I leader dei partiti, dopo giorni e giorni di impantanamento, certificata la loro incapacità a trovare un nome condivisibile su cui convergere i voti per eleggere il Capo dello Stato che finalmente potesse dare vita al nuovo Governo e dimostrato di non sapersi gestire autonomamente, sono andati di corsa e nottetempo da Napoletano, con pressanti inviti, lo hanno supplicato di rimanere al suo posto quando era già con un piede fuori dal Quirinale, con la signora Clio che aveva già provveduto a far imballare le cose da traslocare. La delegazione era composta dai rappresentanti di Pd, Pdl, Lega e Scelta Civica.  Non erano presenti quelli del Movimento 5 Stelle e dei Fratelli d’Italia.

Si è trattato di fatto di una sorta di abdicazione in favore del Presidente della Repubblica già pronto all’uscita di scena, che con la sua autorevolezza ed esperienza, siamo certi, sarà in grado di togliere dalle peste un Paese che sembra impazzito e, al momento, senza grandi certezze future.

Anche questa volta Napolitano, dopo essersi presa una nottata di tempo prima di dare il proprio assenso ad una ricandidatura, dimostrando responsabilità e grande senso dello Stato si è reso disponibile e dal pomeriggio dello scorso sabato, con 738 voti di preferenza (moltissimi di più di quanti ne erano necessari), ha ripreso in mano le sorti del Paese, dopo aver chiesto un consenso ampio, senza limitazioni di tempo. La sua riconferma prevede ovviamente la formazione del nuovo Governo, che avverrà nel giro di pochissimi giorni, essendo già fissato il suo giuramento nel pomeriggio di oggi. Poi però non potrà che dare prosecuzione al suo mandato con misure che mettano in moto l’avvio delle prime riforme costituzionali e di rapidi provvedimenti per far uscire l’Italia dalla morsa della recessione e dalla crisi democratica, la ripresa delle attività imprenditoriali, ma anche per intervenire su quanto necessario per poter dare risposte adeguate ai prossimi impegni presi con l’Europa che peraltro sono di non indifferente entità e rassicurare il mondo finanziario internazionale che ha sempre il fucile puntato contro noi.

Con questo atto anomalo, che ha tanto il sapore della messa in liquidazione della democrazia parlamentare e un avvio mascherato verso il tanto atteso presidenzialismo, si è verificata una situazione inedita nella storia repubblicana del nostro Paese che però nel mondo ha precedenti analoghi nelle riconferme di De Gaulle, in Francia e Rooselvet, negli Stati Uniti, entrambi chiamati a gran voce per mettere mano in eventi politici in cui servivano presenze autorevoli di uomini esperti, lungimiranti e dal poso fermo.

La svolta, che ha costretto Napolitano ha rientrare precipitosamente in “gara”, è conseguente al fallimento della strategia messa in pratica da Bersani (e non solo da quella), che si è visto imprevedibilmente rifiutati i voti, prima a Marini e poi a Prodi, due personalità molto accreditate dal partito e sulle quali aveva riposto le proprie certezze di vittoria.

Tutti sappiamo come è andata a finire con quel centinaio di “sabotatori” occulti che, all’ultimo istante ed in modo inconcepibile oltre che autolesionistico, si sono chiamati fuori, facendo fallire l’operazione che avrebbe portato alla Presidenza della Repubblica un uomo di area “democrat”. Quello che è avvenuto è un mistero per ora inesplicabile ai più, ma che per molti addetti ai lavori non è un arcano avendo velenose radici, neanche molto sotterranee, generate proprio all’interno del partito da parte di qualche giovane, vittima di sfrenate ambizioni e protagonismo, desideroso di bruciare le tappe. Partito che, peraltro, avendo avuto una genesi inconsueta, molto discutibile e “sbarazzina” e che soffrendo di originarie debolezze strutturali (leggesi correnti socialiste, liberali, cattoliche ed ex comuniste, difficili da fondersi in unicum), con le sue divisioni distruttive e la presenza di vari potentati, è avviato ad una inarrestabile dissoluzione, la cui responsabilità non può non cadere sulla pattuglia dei “guastatori” che sia sul piano etico ed in quanto a validità biografica, hanno dimostrato di essere privi di sensibilità e responsabilità, scarsa maturità politica e di inadeguata etica per chi riveste un ruolo importante come quello che deve caratterizzare tutti coloro che siedono in Parlamento per onorare la fiducia espressa in loro favore dai propri elettori.

