Bersani non ce l’ha fatta
di Umberto Marini
L’impresa di Bersani si presentava come un’operazione fallimentare. E fallimento è stato. Il leader del centrosinistra ci ha provato in tutti i modi per arrivare alla formazione di un Esecutivo condivisibile da parte delle quattro forze in campo, proponendo un compatibile programma razionale e fattibile, che se pur costituito da una manciata di punti focali, sarebbe potuto giungere sicuramente alla realizzazione della prima fase del rinnovamento del Paese. Nonostante il grande prodigarsi, Bersani non è riuscito a trovare i numeri indispensabili per assicurare un minimo di governabilità e per far partire, se pur con qualche rischio, la legislatura. Troppa inesperienza e sensibilità in campo, qualche furbata di troppo, troppa irresponsabilità ed alcuni ricattatori, hanno fermato il tenace tentativo bersaniano. Nel frattempo, l’Italia, sempre più in affanno, è lì in attesa che arrivi il “salvatore”. Che se non dovesse arrivare, solamente le urne possono far uscire il Paese dal vicolo senza uscita che sta percorrendo.
Nella fase delle consultazioni condotte nel pre-incarico, ricevuto dal Presidente Napolitano, Bersani ha rifiutato un ambiguo e compromettente “lasciapassare” offertogli da Berlusconi che gli avrebbe consentito, sì la nascita di un “governissimo”, ma condizionato dalla presenza di ministri pidiellini e dell’ex guardasigilli Alfano, nel ruolo di vicepresidente del Consiglio. Una sorta di Cavallo di Troia dal quale, al momento opportuno, sarebbe saltato fuori Berlusconi con la richiesta di un appoggio alla sua scalata al Quirinale. Bersani, subdorato il tranello che mascherava un palese ricatto, non ha risposto a quella che aveva il neppur troppo malcelato sospetto di essere in verità una provocante irrisione. Una proposta irricevibile anche perché, sotto traccia, nascondeva ulteriori subdole richieste. Quelle che lo stesso Berlusconi, alla manifestazione romana di Piazza del Popolo, aveva rese pubbliche sabato della scorsa settimana, “devono mettersi in testa che le norme sulla mia ineleggibilità, sulla incompatibilità e sul conflitto di interessi, non si toccano”. Tutte istanze che se concesse, lo metterebbero al riparo dall’incandidabilità e dall’allontanamento dei rischi conseguenti alle possibili sue condanne nei processi Ruby e Mediaset, dubbi per i quali i suoi legali hanno reclamato un giudice a Brescia, imitando il mugnaio di Potsdam che ne invocava uno a Berlino.
Bersani, nella prima fase esplorativa, ha subito un ennesimo, netto e sdegnoso rifiuto da parte del M5S, tramite i due neofiti integralisti a cinque stelle, Vito Crimi e l’imbarazzante, vezzosa e supponente Roberta Lombardi, per un “aiutino” che garantiva, peraltro, più soluzioni, anche non troppo “invasive” per i “grillini”. Il loro diniego lo hanno manifestato, senza mezzi termini, con l’assurda mira di voler formare un governo targato M5S, convinti della loro forza e compattezza, certi di essere in grado di superare tutti gli ostacoli che si dovessero frapporre al loro progetto. L’arma vincente dei “grillini”, stando a quanto dicono, sta tutta nella loro “verginità” e “credibilità”. Sulla verginità, non abbiamo nulla da eccepire, non avendo scartabellato documenti ed assunte informative. Sulla credibilità, dopo le imbarazzanti “uscite” degli ultimi giorni e sul modo “scomposto” di porsi, soprattutto della loro capogruppo alla Camera, qualche cosa che non ci è piaciuta, l’abbiamo rilevata. Se sono consapevoli che anche per loro i numeri non sono sufficienti per puntare alla formazione di un loro Esecutivo, ci piacerebbe conoscere a chi andranno a chiedere una “mano”. Una curiosità, questa, che non ci caveremo mai in quanto siamo certi che il loro progetto è destinato a morire sul nascere. Sempre che, il duo Casaleggio-Grillo, che non finisce più di stupirci per il suo stravagante modo di muoversi in un mondo anche “torbido” che non conoscono affatto, non abbiano rapporti diretti con lo Spirito Santo o la conoscenza in Galilea di un discendente di quel “geniale” viandante che, poco più di duemila anni fa, aveva l’abitudine di moltiplicare pani e pesci e trasformare l’acqua in vino.
