di Leonardo Caponi

PERUGIA - Ha proprio ragione Franco Calistri a lamentarsi, nel suo ultimo articolo su questo giornale, della “liquidazione” di Rivoluzione Civile, da parte dei soci fondatori, senza un minimo di discussione e riflessione. Bene o male Rc aveva suscitato qualche speranza e aspettativa ed era stata discussa in assemblee e sedi collettive che avrebbero dovuto essere nuovamente coinvolte.

   Personalmente non rimpiango affatto questa esperienza politica, del cui fallimento sono stato tra i facili profeti. Non solo perché, come giustamente rileva Calistri, era una accozzaglia di forze diverse assemblate al solo scopo di tornare o andare al Parlamento, ma anche per l’”antipatia” politica del suo leader (che è riuscito a litigare con tutti), per gli avvilenti balletti di qualcuno dei componenti (il Pdci, che prima ha partecipato alle primarie del centro sinistra e poi si è schierato in una coalizione alternativa), per l’impronta giustizialista che ne costituiva il tratto dominante, per la scelta verticistica dei candidati; insomma, Rivoluzione Civile è stata una sommatoria incredibile di errori politici che, una volta messi a fuoco, costituirebbero un vero e proprio manuale delle cose da evitare in futuro, se la sinistra vuol avere un futuro.

   La cosa sbalorditiva di oggi è che ciascuna delle forze si propone di… “ricominciare da se stessa”.  Come se la disfatta, che è elettorale e politica, riguardasse solo il progetto collettivo e non anche ciascuno dei singoli partiti e il loro modo di essere e di operare. Come  se questa stessa disfatta non chiamasse in causa innanzitutto lo stato attuale di divisione, frammentazione e i conflitti della sinistra (strumentalmente sopiti solo per occasioni elettoralistiche), che sono a loro volta il prodotto di una storia ventennale di scissioni e lacerazioni che hanno portato, col tempo, ad un indebolimento di tutti e a fenomeni di vera e propria (e ridicola) “atomizzazione” delle forze.

   Ognuno si può consolare o illudere come crede, ma come è minimamente pensabile che da partiti ormai ridotti al lumicino, logorati nella credibilità propria e dei gruppi dirigenti, possa venire la spinta per ricostruire un grande futuro?! Se la sinistra non capisce, nemmeno dopo questa sconfitta, che deve cambiare, beh!, allora, sul serio non c’è più speranza!

   Se posso tentare di introdurre un elemento di analisi che va un po’ contro corrente, io non credo che, nelle ultime elezioni politiche, si sia espressa una domanda di cambiamento: non reputo tale il “grillismo”. Quindi non mi pare che il problema sia quello, in presenza, come dire, di un vasto mercato della domanda di cambiamento, di “ricalibrare” la propria proposta politica per “incrociare” questa domanda e chi sarà più bravo si troverà col vento in poppa. Mi pare che nel nostro Paese, anche per effetto dell’azione di Grillo, si stia celebrando la “fine della politica” e che quindi, prima ancora di poter riavviare una prassi rivoluzionaria, si tratti di ricostruire quel minimo di cultura politica e istituzionale che torni a rendere comprensibile il linguaggio della sinistra.

   Un’impresa di questa natura non può essere sostenuta da forze ormai sfiduciate e sfibrate, ma va affrontata come un impegno comune di grande difficoltà e lunga lena.

   Cambiare, dunque, ma come? Il primo punto è quello di rimettersi insieme, ricostituire una forza comune. Il modo di essere e di operare di quest’ultima, la sua identità, potranno essere decise da chi parteciperà all’impresa: potrà essere un partito (della sinistra, del lavoro o come si vuole), oppure potrà rimanere allo stato di “movimento” o aggregazione politica; importante, naturalmente, è che sia legata da un programma politico comune e da uno stringente e ineludibile patto di unità d’azione, regolato dalla prassi democratica del voto a maggioranza. .Per non tornare ad essere un cartello elettorale o una costruzione pattizia di quelle già negativamente sperimentate, è evidente che questa forza non potrà essere costituita dalla sommatoria dei partiti attualmente esistenti. Essi devono sciogliersi e i loro gruppi dirigenti dare una mano (senza pretese di nuove candidature di diritto né nelle istituzioni, né nella nuova formazione) all’avanzamento di una nuova leva di quadri e dirigenti. All’interno di questa soggettività politica potranno continuare ad operare, nell’ambito dei vincoli di cui sopra, aree o identità politiche diverse. Mi parrebbe utile che una di questa possa essere rappresentata da una forza riunificata dei comunisti.

   Un lavoro di questo tipo (e cioè una grande discussione nazionale, con i gruppi dirigenti che si presentano dimissionari e disponibili ad aprire una nuova strada) avrebbe dovuto prendere corpo già all’indomani della sconfitta della Sinistra Arcobaleno; ma forse c’è ancora tempo. Tra l’altro oggi, forse per la prima volta concretamente, c’è la possibilità che la crisi del Pd possa portare al distacco da quel partito di componenti anche significative di dirigenti, ma soprattutto di elettorato: quell’elettorato che, dopo la masochistica vicenda della elezione del Presidente della Repubblica, si trova sfiduciato, smarrito e anche arrabbiato. Si deve compiere, nei confronti degli elettori e dei militanti Pd delusi, un lavoro non fatto di fughe in avanti o respingenti appelli estremistici, ma equilibrato e ragionato.

   Ed è a questo punto che si propone una discussione che è sempre stata cruciale nella sinistra: la ipotetica nuova formazione dovrà essere alleata o avversaria del Pd? Dovrà puntare a ricostituire un centro sinistra “di governo” o essere ad esso alternativo? Si può rispondere che a decidere sarà la maggioranza dei protagonisti.

   Per quanto riguarda l’autore di questa nota, non si può però prescindere dal prendere in esame due considerazioni. Prima considerazione: è oggettivamente vero (e chi non lo vede si illude) che, nell’Italia di oggi, non vi è lo spazio politico per far vivere un polo alternativo e avversario del centro sinistra.  Seconda: il punto non è alleanza si o no!; il punto è l’autonomia! Vorrei sommessamente ricordare che la stagione più fulgida (e migliore) di Rifondazione comunista, quando era ancora unita, fu la stagione che chiamammo di “autonomia e unità”.

   Quando c’è stata la scissione dei due termini, c’è stata, per tutti, la stagione del declino.  

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