Quello che nascerà a giorni, al di là della caratterizzazione tecnica o politica di quanti ne entreranno a far parte, dovrà essere un Governo che, anche con il contributo dell’elaborazione condotta dai dieci saggi e con la “regia” del Capo dello Stato, dovrà mettersi al lavoro da subito perché i cittadini che sono ormai allo stremo non se la sentono di più attendere, correre dietro alle diatribe che sono lontane dalle loro annose legittime aspettative e che di questa politica e dei suoi protagonisti sono stanchi, disinteressati e sfiduciati. Basta vedere la modestissima percentuale di votanti registratisi in Friuli nelle elezioni regionali che si sono concluse oggi.

L’assurdo è rappresentato dal fatto che, pur avendo le elezioni politiche di fine febbraio dato una vittoria numerica ma effimera, alla coalizione di sinistra, il Governo nascente guarderà molto probabilmente più a destra in quanto, senza l’appoggio del Sel, che ad oggi fa ancora parte dell’alleanza con il Pd, ma che sembra volersi defilare e prendere le distanze da quello che è stato il Partito Democratico, il Pdl berlusconiano avrebbe la maggioranza sia alla Camera che al Senato.

Bersani, che da mesi ha sempre precisato che non avrebbe aderito ad un Governo al cui interno fosse presente anche una componente berlusconiana, nonostante Renzi insieme ad altri esponenti del partito fosse favorevole e sollecitasse un’intesa con il “caimano”, condizione che avrebbe consentito l’uscita immediata dall’impasse che s’è venuta a creare, potrebbe anche ritrovarsi con un ulteriore pugno di mosche in mano, nonostante che in effetti non sia il solo artefice dell’agonia che vive il partito dal quale si è appena dimissionato.

Berlusconi, alla “conta” dei voti del sesto scrutinio, che decretava la vittoria di Napolitano, attorniato dalle sue giovani “amazzoni” ha esultato e cantato a squarciagola consapevole di aver ottenuto una vittoria insperata proprio al fotofinish e perfettamente conscio che nella eventualità di una salita al Quirinale di Prodi o del candidato “grillino” Rodotà, per lui e per i rappresentanti del suo rassemblement sarebbe stata preclusa ogni possibilità di entrare a far parte del nuovo Governo. Il Cavaliere, ancora una volta graziato dall’insipienza altrui, in quel momento ha scoperto che la politica, pur non essendo nata per lui, può dare persino più piacere del sesso. Nel frattempo, Bersani, prendendo atto di quanto di importante e di strategico gli era sfuggito di mano, perché nel caso di una sua nomina a Presidente del Consiglio avrebbe potuto meglio gestire le lotte interne al Pd, è stato costretto a dare mestamente l’addio al partito ormai ridotto in brandelli.

Pur in questa situazione, rappresentata da tre “solitudini” ed uno “strapuntino” e così diversi, anche loro sono nella necessità di rifondersi e riproporsi e lasciando da parte la volontà di combattersi per sopraffarsi, dovranno rendersi conto che se non diventeranno il più possibile complementari, la guerra che hanno scatenato, l’un l’altro armati, li annienterà, con la scomparsa del nostro Paese dalla faccia dell’Europa e dal mondo.

Il momento delle scelte coraggiose sembrerebbe questo; anche perché potrebbero trovare un valido sostegno proprio in Giorgio Napolitano. Procrastinarle nel tempo sarebbe insensato, deleterio e soprattutto, potrebbero arrivare fuori tempo massimo.

Difatti non vorremmo che si verificasse quanto accade nel mondo circense, dove alla caduta degli uomini volanti, entrano sempre in scena i clown per rasserenare l’ambiente o i becchini per portar via il morto.

 

Umberto Marini

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