C'era una volta, sul pendio di una collina umbra  un "ladro di lavoro": girava e rigirava tutta la zona impartendo consigli e suggerimenti. L'uomo, alto e vecchio, dal viso rugato e con le mani in tasca, sbirciava sempre gli occhi dei giovani abbindolati con illusioni e promesse vane, in cerca di un lavoro. Li guardava, quasi con commiserazione, superando con lo sguardo la linea superiore delle lenti. Come a dire: "Io...ti guardo... Non tu ... tu non sei nessuno ....".

 

Nel paesino tutti lo conoscevano: non tanto perché facesse davvero qualcosa ma perché lo si vedeva ovunque. Il più delle volte in televisione a parlare di sport e nessuno sembrava voler ricordare che lavorava nelle assicurazioni. Vi lavorava da oltre 20 anni ma per tutti quest'uomo faceva tutto: per questo lo chiamavano sussurrando "ladro di lavoro". Ovunque  lui passava, non restava alcun gruzzolo da racimolare, nessun lavoro da fare. L'uomo, alto e vecchio, passava e nulla era come prima. Tutti lo guardavano andare via, guardavano che aveva portato via il poco lavoro che c'era da fare ma i padri prendevano i giovani per il braccio e li riportavano a casa, rassegnati.

Quando l'uomo, alto e vecchio, guardò un giorno l'ospedale della collina, gli abitanti del paesino capirono che era giunta la fine. Corsero a recuperare i figli, anche se già grandi, di trenta, quarant'anni: li caricarono di peso sul carro del bestiame e fuggirono via. "Zitti, zitti" sussurravano i genitori, "State zitti, altrimenti quest'uomo ruba il lavoro e la pensione anche a noi": e i giovani abbassarono gli occhi. Quel dito in verticale sulla punta del naso non veniva mai tolto.

 

Ma proprio quel giorno, un pugno di sopravvissuti, giovani senza famiglia ma disperati perché senza lavoro, rimasero lì, nell'ospedale e in una stanza, si ritrovarono soli con quell'uomo, alto e vecchio. Ad uno ad uno passarono in una seconda stanza dalla quale non si vedevano uscire. E poco prima che fosse il turno del "ladro di lavoro", di entrare nella seconda stanza dove c'erano i grandi Maghi della salute, una donzella giovane e carina provò a dire alla compagna occasionale più anziana di lei: "Mamma mia, io sola qui, accanto a voi con tante virtù". "Non ti preoccupare" rispose la ragazza più anziana "stare qui ti può portare soltanto fortuna ... Se non avrai paura".

In quel momento, un raggio di sole illuminò gli occhi scuri della ragazza più anziana e subito dopo, ci fu un silenzio surreale. La giovane entrò nella seconda stanza e sicuramente poco dopo uscì sorridente ma nessuno la vide: soltanto la donna più anziana udì la sua risata. E l'uomo, alto e vecchio, si fece scuro in volto. Fu chiamato a sua volta nella stanza dei Maghi: entrò trascinandosi dietro tutto il peso della tristezza dei giovani aspiranti ad un lavoro.

 

Nella prima stanza sui visi dei giovani rimasti, un sorriso liberatorio, sospiri e sguardi sereni per il solo fatto che il "ladro di lavoro" non fosse più lì tra le stesse mura, lì al fianco dei giovani in cerca di lavoro. Ma come in tutte le fiabe, ci vuole davvero tanto per arrivare al lieto fine. E anche questa favola non fa eccezione. L'uomo, alto e vecchio, - entrato in quella stanza - intimorì i presenti che ascoltavano uno ad uno i giovani in cerca di lavoro. Nessuno sa cosa il "ladro di lavoro" disse in quella stanza. Nessuno tranne i presenti. E i giovani che cercavano un lavoro non erano lì. Erano rimasti fuori, nella prima stanza dell'ospedale.

L'uomo, alto e vecchio, dopo poco lasciò la seconda stanza. Nessuno lo vide uscire ma la prima neve d'inverno si stava sciogliendo. Divenne ghiaccio. Ad uno ad uno lasciarono l'ospedale anche gli altri giovani in cerca di lavoro. Così dopo poco anche la più anziana. Nell'aria c'era una strana atmosfera. Il ghiaccio entrò nel cuore dei giovani che rientravano nella notte a casa. I camini quella notte sembravano non scaldare nessuno degli abitanti della collina. Il giorno dopo un'enorme tristezza colpì la collina dell'ospedale. Piano piano tutto il paese si avvolse di nebbia fitta e tristezza. Tanta tristezza: tutti sapevano, tutti capirono che l'uomo, alto e vecchio, non aveva lasciato dietro di sé nulla per altri. Ancora una volta aveva rubato il lavoro.

