? Si preparano a dare la colpa agli altri, allʼEuropa, al destino? O tornano a fare quelle sinistre che studiano la realtà, criticano le ingiustizie, uniscono le forze, restituiscono al potere la funzione positiva di cambiare la società?

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