di Carlo Fabbri

PERUGIA - Scrivo questa lettera alla vostra redazione in qualità, è bene specificarlo, di privato cittadino che usufruisce del pubblico servizio sanitario e in qualità di medico e di professionista che ha svolto per ben quaranta anni il suo servizio presso l’azienda ospedaliera di Perugia e che, proprio per questo, ne conosce anche dal di dentro le dinamiche e i cambiamenti strutturali. Scrivo, inoltre, come uomo e professionista di sinistra che ha sempre creduto, difeso e lavorato, nello svolgimento delle varie cariche ricoperte, per una sanità pubblica che è bene comune di primaria importanza.

Come saprete, da poco è stata inserito un aumento del ticket in intramoenia, cioè delle visite private svolte dai medici all’interno delle strutture pubbliche, del 29%. Come ogni rincaro, certo, è fastidioso, ma bisogna chiedersi le motivazioni che hanno portato a questo sostanzioso aumento, cioè compensare il minor gettito che la nostra azienda ospedaliera otterrà dai ticket sanitari avendo fatto una scelta equa e nella direzione della tutela dei ceti più deboli, cioè quella di inserire dei ticket modulati per fasce di reddito al posto di un ticket unico ed indifferenziato.

Mi meraviglio, e per questo vi scrivo, della posizione che hanno preso le associazioni di categoria in questa vicenda: una netta contrarietà e una chiusura serrata rispetto al “balzello” dell’attività in intramoenia dei medici. Questa posizione mi risulta tanto più inspiegabile quanto più proviene da quei sindacati che per loro natura e storia sono votati alla difesa delle fasce più deboli dei cittadini e alla tutela dei loro diritti: la sanità pubblica di qualità e a costi contenuti rientra pienamente in quei diritti, mentre non si può dire la stessa cosa dell’intramoenia che è, invece, una stortura del pubblico, una sua emanazione, ma in brutta copia. Infatti, l’intramoenia è solo in parte pubblica e viene scelta, soprattutto, da coloro che se la possono permettere. Il ticket sull’intramoenia va pagato perché vengono utilizzate la struttura e i macchinari dell’azienda sanitaria regionale.

Ma perché quegli stessi sindacati che oggi tuonano contro questo ticket e che si mobilitano perché preoccupati dai minori introiti che ne verrebbero per i medici non si sono mai mossi per riequilibrare il sistema dando maggior peso e rilevanza, come è giusto che sia, alla parte pubblica della sanità? Perché non hanno mai chiesto l’inserimento di tetti massimi e minimi per la spesa di quelle prestazioni? Perché non hanno mai controllato che le visite in intramoenia si svolgessero realmente in strutture pubbliche e non presso gli ambulatori privati dei singoli professionisti? Perché non hanno mai verificato che il numero delle visite effettuate dal singolo professionista in intramoenia fossero, come richiesto per legge, inferiori o pari al numero delle impegnative del sistema sanitario locale? Perché mi chiedo, infine, nessuna sigla sindacale si è mai spesa per vigilare sulle liste d’attesa delle visite in intramoenia e di quelle del sistema sanitario pubblico o sul rispetto degli ambiti e degli orari delle due prestazioni in oggetto per garantire trasparenza sull’operato del personale medico e chiarezza all’utente?

Se i sindacati avessero compiuto questi importanti passi avanti nella tutela dell’operato dei professionisti e del diritto alla salute degli utenti, forse, avrebbero notato che spesso il cittadino che deve effettuare visite e analisi si trova di fronte ad una vera e propria giungla, in cui, fin troppo spesso, è la parte privata della sanità pubblica ad avere la meglio a discapito delle tasche del singolo.

Se queste parti sociali non fossero arroccate nella difesa di interessi corporativistici avrebbero anche capito che il ticket sull’intramoenia colpisce la sanità privata e non quella interamente pubblica e che se i propri iscritti richiedono la tutela esclusiva di interessi particolari forse non sono degni di possedere quelle tessere!.
 

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