 

Passarono i giorni, passarono le settimane: chi scriveva a Babbo Natale chiedeva a lui di spiegare al "ladro di lavoro" che se si è vecchi e si è già lavorato per una vita, non è proprio il caso di rubare il lavoro ai giovani. Chi, invece, chiedeva consiglio ai folletti, alla famiglia e agli amici si sentiva rispondere sempre in modo vago, sempre più vago: che le cose vanno così, che "il ladro di lavoro lo conoscono tutti", "che anche le pietre sanno chi è". La giovane donzella così si rivolse alla Befana: la immaginò con il viso della donna più anziana che aveva incontrato quel giorno. Non perché fosse brutta, ma perché nei suoi occhi aveva letto la speranza. Una vana speranza ancora non spenta – nonostante gli anni ed una vita dura  – di ricevere dignità e rispetto.

La donna più anziana colse nella nebbia il messaggio della giovane. "Io, giovane amica – le scrisse sulle nuvole – posso poco ma insieme, tutti insieme, possiamo molto per liberarci del "ladro di lavoro".  "Ma come possiamo fare?" chiese la giovane. "Semplice", rispose la donna: "Portate il ladro di lavoro davanti al Drago, il giudice del paese, raccontate cosa succede: se saremo insieme, il lavoro sarò nostro". Dalle nubi uscì un raggio di sole che colpì uno ad uno il volto dei giovani sopravvissuti che, quel giorno, erano nell'ospedale.Uno ad uno, formarono un gruppo, e tutti insieme andarono dal Drago ma il Drago esitava: aveva paura, troppi impegni o forse timore di perdere anche lui il suo lavoro? Forse ... ma fu soltanto un attimo: ascoltò i giovani, li guardò negli occhi. Poi, si rivolse al "ladro di lavoro" che era giunto lì di corsa, richiamato dal vociare delle genti del paese, tutti accorsi per capire da dove giungevano il coraggio e la forza di quei giovani, proprio davanti al Drago.

 

Il Drago - davanti ai giovani che raccontavano sempre più a voce alta, sempre più concitati, cosa fosse accaduto in paese negli ultimi anni - stavolta non esitò: "Ascoltami bene – disse – tu, "ladro di lavoro". Lo sanno tutti, stai rubando il lavoro. Stai rubando a tutti il lavoro, ai genitori, ai nonni e ai figli. Lo stai rubando ai giovani. E non stai rubando solo il lavoro. Gli hai già rubato il futuro perché sono anni che togli a tutti la possibilità di guadagnare. Ora basta. Sei vecchio e se non ci sei già in pensione, ti pensiono io perché non hai neanche la metà dei titoli che ha il più giovane tra coloro che si sono rivolti a me".

Un'ovazione accolse la decisione del Drago. Ma il "ladro di lavoro" non si turbò affatto: "Vedremo, non sei l'unico Drago, andrò da un altro!". Ma stavolta il Drago si arrabbiò proprio: "Ma vai dove vuoi, a raccontare quello che vuoi! Basta che te ne vai! Per una vita ci hai preso in giro e basta ascoltare quello che dici per capirlo. Ora basta! Fai fai fai. Non esisti solo tu. Anche gli altri devono lavorare. Questo lavoro non è tuo e non l'avrai". La collina tremò: la gente era scesa tutta in strada, a festeggiare,  tra le onde di un pensiero di rinascita che si impadroniva dei cuori, si impossessava delle menti. E tra le onde di fresca brezza tutti i padri e le madri, gli zii e i nonni corsero ad abbracciare figli, fratelli, sorelle, amici, conoscenti e bambini, quei pochi nati negli ultimi anni, che, per la prima volta, giocavano e si chiamavano a gran voce. Tutti tra le onde di fresca brezza color arcobaleno, altissime ed avvolgenti.

 

C'era una volta, sul pendio di una collina umbra, un vecchio "ladro di lavoro": oggi grazie al Drago e al coraggio dei giovani in cerca di lavoro, il lavoro è di chi lo merita.

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