di Antonio Torrelli

Partiamo dai sondaggi. Pd e Sel erano in testa, Grillo e le sue cinque stelle tra il 16 e il 22 per cento e l’asse Lega-Pdl al secondo posto a quasi 10 punti di scarto dal centro-sinistra. Gli instant poll (come nel 2006) dicevano che la partita era già finita ancor prima di cominciare. E qui la prima notizia: sondaggisti e istituti di ricerca politica non sono più attendibili in Italia.

Poi il lento declino dei progressisti e il veloce recupero di Berlusconi&Co. Grillo primo partito e dietro di lui il “giaguaro” che risorgeva. Sullo sfondo solo il dilagare populista del comico genovese e la crisi dei democratici. Che perdono circa 6 milioni di voti (il centro-destra ne perde 12 milioni) rispetto ad un’escalation del Movimento 5 stelle che in tre anni è passato dal 3 per cento a quasi il 26. Senza dimenticare che il 25 per cento degli italiani non è andato a votare. Cosa vuol dire? Che la metà della popolazione italiana, composta da filo-grillini e astenuti, non ha scelto il contenitore del partito politico tradizionale. Si può parlare dunque solo di disaffezione? Definirla tale sarebbe un mero eufemismo.

Il 24 e il 25 febbraio hanno bensì visto lo scatenarsi di un terremoto nel mondo politico italiano che affonda le radici nella scintilla di tangentopoli  dei primi anni ’90; una crisi poi esasperata e aggravata dall’affacciarsi nella società dei “partiti di plastica”, delle derive secessioniste dai toni verde pisello, dei personalismi alla Putin, vallette, igieniste dentali, sperperi pubblici, condoni e feste a palazzo. Oltre vent’anni di antipolitica portata avanti da chi la politica (o meglio, la professione del politico) la svolgeva 24 ore su 24. E dunque, oggi, come è possibile mostrare stupore di fronte al successo di Grillo? Il comico ha trovato la strada spianata e usato la furbizia e la velocità mediatica del web per fare braccia tra i più stanchi. Tra chi ha deciso di appoggiare il motto del “tutti a casa”. Gli stessi (almeno per quanto riguarda il nord) che per oltre 15 anni hanno votato Lega. E gli stessi, che prima della Lega appoggiavano il vecchio Pci radicato nelle fabbriche e nel territorio. E qui stiamo parlando di “pancia”. Ma non solo del lato ignorante della “pancia” (sempre apertamente criticato da tutto il mondo -soprattutto quello intellettuale- della sinistra e del centro-sinistra), bensì di quella parte della “pancia” (di cui il Pd pare si sia completamente dimenticato) che fino ad oggi ha tentato di esprimere le proprie esigenze e le ha viste invece affogare nel comportamento arrogante di chi sta sulla poltrona e ostenta indecenza e indifferenza nei confronti del popolo italiano.

Atteggiamenti avallati spesso da errori clamorosi di chi, ad esempio, ha definito statista il maggior proprietario di tv e giornali in Italia. Lo stesso che ha governato e condizionato le nostre istituzioni, gli iter parlamentari, l’economia e la rappresentanza politica internazionale del nostro paese con i propri affari privati. Ma il cosiddetto “incubo” è ancora lì, tanto forte da bloccare la formazione di una maggioranza al Senato.

Ora, come ha dichiarato lo stesso Bersani, l’onere di tastare il terreno tocca a chi ha strappato la maggioranza alla Camera per una manciata di voti. Perché ci sono appuntamenti come l’elezione del Presidente della Repubblica che non possono essere rimandati. Ma c’è anche la drammatica situazione economica che con i suoi numeri relativi a disoccupazione e licenziamenti fa ripensare ancora una volta allo spettro della Grecia.

Che si trovi la quadra, dunque, senza troppi giri di parole, perché sull’eventualità di una nuova tornata elettorale non si dovrebbe nemmeno scherzare. Perché l’Italia non se lo può permettere. Quindi, cari democratici (e tengo a sottolineare che chi scrive ha votato Pd), iniziate a fare un bagno di umiltà e voltare definitivamente pagina rispetto alle questioni di palazzo e al vostro fare troppo avvezzo alla “burocràzia” (l’accento sulla “a” è espressamente voluto). Un cambiamento necessario se non volete perdere il treno del futuro per il cammino del progressismo italiano ed europeo. Ma altrettanto doveroso nei confronti di tutti coloro i quali stanno mantenendo sulle proprie spalle le sorti del Paese obbedendo, senza battere ciglio, ai sacrifici imposti dal mondo del lavoro e dai banchieri-pupazzi di un’UE ancora troppo distante dall’idea concreta degli Stati Uniti d’Europa.
 

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