Orvieto: se si procede così anacronisticamente, non vi sarà più uno sviluppo
In economia le fluttuazioni cicliche posseggono un elevato quoziente di validità fisiologica solo quando, a periodi depressivi, si alternano periodi espansivi con periodicità costante; quando invece ciò non accade, il quadro economico complessivo decade nel patologico ed è, purtroppo, quello che sta avvenendo in Orvieto e nel suo circondario.
Finita la “età dell’oro” con la chiusura del ciclo delle grandi opere pubbliche degli anni sessanta e settanta del secolo scorso, esauritosi l’effetto propulsivo della “Legge Speciale” per il consolidamento del masso tufaceo e rupestre, venuta meno la massiccia presenza in città del personale militare dell’Esercito e dell’ Aeronautica, la nostra economia è caduta nel precipizio di una marcata sofferenza e, ad oggi, non sembrano intravedersi valide vie d’uscita almeno nell’immediato.
Assistiamo, inoltre, ad un fenomeno che ha veramente dell’incredibile: nel momento del pericolo per tutti, logica vorrebbe che si unissero le forze disponibili mentre, sta accadendo, esattamente il contrario. All’unità d’intenti dell’imprenditoria agricola, artigiana, della piccola e media industria, del terziario tradizionale ed avanzato assieme all’unità della politica sulle grandi scelte strategiche, rappresentata in quei frangenti quasi esclusivamente dalle forze cattolico-democratiche e social-comuniste, si contrappongono nell’odierna attualità profonde divisioni non solo tra settori e comparti antinomici, ma anche all’interno di singole categorie omogenee e che generano, inevitabilmente, aspre conflittualità e financo episodi di concorrenza ai limiti estremi della lealtà.
Di motivi, a fronte di codesti mutamenti di stampo sociologico, ve ne sono in abbondanza e possono principalmente individuarsi nella persistente e robusta contrazione della domanda di beni e servizi dovuta alla crisi economica generale che si ripercuote, a livello locale, soprattutto per effetto di una più specifica crisi di natura politica e partitica, sociale e culturale fino anche a toccare la sfera della religiosità, nella duplice componente della gerarchia ecclesiastica e del popolo dei credenti.
Pare di assistere ad una lotta senza quartiere e spesso all’ultimo sangue di tutti contro tutti, nella illusoria convinzione che l’abbattimento del concorrente possa salvaguardare le ragioni della propria sopravvivenza.
Niente di più errato: la verità va ricercata nella acuta arretratezza culturale dei ceti dirigenti, politici e imprenditoriali, in quanto privi di idee originali ed innovative, incapaci di contrastare efficacemente le deleterie rendite di posizione corporative e conservative, impreparati ad affrontare il rischio di riconversioni aziendali in funzione delle nuove domande provenienti dal mercato interno ed estero, riluttanti infine a comprendere che la stagione della sola edilizia o delle sole attività estrattive sta volgendo inesorabilmente al tramonto se, non già, sia defunta e sepolta.
Bisogna allora guardare altrove e, dopo un’attenta analisi delle varie criticità, predisporre un lungimirante quadro prospettico di serie e razionali proposte, basate su una piattaforma programmatica dalla quale emergano progetti di sviluppo futuro idealmente ambiziosi e concretamente praticabili.
Valga, ad esempio, il seguente correlato da cui non potranno prescindere le menti più lucide e più al passo con i tempi: il turismo nelle sue varie articolazioni, da sempre uno dei volani dell’economia orvietana, ha nel centro storico della città il proprio punto di maggiore attrattiva ed è, quindi, da qui che occorre ripartire attraverso un ripensamento globale per quel che concerne le sue attrazioni monumentali, artistiche e storiche.
Di una certezza, per concludere, debbono però convincersi le Orvietane e gli Orvietani: la governante amministrazione civica di centrodestra e la precedente di centrosinistra sono parimenti responsabili dello scadimento complessivo della realtà cittadina. La seconda per aver affossato l’unico fattibile progetto di trasformazione e valorizzazione del nostro più consistente “Bene Comune” rappresentato dagli immobili della Piave; la prima per essere stata incapace di produrre una benché minima idea alternativa in tale direzione.
