di Leonardo Caponi

PERUGIA - In un articolo della sua rubrica sul Corriere dell’Umbria, “la via Gluk”, Renzo Massarelli propone una possibile analogia di destino tra due vecchi quartieri di Perugia, Fontivegge e Monteluce, per i quali paventa il rischio di rimanere (nel caso del Bellocchio) e di diventare (in quello di Monteluce) quartieri monstre (nella dimensione perugina), vittime della propria incompiutezza, derivata da previsioni urbanistiche esagerate. I timori di Massarelli sono fondati.

   Fontivegge Bellocchio è il quartiere perugino che, forse meglio di ogni altro, rappresenta, nelle sue trasformazioni, la storia economica recente dell’Umbria e dei cicli, sarebbe meglio dire delle epoche, che l’hanno caratterizzata. Nella prima metà del secolo scorso, a prevalenza ancora agricola, era il quartiere cosiddetto degli “ort’lani” (che vendevano frutta e verdura da loro prodotta al mercato coperto) e sede del grande stabile del Consorzio Agrario, che immagazzinava grano e derrate alimentari di tutta la provincia. Questi insediamenti hanno convissuto a lungo con le prime grandi realtà industriali perugine ed umbre, la Perugina, il Poligrafico Buitoni e la Colussi, prima di cedere interamente il campo a queste ultime. Il segnale, per così dire, dell’avvio di un deciso cambio d’epoca dall’agricoltura all’industria nel secondo dopoguerra, fu la chiusura del Consorzio e la destinazione del grande capannone di Piazza Vittorio Veneto a rimessaggio e manutenzione delle “filovie” della Saer, quando queste furono chiamate a sostituire i romantici, ma (ritenuti) superati,  tram a rotaia nei collegamenti col centro. Fino all’inizio degli anni ’70 la residenzialità perugina era ancora massicciamente concentrata nel centro storico e piuttosto scarsa a Fontivegge Bellocchio, prevalentemente contenuta in quelle caratteristiche case di pietra, a uno o due piani, che si vedono ancora oggi, spuntate tutte insieme negli anni ’30 nella campagna intorno alla stazione ferroviaria e agli stabilimenti agricoli e industriali.

   La prima grande metamorfosi del quartiere risale alla progettazione e realizzazione di quello che avrebbe dovuto essere il centro direzionale, metà anni ’70, operazione di indubbia speculazione fondiaria, forse discutibile sul piano delle previsioni urbanistiche e delle capacità espansive dell’economia cittadina, ma trasparente e sostanzialmente giusta,  finalizzata com’era, col consenso di tutta la città, a trovare i nuovi spazi di cui la città stessa aveva bisogno e a dare impulso (tentativo rivelatosi, aihmè!, poi vano) al principale complesso industriale e occupazionale dell’epoca.

   Ma l’involuzione, per così dire, e i guai per il quartiere datano ad anni successivi ed a noi molto più vicini. Sono gli anni nei quali, dopo l’avvento della società del terziario, in corrispondenza con i processi di finanziarizzazione dell’economia e di dominio del mercato, l’area Fontivegge Bellocchio è invasa da un’offerta urbanistica, commerciale e abitativa (calata su una rete infrastrutturale vecchia di decenni) di gran lunga superiore alle possibilità reali di assorbimento, anche perché contemporanea a processi uguali diffusi in altre aree esterne della città.

    Insieme al gigantismo che, se non viene bloccato, è destinato a oltrepassare i limiti della sensatezza  (come si fa a pensare di ultimare lo “steccone”?!, per farne che, con tanti palazzi mezzi vuoti?!) Fontivegge e il Bellocchio hanno pagato in questi ultimi anni la persistenza di una ambiguità e di una indeterminatezza mai risolte sulla propria “identità”. Non sono aree “direzionali”, ma non sono nemmeno commerciali, né abitative se non nel senso di dormitori. C’è di tutto un po’ e non c’è niente di completo e lo stesso “disordine” interno al quartiere, che andrebbe corretto, ne è la prova evidente. Oggi Fontevegge Bellocchio è un quartiere in grandissima sofferenza, congestionato e senza socialità, caotico e deserto a seconda delle ore e delle zone, degradato e insicuro in parti anche estese e niente affatto marginali, come è, per dirne una, quel vero e proprio scandalo, indegno per una città come Perugia, rappresentato dal sottopasso tra via del Macello e la stazione ferroviaria.

   Ora, si possono fare tutti gli scongiuri del mondo, ma le possibilità che la nuova Monteluce faccia la fine di Fontivegge sono consistenti. In discussione non è la qualità architettonica del progetto che è ottima. Ma gli interrogativi (e le analogie con l’altro quartiere) sono molti. Innanzitutto l’idea che un complesso del genere possa gravare su un’unica arteria stradale, la via Eugubina, che già ai tempi del vecchio ospedale era in gravissima sofferenza, non può non destare perplessità. Poi, di nuovo, ricorre la questione della sovrastima dell’offerta commerciale e abitativa e della qualità di quest’ultima. E’ realistico pensare, nel contesto economico nazionale e perugino di questi tempi e in una prospettiva di medio o anche lungo periodo, che possa nascere a Monteluce un complesso commerciale di dimensioni analoghe a quelle, per capirsi, dell’Ipercoop di Collestrada?! E’ pensabile che il mercato delle abitazioni, in una città già satura di cemento, possa assorbire centinaia di nuovi appartamenti la gran parte dei quali di edilizia non convenzionata, cioè a prezzi liberi di mercato e quindi prevedibilmente inaccessibili ai più? E, a questo proposito, è stato giusto aver programmato i due terzi degli immobili abitativi per questa tipologia e solo un terzo per l’edilizia popolare? Certo lo strumento prescelto del fondo di investimento funziona (funziona?!) solo a condizione di poter promettere una forte speculazione; ma questo non contrasta con una esigenza di regolazione del mercato, contrasto che, tradotto in concreto, significa aumento significativo e ingiustificato dei costi per i futuri acquirenti?

   Insomma, ha ragione Massarelli; il rischio che anche la nuova Montenluce, come il centro direzionale di Fontivegge rimanga un sogno incompiuto e brutto, è molto evidente. Ma non era meglio se i resti del vecchio ospedale se lo prendevano le case popolari, gli Ater, e gestivano una ricostruzione dimensionata nelle cubature e nei costi, per ripopolare il quartiere e dare appartamenti alle tante giovani coppie perugine che, per trovare casa a prezzi accessibili, sono costrette ad andare in lontane, spesso anonime e deprimenti periferie?

Condividi