Nella seconda fase delle consultazioni, quelle di ieri, quando il Presidente della Repubblica ha preso personalmente in mano la “patata bollente”, nulla è cambiato. Il Venerdì di Passione è stata una faticosa e dolorosa Via Crucis anche per Napolitano vista la irremovibilità delle posizioni assunte dai partiti che pure avevano la possibilità di far uscire dallo stallo una situazione ormai incarognita da testardaggini, tracotanza e voglia di elezioni. Dopo una giornata convulsa, con un impazzimento di voci, ipotesi e clamorosi colpi di scena, tutto è fermo al punto di partenza. Il Pd ha confermato il no ad un governo di larghe intese ed ha gettato la spugna anche per evitare nuove possibili trappole “berlusconiane”. Il PdL ha risposto con un no ad un esecutivo tecnico o del Presidente, ma, con un colpo di coda alla “dorotea” si è dimostrato favorevole ad un governo di coalizione anche guidato da Bersani o meglio se da Renzi, formato da Pd, PdL e Scelta Civica, con l’esclusione del M5S, per mettere mano alle prime riforme. Ipotesi alla quale anche i “montiani” hanno dimostrato interesse e disponibilità I “grillini”, arroccati nei loro “refrain” che hanno alla basei la loro maggiore “credibilità”, come prevedibile, hanno ripetuto che sono esclusivamente interessati alla nascita di un governo a 5 Stelle. Sul tutto il resto hanno sbattuto violentemente la porta. Del resto Grillo è stato ancora una volta categorico, “Per loro è finita. Devono andare tutti a casa”. Il che non lascia dubbi sulla loro autoesclusione da ogni attività parlamentare che non li veda in veste di protagonisti.
Nessuno, tra l’amarezza e la rassegnazione del Capo dello Stato, si è dimostrato disposto a fare un passo indietro e ad assumere personali responsabilità per evitare un pericoloso “spiaggiamento” in un momento così delicato ed avverso per le sorti del Paese che, purtroppo, nei prossimi mesi, dovrà vedersela con situazioni di difficile soluzione, sia di carattere interno che nei confronti dell’Europa, quando si troverà al cospetto e dovrà vedersela con la crescita della crisi economica, della disoccupazione, gli irrisolti problemi della fiscalità e la sempre maggiore diffidenza nei nostri confronti da parte dei mercati internazionali con i quali dovrà rapportarsi. Allo stato dei fatti ed in presenza di una situazione che appare sempre più pericolosamente aggrovigliata, Napolitano, non ha nascosto la tentazione di rassegnare le proprie dimissioni, ritenendole l’ultima carta possibile per evitare la totale deriva. Una decisione amara, dolorosa e difficile da assumere, proprio sulla dirittura d’arrivo del suo brillante settennato, ma che ritiene assolutamente indispensabile per favorire lo scioglimento delle Camere, pur sapendo benissimo che per far “camminare” un governo dopo la sua nascita, occorre che il Capo di Stato lo accompagni almeno nei primi mesi di vita. Qualora così non fosse, la sua decisione di “abbandono”, non deve intendersi un atto di viltà, ma al contrario un intervento di grande responsabilità e lealtà verso il Paese. Il suo gesto difatti, consentirebbe al suo successore lo scioglimento del Parlamento, con un paio di mesi di anticipo e dare quindi la possibilità agli elettori di tornare al voto, ancor prima dell’estate. Sperando che nel frattempo abbiano metabolizzato il “caos” nel quale sono rimasti coinvolti e presa coscienza che è necessario cambiare rotta e scelte, se vogliamo, tutti insieme, riportare a livello di navigazione la ondeggiante “zattera” sulla quale ci ripariamo fortunosamente, naufraghi alla deriva.
Al termine della giornata, il Presidente della Repubblica si è presa una nottata di tempo per riflettere e deliberare sul da farsi, rinviando ad oggi ogni decisione, sempre più convinto di voler passare la palla a chi salirà al Quirinale dopo di lui.
Fiduciosi che la notte gli abbia portato consiglio, il migliore possibile, abbiamo fiduciosamente atteso notizie, sapendo che il marconista ha già lanciato il segnale del SOS e le scialuppe di salvataggio sono pronte per essere calate in mare. Dopo di che, ci rimarrebbe soltanto l’invito accorato del “si salvi chi può”, con noi a pregare di potere uscirne vivi.
Nel pomeriggio di oggi, vigilia di Resurrezione, è giunta l’attesa “sentenza” quando, il Presidente della Repubblica, ha comunicato la volontà di rimanere in “servizio” sino al termine del suo mandato che scade alla metà di aprile, ed intanto affidare, due gruppi di “saggi” di ampia area, l’individuazione, nel giro di due o tre giorni, pochissimi punti programmatici essenziali sui quali convergere per poi attivare un programma di operatività limitata, che dovrebbe prendere il via in tempi molto ristretti (al massimo una settimana o poco più), in grado di superare l’attuale fase di stallo, dare governabilità al Paese e tranquillità all’Europa che, in questo momento, ci guarda con preoccupante apprensione. Dei due distinti gruppi di lavoro fanno parte elevate personalità del mondo accademico, finanziario e costituzionale, Valerio Onida, Mario Mauro, Gaetano Quagliariello, Luciano Violante, Enrico Giovannini, Giovanni Pitruzzelli, Salvatore Rossi, Giancarlo Giorgietti, Filippo Bubbico ed Enzo Moavero Milanesi. Queste presenze garantiscono il conseguimento di risultati che possono per davvero contribuire a ridare fiducia e serenità alla nostra politica.
Il Paese, intanto, non si trova in condizione di “vacatio” governativa, in quanto il governo Monti è ancora nella pienezza dei suoi poteri, ad iniziare da quelli per la nomina del nuovo Presidente della Repubblica, al quale sarà delegata la gestione della intricata matassa e l’uscita da un’ impasse che al momento, sembra essere senza non poterne venir fuori.




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