Mario Tiberi
P.S. : lo scrivere di questi angustianti argomenti mi offre comunque l’occasione, anche se mestamente, di rivolgere a Voi tutte e a Voi tutti i miei più fervidi auguri di serene e santificate Festività.




Saturday
29/12/12
11:02
La realtà socio economica orvietana andrebbe analizzata analiticamente in tutte le sue componenti per avere un quadro utile ad una analisi seria ed approfondita.
Purtroppo spesso la politica fa derivare le sue decisioni da "sensazioni" e non da analisi approfondite che richiedono una mentalità scientifica e una predisposizione alle valutazioni statistiche.
Probabilmente le troppe tabelle che parametrano le diverse realtà socio economiche locali sono ostiche a quei politici che, per natura, fossero portati ad agire per istinto e non scientificamente.
La questione diventa più articolata e difficile da capire se si dovessero mettere in luce anche le variabili regionali, nazionali, europee e mondiali che condizionano in qualche misura l'economia e la società Orvietana.
E' un po' semplicistico fare valutazione "a pelle", seppure spesso chi è del luogo ci azzecca, poiché ha già "naturalmente" metabolizzato una gran mole di dati sulla realtà locale vivendo nel quotidiano il contatto con la gente i luoghi e le mentalità locali.
Ma non è di metodi di analisi che conducono a corrette scelte strategiche di cui vorrei parlare, ma su un fatto ancor più importante, perché determina il tipo di politiche per risollevare le zone depresse.
Nell'interessanti valutazioni di Mario Tiberi (a cui ricambio gli auguri a nome di tutti i lettori) mi pare traspaia una delle due concezioni possibili per lo sviluppo locale: quella "accentrocentrica".
Mi spiego. Ci sono due modi per favorire lo sviluppo di una zona o di una collettività. La prima é quella di dire alle popolazioni locali cosa fare e dove indirizzare le risorse disponibili dopo averle analizzare nel contesto articolato in cui si sviluppano.
La seconda é quella di assecondare le vocazioni naturali delle popolazioni stesse anche se fossero scollegate dal contesto futuribile e quindi andassero apparentemente in controtendenza.
Nel primo caso le scelte danno risultati se si azzecca l'analisi. Nel secondo caso danno sicuramente risultati, quantomeno nell'immediato, perché coinvolgono la gente in prima persona in progetti in cui credono fermamente, seppure fossero errati. Bisogna anche ricordare che la storia è piena di azioni di successo intraprese in controtendenza.
Per la verità ci sarebbe anche una terza ipotesi: quella che il pubblico effettuasse una analisi (oggi si direbbe di marketing strategico) con spirito di servizio al solo fine di mettere a disposizione dei suoi cittadini intraprendenti informazioni per scoprire e favorire le tendenze in atto e i probabili scenari futuri per mostrare loro le più probabili azioni imprenditoriali e assecondarli in ogni modo per favorire il successo delle LORO iniziative imprenditoriali senza metterci il naso.
Una sola cosa sarebbe, a mio parere, certamente sbagliata: se il pubblico si mettesse a fare l'imprenditore o peggio se dicesse agli imprenditori cosa dovrebbero fare. Ecco il morivo della critica. Mi pare che sia quest'ultima concezione che traspare dall'articolo.
Inutile quindi che il Comune studi come riconvertire la caserma Piave, si limiti a valutare i contesti più ampi in cui l'iniziativa si colloca.
Saranno gli imprenditori interessati che valuteranno e proporranno le loro iniziative se vi intravedono risvolti economici positivi.
L'ente pubblico si limiti a garantire pari condizioni per tutti ed assecondare l'iniziativa imprenditoriale qualunque essa sia. Se questa fosse collocata in uno scenario futuro azzeccato l'iniziativa avrà successo , al contrario cadrà come cadono le iniziative imprenditoriali poco richieste dal mercato.
Poco male. Se ne studierà un'altra, ma nel frattempo l'economia locale si sarà mossa dalla stagnate situazione di indecisionalità cronica i cui si trova.