Il successo di Renzi: non tutto il male viene per nuocere
di Leonardo Caponi
PERUGIA - Nelle ex regioni rosse c’è una componente di protesta e critica al sistema di potere, che va incoraggiata
Siamo sicuri che il successo riscosso da Matteo Renzi sia del tutto negativo? Personalmente ho nutrito e nutro nei confronti della figura del sindaco di Firenze una avversione politica fortissima che ho più volte espresso in articoli molto duri, come sa chi ha avuto la bontà di leggerli, apparsi in questa stessa testata. Blairiano, liberista, demagogo, prodotto del ventennio berlusconiano: sono alcuni degli epiteti coniati a sinistra nei suoi confronti. Tutti giusti. Però!...
Però, forse, occorre fare una distinzione tra Renzi e il suo elettorato o almeno una parte importante di quest’ultimo e tra il suo programma e l’ispirazione col quale è stato condiviso dai votanti alle primarie del centro sinistra. Mi pare un campo da indagare con attenzione, anche se può costare lo sforzo di rimuovere una avversione culturale profonda e quasi “fisica” nei confronti del bellimbusto rottamatore e anche di certi suoi rappresentanti nei territori. Però liquidare il suo risultato come una pura e semplice vittoria della destra del centro sinistra e come l’imposizione di un’ipoteca insormontabile sul futuro governo di questo schieramento, mi pare un errore da non fare, o meglio, che la sinistra non può fare.
Si potrebbe scoprire che le componenti del successo di Renzi sono molteplici, complesse e di segno non univoco. Mi pare che una di queste componenti, e tutt’altro che secondaria, sia quella del classico (oggi va tanto di moda) voto di protesta. Protesta per che e verso cosa? Chi vive e opera nelle ex regioni rosse può avere una percezione più lucida e netta di questo dato. In questo ambito, l’Emilia è un caso a parte, probabilmente per fedeltà a Bersani e la speranza di avere un governo “amico” per la ricostruzione dal terremoto. Ma non c’è dubbio sul fatto che in Toscana, Umbria e nelle Marche il voto a Renzi suoni come una critica ai governi locali imperniati sul Pd e alla nomenklatura che li governa. Ma soprattutto questo voto esprime una insofferenza (della quale già da tempo vi erano sintomi evidenti) verso un sistema di potere arcaico e chiuso la cui arroganza, intolleranza alle critiche e il cui arroccamento sono cresciuti in questi ultimi anni a misura di un progressivo indebolimento. La fotografia del Pd oggi, nelle regioni di storico insediamento della sinistra, non mostra una bella immagine. Sul partito prevale un sistema di potentati personali e territoriali contraddistinto, spesso, da furibonde lotte intestine. C’è una gestione del potere nella quale, al contrario dei principi proclamati, a merito e competenze fanno aggio logiche di appartenenza e fedeltà sempre meno giustificate fino a divenire odiose e mal sopportate. Le stanze del palazzo sono sostanzialmente distanti e spesso chiuse, come dappertutto, alla partecipazione popolare: cominciano a configurarsi, per una opinione diffusa e crescente, come una cappa dalla quale liberarsi. Cova da tempo quella che potrebbe essere definita una crisi di regime, alla quale il centro destra, per fortuna della sinistra, non ha mai saputo dare (per il suo stesso modo di essere) una alternativa convincente. Che il “renzismo” offra una risposta sbagliata, per molti versi finta e demagogica, è un altro paio di maniche, ma l’elemento sicuro è che si dimostra capace di intercettare un disagio e una sentimento “popolare” diffusi.
Che vuol dire questo? Che bisogna cambiare opinione su Renzi e sulla politica che propone? No, naturalmente; bisogna continuare a combatterle, però si deve tentare, come dire?, di interloquire con il tema che il suo successo propone. La sinistra (anche questo problema in realtà era aperto da tempo) è chiamata a cambiare la sua adesione a pratiche politiche che la hanno omologata a tutti gli altri. Lo deve fare sia come forza di governo nelle istituzioni locali che amministra, sia nel campo della politica nazionale. Deve valutare meglio i propri interlocutori e raccogliere la sfida della affermazione (o se si vuole del ritorno) di un costume nuovo del fare politica.
Va infine valutato se la componente renziana potrà sul serio essere una falange compatta capace di condizionare da “destra” il centrosinistra o se le stesse attese, che ha a modo suo suscitato, potranno aprire nuove contraddizioni al proprio interno e in quella coalizione. Propendo per questa ultima ipotesi. La storia non finisce mai, è un processo dialettico, come ci hanno insegnato i maestri del nostro pensiero. Il problema è cogliere ogni possibilità che si apre per spostare la ragione e il consenso dalla propria parte.




Wednesday
28/11/12
20:55
Finalmente - a sinistra - c'è qualcuno che prova a dare una risposta meno superficiale al "fenomeno Renzi". Era ora, dato il considerevole ritardo che la sinistra ha accumulato rispetto all'evoluzione sociale ed economica del paese, attardata ancora a "consolarsi" con certezze che da granitiche sono da tempo diventate sabbia esposta ai venti.
