Elio Clero Bertoldi

PERUGIA - Una vicenda, due figuracce cosmiche. Da record. Rammentate? Prima il governo italiano aveva comunicato, al mondo intero e facendo la voce grossa, che non avrebbe rimandato in India, nonostante gli impegni assunti, i due marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone - detenuti con l'accusa di aver ucciso a colpi di arma da fuoco due pescatori ritenendoli pirati - ai quali le autorità indiane avevano graziosamente concesso il secondo permesso in pochi mesi (prima per le festività natalizie, poi per il voto politico); in queste ultime ore, Monti e i suoi tecnici, "res melius perpensa", hanno compiuto una precipitosa marcia indietro: hanno spinto, in tutta fretta, i due militari su un aereo e li hanno restituiti a New Dheli e alla giustizia indiana. Roba da film di Fantozzi.

Intendiamoci: l'India non è che abbia rispettato i trattati internazionali, costringendo la nave - sulla quale i due fucilieri prestavano servizio - a tornare indietro, nelle acque indiane, per poter arrestare i due militari e non ha agito secondo le regole neppure quando, per bassa ritorsione sul ventilato mancato rientro dei due italiani, ha bloccato addirittura l'ambasciatore d'Italia, impedendogli di lasciare il l'India, in barba alle leggi e al buon senso comune ("ambasciator non porta pena" - recita il detto).

Il peccato originale, tuttavia, lo ha commesso il governo Monti quando ha annunciato, per bocca del ministro Terzi, il non rientro in India dei militari in permesso. L'esecutivo, evidentemente, non conosce neppure un minimo di storia (o se l'è dimenticata), altrimenti si sarebbe reso conto che il paese che ha dato i natali ad Attilio Regolo non poteva sottrarre all'India, con callida furbizia, i due sottufficiali della San Marco. Il comandante dell'esercito romano, catturato dai cartaginesi, ebbe il permesso di tornare a Roma per convincere la Repubblica a trattare la pace e il duce non solo invitò il Senato a proseguire la guerra fino alla vittoria, ma rientrò a Cartagine (nonostante le preghiere e le pressioni dei suoi concittadini per farlo restare nella città dei sette colli), ben conscio che sarebbe stato ucciso - come purtroppo avvenne - tra atroci supplizi. Ma, a quei tempi, il senso dell'onore, del rispetto delle regole, era davvero alto. Molto alto.
 

E adesso? Auguriamoci che la diplomazia, d'ora in avanti, si muova con maggiore accortezza. Martedì prossimo il ministro degli Esteri e quello della Difesa riferiranno in Parlamento. Si vedrà come spiegheranno le manfrine di cui sono stati protagonisti e quale linea intendano perseguire.

L'auspicio è che vengano attivati gli organismi internazionali, chiamati a stabilire, una volta per tutte, chi abbia il diritto, tra l'India e l'Italia, di giudicare i marò. Se la nave, sulla quale Latorre e Girone prestavano servizio, navigava davvero in acque internazionali, i due soldati dovranno essere processati in Italia. Altrimenti non rimarrà che piegarsi ad accettare il giudizio della magistratura indiana. "Terzi (ops, perdonate il lapsus calami: tertium) non datur". Al limite ci si potrà rimettere, come declamavano i vecchi avvocati, privi di argomentazioni giuridiche, "alla clemenza della corte".

Una preghiera a Monti e Terzi: per carità non lasciatevi andare ad altri colpi di testa, tanto più ora che il governo dovrebbe provvedere solo all'ordinaria amministrazione. Valutate, come un normale giocatore di scacchi, quali effetti possono provocare le vostre mosse. Soprattutto quelle che espongono l'Italia al ridicolo. Perché le figuracce ricadono non solo su di voi, come è giusto che sia, ma, aspetto per nulla trascurabile, su tutto il popolo italiano e, per forza di cose, su ciascuno di noi. Noi cittadini abbiamo già dato. E abbastanza. Questo, almeno, risparmiatecelo.

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