di Leonardo Caponi

PERUGIA - L’ultimo giorno di novembre, venerdi 30, è stato, ufficialmente, anche l’ultimo giorno di vita delle Comunità Montane. Era davvero un ente inutile o, semplicemente, il più debole anello della catena degli enti pubblici? A partire dal primo dicembre il personale dipendente, costituito da alcune centinaia di persone, per non essere licenziato, ha potuto optare tra la nuova Agenzia forestale regionale, che riassumerà i compiti dell’organismo disciolto, o le Associazioni dei Comuni. La gran parte di essi ha preferito la continuità dell’impegno professionale. C’è però grande preoccupazione per il futuro, poiché si ritiene che i vincoli posti dal legislatore regionale all’Agenzia, per far posto al “mercato”, possano, in realtà, pregiudicarne la prospettiva di vita e, in quel caso, non esisterà nessun altro paracadute per evitare la perdita del lavoro.

   Le Comunità Montane hanno segnato un’epoca. Nate, in realtà, come strumenti per una politica assistenzialistica verso le aree marginali montane del centro sud del nostro Paese, in Umbria, a partire dalla metà degli anni ’70, hanno vissuto un processo di modernizzazione di compiti e programmi fino a diventare complementari a una stagione di sviluppo economico e di relativo benessere nella quale l’affermazione dei temi ambientalisti faceva da corollario ad interventi concreti per il recupero, l’allestimento e la manutenzione di boschi, aree verdi pubbliche e giardini privati.

   L’esperienza della Comunità Montana di Perugia e dei Colli del Trasimeno è, da questo punto di vista, illuminante. Ente sconosciuto ai più (ospite all’inizio di un angusto e nascosto ufficio nel Comune di Piegaro) nel giro di pochi anni, dopo il trasferimento della sede e con una mole ingente di lavori ed interventi, riuscì ad imporsi all’attenzione e alla “domanda” di un vasto pubblico, entrando, a proposito di tutte le materie inerenti il “verde”, nel senso pubblico comune e conquistando, è il caso di dirlo senza che sembri esagerato, un posto nella cultura della città. I suoi autoveicoli e i mezzi da lavoro, in transito o parcheggiati, sono entrati a far parte del panorama perugino e dei suoi luoghi di culto ambientalista e di dilettantismo sportivo. Oggi quei mezzi avranno un’altra insegna, ma forse, non sarà più la stessa cosa.

   La Comunità Montana eseguiva i rimboschimenti di grande aree, prestava assistenza – prima gratuita, poi a pagamento - ai giardini e alle aziende private, curava le aree verdi pubbliche grandi e piccole, rilasciava (o negava) autorizzazioni all’impianto o all’abbattimento di alberi, sviluppava o contribuiva a sviluppare nuove colture, come fu per l’impianto sperimentale di produzione del kiwi all’isola Polvere del Trasimeno. Nei sobborghi della città, la Comunità Montana ottenne l’incarico di acquisire alla proprietà pubblica, di realizzare e gestire il Parco naturale del Monte Tezio, montagna cara ai perugini e alle loro tradizioni, luogo di ristoro, sede di escursioni verso un panorama mozzafiato e di una seguita e affollata festa annuale, denominata appunto Festa della Montagna.

   Forse è stato per questi meriti, o forse per il semplice fatto di occuparsi di temi gradevoli e graditi come il verde e la natura, che la Comunità Montana è stato uno dei pochi enti pubblici a non essere preso di mira da un discredito diffuso e bersagliato da grandi critiche. Forse qualche merito ce l’avranno pure avuto gli amministratori che si sono succeduti negli anni, i tecnici e i dirigenti, gli “amministrativi” e i forestali che, fino a tempi abbastanza recenti, prestavano la loro opera in maniera affatto anonima e spersonalizzata, ma con entusiasmo, come in una grande famiglia.
    La Comunità Montana è rimasta vittima non dei suoi errori e dei suoi “sprechi”, ma della politica rigorista e recessiva dei banchieri europei che sta portando al collasso il nostro Paese e gran parte del continente e di una isteria antipolitica e antistituzionale che rischia di fare di tutta un’erba un fascio. Finisce lasciando un buon ricordo, e questo è comunque un segno di consolazione e di speranza per il futuro.

da Il Corriere dell'Umbria del 4 dicembre 2012

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