<strong>di Umberto Marini</strong>

 

Quello che era rimasto del Partito Democratico, dopo essere stato abbondantemente “spolpato” da Grillo alle elezioni di fine febbraio, è imploso scheggiandosi in mille pezzi.

Il “botto” clamoroso e devastante, si è registrato nel tardo pomeriggio di ieri nell’aula di Montecitorio, al termine del quarto scrutinio per la nomina del Presidente della Repubblica dopo che Prodi ha seguito l’“impallinamento” di Marini nel giorno prima, risultando anche lui “bruciato”, vittima di un insensato killeraggio, del tutto fuori programma che ha decretato, oltre alla difficoltà di trovare un validi successore a Napolitano, la probabile uscita della sinistra dalla scena politica del nostro Paese. Una dissoluzione ingloriosa per come assurdamente è maturata, fra il volo di stracci sporchi e qualche scheggia pericolosa ancora in giro che può causare ulteriori dannose “ferite”.

 

Che il partito non vivesse un periodo troppo felice era noto da parecchio tempo non solo agli analisti, ma anche ai suoi fedelissimi che non riuscivano a capire molte delle cose che gravitavano intorno ed all’interno del partito. La vittoria/sconfitta di due mesi fa, con la quale si era aggiudicato il ricco premio di maggioranza, aveva fatto da ammortizzatore momentaneo ed illuso un po’ tutti di avere ormai lo scettro del comando in mano, nonostante che avesse messo fatto registrare l’acuirsi di un’atmosfera affatto tranquillizzante all’interno di un partito. Partito che nella realtà non è mai nato come entità aggregativa ed in quanto ad una adeguata identità polico-sociale. Inoltre faide, congiure, veleni e tradimenti erano all’ordine del giorno, messi in atto dalle troppe “squadre” schierate al suo interno (così tante da poterci organizzare un campionato calcistico), distinte in cattolici, bersaniani, giovani turchi, dalemiani, veltroniani, renziniani, filogrillini e complottisti vari (ce ne sono altre?), non poteva che portare ad una così catastrofica fine.

 

E’ vero che anche il Popolo della Libertà con i suoi molti ex di molti partiti, compresi quello fascista e quello craxiano, ha diverse anime presenti nel suo molto cromatico rassemblement, ma a differenza del Pd, ha il vantaggio di avere alla guida un “capo-padrone” ricco e gratificante che le tiene affastellate potendole compensarle molto lautamente per servigi, silenzi e, all’occorrenza, per chiudere gli occhi.

 

L’8 settembre pidiellino, come quello del ’43, si è combattuta una battaglia fratricida fra “bande” che pure indossavano la stessa divisa, distinte tra chi è pro e chi è contro, chi è fedele e chi è pronto al tradimento, come accadeva di quei tempi tra chi era salito in montagna a combattere il nemico e chi, in camicia nera, si era schierato con lui. Quando Bersani, ha dovuto prendere atto che al termine la quarta “chiama”, Prodi aveva raccolto un centinaio di voti in meno, rispetto ai circa 500 assicuratigli da altrettanti grandi elettori che nella riunione di ieri mattina, unanimemente avevano assicurato di votare per il professore, ma constato che, a conti fatti, il 25% di loro, non aveva seguito le sue indicazioni, costringendo Prodi a dare un umiliante forfait e dichiararsi fuori dai giochi, il segretario del partito ha rassegnato le dimissioni. Di lì a poco, seguito dalla Bindi, che del Pd rivestiva la carica di presidente.

 

Ovviamente a questa ignominiosa conclusione è seguito per ora il solo volo di stracci. Quello che avverrà in seguito, a breve distanza di tempo, è imprevedibile, ma sarà certamente anche poco edificante, stante le tensioni e le ribellioni, difficili a placarsi, presenti nell’animo e nella mente di molti personaggi coinvolti nelle diatribe che hanno avuto la responsabilità di portare allo sfascio il Pd. Disastro sul conto del quale già circolano alcuni nomi dei “guastatori”.

 

Ora qualche “anima buona” dovrà raccogliere i cocci di questo partito finito in mille pezzi e tentare pazientemente di rimetterli insieme, saldando con cura le fratture per non disperdere un capitale di una decina di milioni di voti di fedeli elettori che da tempo manifestavano nervosismo ed una sorta di idiosincrasia nei confronti della “base” alla quale, purtroppo, inascoltati, chiedevano revisioni e rinnovamento, senza tuttavia presagire il micidiale colpo da ko accusato in pieno volto nel pomeriggio inoltrato di ieri.

 

In autunno era previsto il congresso del partito e, in quella occasione, molti avevano già in animo di suggerire alternative migliorative.

 

Dopo questo devastante “schianto” ci vuole per davvero un grande coraggio a mettere le mani su una “mina vagante” qual’è attualmente il Pd. Renzi, che sembrava tanto interessato e voglioso di mettersene alla guida già qualche settimana addietro, ora se la sentirà di prenderne le redini? E Barca, che appena alcuni giorni fa, alla trasmissione televisiva serale della Gruber, a “La Sette”, si era proposto con idee innovative e tanta buona volontà per dare un volto nuovo, una maggiore e più attrattiva visibilità al “vecchio” Pd, sarà ancora disponibile ad afferrare al volo la “patata bollente”?

 

Se questi propositi dovessero rimanere fermi alle intenzioni, i “reduci” salvatisi invitti da questa drammatica Waterloo, per continuare a far politica da sinistra, possono affidarsi solo al destino, sperando che con loro non sia cinico e baro come lo sono stati quanti si sono interposti, per annullare  la loro partecipazione alla vita politica e condotto all’estinzione un loro ideale.

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