Umberto Marini

Quelli della mia età ne hanno viste di tutti i colori: il crollo del muro di Berlino, gli attentati a papa Karol Wojtyla e alle Torri Gemelle, l’assassinio di John Kennedy e di Martin Luther King, le stragi fasciste di Brescia e Bologna e l’abbandono del Soglio Pontificio di papa Benedetto XVI che, esasperato ed incazzato per il proliferare delle mafie nate all’interno delle mura leonine, ha sbattuto la porta ed è uscito, sulle sue gambe, da un dilagante“giro” perverso e diabolico che non riusciva più a gestire nonostante si continua a raccontare che rappresentasse Dio in terra.

Ora ci manca solo la riconferma di Berlusconi a Palazzo Chigi, per allungare l’elenco delle cose più orrende e drammatiche che hanno caratterizzato l’ultimo mezzo secolo di storia mondiale, a meno che il Cavaliere non lo si voglia porre sullo stesso livello paradossale e stravagante rappresentato dalle movimentate comiche dei film che avevano per protagonista quel gran genio che fu Charles Chaplin. Del resto l’“unto del Signore” altro non merita che essere ricordato come un personaggio (?) istrionico, ridicolo, farsesco e pervicacemente bugiardo. Perché quello é.

Per la verità, anche alcuni altri protagonisti della politica italiana, fra quelli che hanno vivacizzato ed involgarito come non mai questa campagna elettorale, non meritano citazioni benevole, essendosi lasciati andare ad insulti indecenti, rozzezze ed oscenità con “perle” di inusitata perfidia e slealtà, con new entry di ingiurie che passeranno alla storia.

Monti ha etichettato “cialtroni” quelli che ha rimpiazzato alla guida del Paese. Per tutta risposta Berlusconi, tra l’altro, ha definito il Presidente del Consiglio “uno che non capisce un cazzo in materia di economia”. Alfano, Maroni e la Lorenzin, che si rifanno allo iettatorio motto “vinceremo”, non sapendo di storia, ignorano che chi ha dato voce a questo slogan, ricordato come un anatema, con in dosso una divisa tedesca, ha pagato tanta baldanza con una mortale raffica di mitra a Giulino di Mezzegra il 28 aprile 1945, a due passi dal confine svizzero. Da par suo, Oscar Giannino, attribuendosi titoli accademici mai conseguiti e partecipazioni a farlocchi master negli Stati Uniti, è stato costretto a dare le dimissioni alla vigilia del voto.
Le quotidiane “sparate” del disperato leader brianzolo, che per accattare qualche voto sarebbe disposto a vendere anche l’anima al diavolo, ammesso che sia realmente permeato anche da un solo embrione di sentimento spirituale, ci risparmieranno l’ennesima sventura, con i conseguenti ulteriori guai, semplicemente perché non vincerà.

Invece chi, in queste ultime battute di campagna elettorale, è riuscito a mettere in serie ambasce sia il centrodestra che il centrosinistra e che pure qualche settimana fa, non aveva dato l’idea di poter essere un serio competitor, ma solo un outsider senza neppure chances tali da costituire ostacoli alla marcia dei due “colossi”, è Beppe Grillo. Sino a martedì prossimo rappresenta una preoccupante incognita destinata forse a sparigliare il mazzo ed anche a far “saltare il banco”, portandoci alla instabilità governativa. A meno che si manifesti come un volgare bluffer. A carte scoperte, vedremo se avrà partecipato al gioco in modo corretto o se, viceversa, avesse intenzione di calare l’asso nascosto nella manica.

Al momento sembra però che la “smazzata” sia tutta a vantaggio del comico genovese che, pur proponendosi nei panni del demagogo populista e facendo dell’antipolitica la sua battaglia, proprio per queste sue peculiarità assolutamente antidemocratiche, riesce a riempire le piazze ed infervorare coloro, e sono tantissimi, che si ribellano a quanti ci hanno mal governato sino ad oggi, accrescendo sfiducia e nausea nei loro comportamenti illusori ed ingannevoli.
Nato e cresciuto in Tv, Beppe Grillo, ha capito perfettamente che affidandosi alla comunicazione via web e contemporaneamente tornando all’antico con presenze massicce e rumorose nelle piazze di tutta Italia, avrebbe avuto la possibilità, più che “impadronendosi” dei canali televisivi, di avere l’attenzione desiderata Una astuzia che sembra avergli dato ragione.

