UN’IDEA CONDIVISA -  Non usa mezzi termini Joseph Stiglitz,economista e premio nobel nel 2001, per lanciare l’ennesima stoccata alle politiche economiche europee. Oggetto delle forti critiche, neanche a dirlo, è l’atteggiamento condiviso da politici e tecnici che mira ai tagli della spesa pubblica e a maggiori imposizioni fiscali.

 

L’austerity ha suscitato negli ultimi anni grande fascino a partire dai confortanti risultati ottenuti dalla corazzata tedesca, guidata da quella che per molti è ormai la moderna lady di ferro. Ma ormai, per il premio nobel 2001, è ora di cambiare rotta verso un futuro incentrato sulla crescita. Le recessioni di Spagna e Grecia sono un chiaro esempio di quanto sopra accennato: oberate dal debito sono cadute in una spirale dalla quale ad ora non si vede via d’uscita. I segnali positivi espressi dal mercato in occasione della ratifica del fiscal compact sono stati soltanto un palliativo, un sospiro di sollievo per una situazione in via di stabilizzazione. A detta di Stiglitz ”se la Bce continua a fare delle politiche di austerità la precondizione per le sue operazioni di finanziamento, questo si tradurrà solo in un aggravamento delle condizioni del paziente“. Il paziente, neanche a dirlo, è l’Europa intera ed in particolare quella mediterranea che più di altre sta subendo gli effetti di politiche che mettono giornalmente a dura prova la coesione sociale.

A SCUOLA DA KRUGMAN - La denuncia arriva a pochi mesi di distanza dalle dure parole di Paul Krugman, premio nobel, economista e saggista statunitense, che in un lungo e feroce editoriale sulNew York Times faceva tabula rasa dell’approccio austero usato in Europa per combattere la crisi. Comune denominatore dei due tra i più grandi opinionisti economici è il timore dei tassi di disoccupazione che in molti paesi hanno da tempo raggiunto la doppia cifra. Krugman afferma nel suo editoriale: “Molti pensano che i cittadini spagnoli e greci stiano semplicemente rimandando l’inevitabile, protestando contro sacrifici che, di fatto, devono essere fatti. La verità è, invece, che chi protesta ha ragione. Una maggiore austerità non servirà a nulla; i veri irrazionali, in questo contesto, sono i c.d. “seri” politici e funzionari che chiedono altri sacrifici.”.

 

Inoltre è tutt’ora difficile dimostrare che la reale causa della crisi spagnola e greca sia da ricercare nel deficit-spending dei rispettivi governi mentre più semplice è intuire che i continui tagli alla spesa pubblica adottati in economie recessive non facciano altro se non alimentare la sfiducia degli investitori stranieri aumentando la percezione di un prevedibile declino.

Intanto in Grecia, nonostante il memorandum della troika che ha imposto nuovi strumenti normativi anti-evasione, si apprende che l’erario non è riuscito ad incassare per inefficienze burocratiche e mancanza di personale ben 12 miliardi soltanto nei primi dieci mesi del 2012. Secondo un report pare probabile che le perdite aumenteranno nel 2013 considerato l’aumento delle tasse tutt’ora in corso e il governo a malapena riuscirà a recuperare il 20% di questa somma. Di certo un segnale poco incoraggiante per i creditori internazionali in attesa di fare cassa sulle spalle del popolo greco, nonché un’efficace cartina di tornasole per evidenziare un default di fatto già verificatosi.

 

MONTI E LE PROMESSE ELETTORALI - Mentre in tutta Europa, compresa l’Italia, il malcontento popolare incalza sotto i colpi di un disagio economico e sociale crescente fino a livelli da dopoguerra, il senatore Monti insiste propagandando politiche di austerity nel tentativo di convincerci della necessità di quest’ultima per sfuggire definitivamente al morso della crisi. Coadiuvato dallo spettro di Berlusconi e dallo spauracchio dello spreadche pare segua i suoi progressi elettorali di pari passo, è riuscito ad infondere un timore tale da far auspicare a molti una sua elezione per proseguire in un processo di stabilizzazione.

Purtroppo per noi, sembra che la parola “crescita” sia del tutto estranea alle logiche dei “tecno-politici” generosamente offertici dalla Bce e la speranza di cambiare rotta verso un futuro fatto di politiche sociali, ambientali e lavorative degne di questo nome è, sempre più, un’utopia. Ma forse, come dice Krugman, “La cosa peggiore è che molti elettori credono a questa storia, in gran parte perché è ciò che i politici hanno raccontato loro.”

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