Purtroppo - suppongo perchè troppo condizionati dall'antipatia che il personaggio genera o forse dal timore di "rompere" eccessivamente con il pensiero dominante nei partiti(ni) di sinistra - non si ha il coraggio o la volontà di andare oltre alla superficiale riduzione del fenomeno ad insofferenza verso la "nomenclatura" territoriale (e non solo) del PD(esercizio che sicuramente risulterebbe utile ad aiutare la sinistra ad uscire dall'arretratezza politico-programmatica in cui si trova, certificata da un distacco dell'elettorato tale da averla ridotta alle soglie dell'estinzione) e si preferisce rifugiarsi nel più sicuro ed illusorio autocompiacimento che si sia davanti ad una rottura nell'elettorato del PD (dalla quale magari avvantaggiarsi elettoralmente, mentre l'elettore del centrosinistra potrà al limite astenersi dall'esercizio del voto, ma non certo lo orienterà a sinistra considerando le attuali forze politiche che la compongono sostanzialmente inutili. Come - quasi - effettivamente è). Chiedersi, ad esempio, se i notevoli cambiamenti nella composizione della forza lavoro in Italia degli ultimi 20 anni (oramai per quasi la metà del totale occupata nel settore dei servizi con contratti precari privi di tutele o partite Iva e la metà dei lavoratori dipendenti del settore privato occupati in aziende con meno di 15 dipendenti dove i diritti e le tutele sono ridotti e facilmente aggirabili, data la possibilità di licenziare anche senza una giusta causa) non dovrebbero farci interrogare sull'opportunità - nel contesto economico attuale - di rivedere le modalità di accesso al sistema del welfare per allargare l'inclusione (operazione che realisticamente - a differenza della demagogia imperante a sinistra sulla materia - può concretizzarsi solo con una re-distribuzione delle risorse, non sussistendo alcun margine per implementarle) guardando con più attenzione (anche criticamente) ad un sistema di flex-security come il programma di Renzi prevede (tanto per fare un esempio sui contenuti di cui questi è portatore e che rappresentano - invece - una delle principali ragioni del consenso ottenuto). Ma forze questo è chiedere troppo alla sinistra italiana ed evidentemente l'inconfutabile dato della sua quasi estinzione non è un accidente causato da "un destino cinico e baro" ma la logica e lineare conseguenza di tanta inadeguatezza.
Wednesday
28/11/12
21:01
Due eccellenti analisi. Bravo Caponi e bravo il commentatore. La sinistra ha oramai perso l'abitudine ad analizzare a fondo i processi sociali e anche quando lo fa ritorna con le solite analisi e risposte. Leggete l'articolo del segretario della Vecchia o la reazione della Camusso alle parole di Monti (sia chiaro che Monti quanto più lontano dal mio pensiero politico). Subito a gridare alla privatizzazione ed al massacro sociale. Il primo si è forse accorto che in Umbria una parte importante degli asili nido sono privatizzati grazie al finanziamento regionale? Si è accorto che, al di la della propaganda demagogica, l'unica possibile soluzione per la crisi di UM è la sua privatizzazione (anche se fatta con FFSS) accompagnata da decine di licenziamenti?
La Camusso ha capito che il voto di domenica è anche la sconfitta della CGIL, almeno in Umbria?
Possibile che a nessuno venga in mente di ragionare sul grido di allarme di Monti che denuncia una situazione difficilissima per il sistema sanitario, senza per questo dover essere letto come il privatizzatore? No, aprire un confronto sulle molte condivisibili suggestioni di Caponi mette a rischio un sistema che si regge solo sulla propaganda e il facile slogan di cui però i cittadini sono stanchi. Lo dimostra l'avvicinarsi allo 0 virgola qualcosa di una parte della sinistra.
Wednesday
28/11/12
21:44
Non può che farmi piacere leggere il commento di "un lanciatore di coltelli".
Non certo per l'apprezzamento dimostrato nei confronti del mio precedente intervento quanto per la constatazione che le questioni sollevate trovano una loro "cittadinanza" che apre alla speranza di un'evoluzione culturale e politica della sinistra (evoluzione che tuttavia non potrà certo trovare una sponda nella sua attuale classe dirigente) e che è possibile riflettere "laicamente" e non demagogicamente sulle questioni che l'attualità ci pone davanti (sia che si tratti di allarmi lanciati dalla Presidenza del Consiglio che della situazione della principale azienda pubblica della regione umbra).
Purtroppo (o per fortuna) oggi la società evolve rapidamente ed il lusso di una così lenta (tale da sfiorare l'inerzia) evoluzione nell'elaborazione politica e culturale della sinistra è un lusso che - purtroppo - la sua classe dirigente (come quella della CGIL) non ha ancora compreso (ed a questo punto è evidente che non è capace di farlo) che non si può proprio permettere.
P.s. sia chiaro che la sinistra che chiamo in causa non si riduce solo al PRC e fà davvero cadere le braccia sentire le motivazioni che Vendola adduce a sostegno del suo endorsement a favore di Bersani.