 

Si è difatti presentato proponendo l’immagine di se stesso, con la “verginità” di chi non ha avuto dirette responsabilità dei fatti accaduti in passato, raccogliendo e cavalcando i sensi di sofferenza, intolleranza ed esasperazione che vivono grandissima parte dei nostri connazionali che da qualche anno non accettano più quel niente che la politica offre loro e si sono rotti i cojoni di essere guidati da politici corrotti (la stragrande maggioranza) e sempre meno affidabili.

Con la sua ambiguità, Grillo, è andato diritto per la sua strada. Insulta, inveisce, denuncia. Non si misura, rifiuta confronti e non presenzia ad incontri e pubblici dibattiti. Protesta e grida molto; elenca e dettaglia i fallimenti e gli errori del passato ma propone poco o niente e come il vecchio “Ginettaccio” Bartali anche per lui “gli è tutto sbagliato e gli è tutto da rifare”. Sostanzialmente non gli si può dare del tutto torto. E’ vero che non dice nulla di nuovo, ma intanto aggrega pericolosamente, fomentando il fermento, anche motivato che dilaga in tutto il Paese.

Mette paura? Certamente che mette paura. Soprattutto per quella quota di qualunquismo che è in lui e che sapientemente agita e perché la sua personale ed opinabile arrogante filosofia, più che le sue “battaglie” del resto in parte anche condivisibili nella sostanza, possono diventare altamente pericolose, qualora la sua “creatura”, prosperata nel vuoto della politica, dovesse risultare determinante, ma condizionante, per chi, fra poche settimane, avesse bisogno di una “mano” per governare.

Indubbiamente la volontà di Grillo di portare ad un rapido cambiamento di rotta è legittima, condivisibile e fin da troppo tempo inutilmente atteso. Un mutamento repentino, razionale e sostanziale, una metamorfosi che, almeno nelle intenzioni, è sostenuta della generalità di quanti, coinvolti in prima persona, se pur con diverse e dubbie volontà e capacità esecutive, si dicono pronti a procedere in quella direzione dopo l’esito elettorale.

Qualche anno fa anche mrs Margaret Thatcher, per rimettere a livello di galleggiamento la barca inglese giunta quasi alla deriva, si affidò allo slogan “It is time for a change”, puntando decisamente all’attuazione del cambiamento. Barack Obama, l’amico abbronzato di Berlusconi, per la campagna elettorale che portò per la prima volta un uomo di colore alla guida degli Stati Uniti, “change”, divenne la parola d’ordine del suo programma. Appena eletto, mantenne l’impegno assunto e dette inizio all’operazione salvifica. Ora, se vogliamo uscire dalle secche, è inderogabile copiare chi prima di noi ha deciso in tal senso, uscendone vincitore.

Il cambiamento, chiesto con grida e schiamazzi, sembra che siano solo i “grillini” a volerlo. In questa situazione di grande caos, evidentemente sono avvantaggiati, potendo proclamare la loro “illibatezza”, sbandierando il facile alibi del “noi non c’eravamo e non ci potete accusare di nulla”.

Tutto giusto, tutto vero? Non proprio.
Di Grillo si è detto, pur sorvolando su qualche suo non limpido trascorso. Della sua chiassosa “truppa” nulla si sa. Nessuno è a conoscenza delle singole origini; non si sa se sono extra terrestri, se provengono dalla luna o se magari sono umani come noi. Non sappiamo soprattutto dove andranno. Dei futuri eletti, che sembra possano essere anche tanti, non siamo in grado di affermare se saranno in grado di collaborare alla riscrittura dei canoni costitutivi del nostro Paese e se hanno effettivamente alle spalle un retroterra politico e/o amministrativo in grado di garantire un agevole esercizio dei compiti parlamentari che verranno loro assegnati.

Di certo, ad oggi, di questa armata di “dilettanti allo sbaraglio” si sa soltanto che si sono fatti avanti dando la propria disponibilità a candidarsi inoltrando il loro “curriculum vitae” tramite internet, valutati ed “arruolati” prendendo per buone le loro dichiarazioni. Sappiamo che sono in grandissima parte giovani e giovanissimi impreparati neofiti, largamente digiuni di quelle conoscenze e competenze in grado di “aprire il Parlamento come una scatoletta”, che è il primo “comandamento” dei precetti di emanazione grillina che sembrano riecheggiare quelli incisi sulle tavole delle leggi trasmesse da dio a Mosé sul monte Sinai. Intanto però Grillo ha spedito questi suoi discepoli ad apprendere almeno l’abc del “bravo parlamentare” dal docente di diritto costituzionale alla Luiss di Roma ed ex consigliere alla Camera dei Deputati, professor Nicola Lupo, proprio perché le sue “matricole”, con lezioni intensissime, possano acquisire almeno le prime norme delle procedure che regolano l’incedere dei lavori di Camera e Senato.

Sarà sufficiente questo breve corso accelerato di studio, in pratica una sorta di Bignamino, per consentire a questi giovanotti dalle belle speranze per acquisire anche soltanto un minimo di apprendimento delle metodologie e delle pratiche da seguire per non trovarsi in imbarazzante difficoltà, una volta assisi sui “comodi” scranni delle aule parlamentari?

Tutto ciò rappresenta l’imprevedibilità più assoluta e costituisce il più grosso problema del momento. Del resto alcuni di questi futuri parlamentari probabilmente avevano per traguardo anche solo l’ottenimento di un posto fisso in banca, altri aspiravano ad imbucarsi in qualche istituzione pubblica, altri ancora erano magari destinati a partecipare ad inutili concorsi ed a mettersi in fila per meritarsi un posto di lavoro da circa mille euro al mese, davanti ad una fotocopiatrice. Fra qualche giorno, beati loro, se pur con improbabili capacità operative, prenderanno il posto di quei tanti pigiapulsanti, voltagabbana, assenteisti, serventi gregari e ladroni, che sono stati in grado di cavarsela, anche con risultati molto vantaggiosi “pro domo loro”, nonostante la vigilanza, troppo spesso anche volutamente distratta, di quei “capibastone” che presenziano le aule parlamentari.

Non vorremmo tuttavia che questi “allievi”, forse anche volenterosi di mettersi al servizio del Paese, una volta superato l’accesso dei Palazzi romani, divenissero facile preda delle tante belve fameliche lì presenti e dagli stessi raggirati e fagocitati, decidessero di passare, armi e bagagli, alle “dipendenze” di questi “marpioni”, non resistendo alle loro allettanti lusinghe. Uno stomachevole malcostume, un “vizietto” corruttivo punibile per legge, purtroppo assai abituale ed indebellabile in Parlamento, al quale hanno ceduto, non da ultimi, Antonio Razzi e Domenico Scilipoti, tanto per fare due nomi a caso, che hanno rinnegato sia il loro mandato che tradito i propri elettori e, indossata la tunica di Giuda, si sono venduti al “nemico” per una manciata di euro.
O forse erano più di una manciata?

Il “candido” deputato Razzi, in verità, non ha avuto alcuna difficoltà, né la faccia da impunito, senza battere ciglio, ad ammettere pubblicamente che si trattò soltanto di trecentomila euro. Quelli che gli erano indispensabili per pagare il residuo del mutuo bancario, a suo tempo acceso, per l’acquisto della casa di famiglia.
Mica stupido l’onorevole metalmeccanico made in Switzerland!

Per fortuna, fra due giorni su questa bruttissima e volgare campagna elettorale, basata su insulti, falsità, illusioni, millanterie e promesse assurde, verrà posta finalmente la parola fine. Dopo lo spoglio delle schede, sapremo cosa ci attende.
Auguriamoci che non finisca con l’ingovernabilità del Paese o con qualche imbarazzante inciucio che rappresenterebbe la strada maestra verso quei condizionamenti e ricatti che aprirebbero inevitabilmente le porte alla fine della sovranità popolare.

Situazioni che purtroppo conosciamo bene e che, per le sofferenze economiche e morali che ci hanno arrecato, non vorremmo vivere di nuovo perché siamo stufi di prenderlo… in quel posto. Una locuzione idiomatica garbata e fine per evitare di usare il sostantivo culo. Che è indubbiamente più sconcio e sconveniente, ma che, pur tuttavia, rende meglio l’idea. Non certamente piacevole, né invidiabile, almeno per i più.
       

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