di Roberto Musacchio

Un voto ampio quello del primo turno delle primarie della coalizione PD, SEL, PSI, ma non così grande come fu quello che coinvolse l’allora Unione, nel 2005. Questa annotazione non vuole per nulla sminuire il dato grande della partecipazione all’evento, né ignora che tra il 2005 ed oggi si è consumata una crisi verticale dei rapporti con i partiti. Ciò nonostante la differenza tra i 4,3 milioni del 2005 e i 3,1 milioni di oggi, cifra che è più vicina a quella delle primarie del PD, qualche riflessione la induce necessariamente.

 

E la riflessione riguarda la natura della coalizione che è andata alle primarie e che ha un profilo indubbiamente diverso da quello della vecchia Unione. Essa infatti è stata costruita intorno ad una carta d’intenti che sancisce due cose fondamentali. La prima è l’accettazione da parte dei contendenti, e, in modi assai discutibili rispetto ad una idea di natura del diritto al voto, richiesta anche ai votanti, dell’applicazione dei trattati, e dunque del Fiscal Compact; e la seconda è la regola delle decisioni assunte a maggioranza nell’ambito della futura rappresentanza.

E’ questa cornice di compatibilità che sono state imposte alla consultazione che fa si che le primarie stesse più che di coalizione abbiano teso ad assomigliare a un pronunciamento relativo ad una sorta di soggetto unico. Dunque il carattere di primarie del PD che viene ora anche evocato a motivare determinati risultati in realtà era connesso in buona sostanza alle regole d’ingaggio. Se vi è un orizzonte vincolante, trattati e regole di maggioranza, per tutti, difficile parlare di soggetti differenti dotati di autonomia strategica.

 

Non a caso dunque la dinamica prevalente del voto è risultata quella relativa alla natura del soggetto perno, e cioè il PD. E da questo punto di vista il successo di Renzi è indubbio. E tale probabilmente rimarrà aldilà di ciò che avverrà al secondo turno. Rispetto a chi poneva il tema dello spostamento a sinistra della coalizione, ha prevalso da un lato il sostegno al garante di una certa natura del PD percepita come punto massimo dell’equilibrio possibile, e cioè Bersani, e dall’altro colui che proponeva una rifondazione del PD stesso sulla base di una innovazione non declinata secondo il crinale destra – sinistra. Che questo punto di vista sia passato lo conferma la geografia del voto a Renzi che è maggiore laddove c’è l’insediamento storico del PD e dello stesso vecchio PCI.

Per questo penso che continuare a parlare di centrosinistra sia ormai non adeguato a comprendere le novità di una fase che è caratterizzata piuttosto dalla centralità di un soggetto unitario e plurale, in formazione e denso di conflitti ma anche di articolazioni, come il nuovo PD. Ciò a prescindere dalle volontà stesse degli altri soggetti contraenti cui non voglio attribuire intenzioni e scelte che appartengono alla loro sfera.

 

Quello su cui però vorrei si riflettesse è se quel contesto è il campo obbligato per chi pensa ancora all’esigenza di una sinistra autonoma. A me non pare. Anzi al contrario quello mi sembra un campo che, per le regole che si è dato, accettazione del condizionamento europeo e decisioni a maggioranza, rischia di rendere la ricostruzione della sinistra impossibilitata.

Né vedo prospettive migliori con la possibile andata al governo di quello schieramento caratterizzato precisamente dal contesto della carta d’intenti. Infatti il quadro dato dal Fiscal Compact è tale da impedire ad un Paese come l’Italia margini di manovra riformatori. E d’altro canto l’idea di una rinegoziazione, che per altro non c’è dentro la carta d’intenti, affidata ad un asse con Hollande e un possibile nuovo governo tedesco appare quanto mai velleitaria. Hollande invece che star fuori dal Fiscal Compact ci si infila sempre più e in Germania non solo l’SPD lo ha votato ma la Merkel è assolutamente avanti in tutti i sondaggi e ora ha avuto anche una possibile apertura di credito dai verdi.

 

Non è un caso che in Europa le lotte più significative contro l’austerità siano quelle del Sud, di quei Paesi come Grecia, Spagna e Portogallo che hanno bisogno di rivoltare il Fiscal Compact. Sono loro che hanno ispirato lo sciopero europeo del 14 e non a caso sono anche i Paesi in cui c’è una ripresa anche elettorale delle sinistre contro l’austerità e la tecnocrazia europee e una crescente difficoltà dei socialisti, come si è visto da ultimo pure nel voto della Catalogna.

Non c’è dubbio che l’Italia ha le stesse esigenze degli altri Paesi del Sud d’ Europa e dovrebbe avere tutto l’interesse a una coalizione con loro fondata sul rovesciamento del Fiscal Compact e non sulla sua applicazione. Il contrario della linea del PD, e della carta d’intenti, che crede ad un margine di manovra recuperabile con i provvedimenti antispread. Linea velleitaria e destinata ad aggravare i danni fatti con l’integrazione subalterna nella UE che anche l’Italia dell’Ulivo ha prodotto.

 

Proprio l’orizzonte di un diverso europeismo è ciò che distingue in questo momento i campi, come scrive in un importante dibattito Le Monde. In Italia si è prodotta una sorta di povertà della politica che rende la riflessione più opaca. Una povertà che viene da lontano, in un Paese che ha prodotto con la seconda repubblica un processo di tendenziale desertificazione delle culture politiche con la degenerazione di quelle esistenti verso il loro peggio. Politica trasformata in politicismo, doppiezza ridotta a trasformismo. E l’interiorizzazione del governismo, di craxiana memoria, come surrogato, ma in realtà alternativa alla trasformazione.

Non è questa la sede per discuterne a fondo. Ma si dovrà pur notare che il combinarsi della crisi della seconda repubblica con l’accentuarsi della costituente tecnocratica europea sta portando ad un deficit di rappresentatività del sistema che pensare di occupare con l’offerta della carta d’intenti è pura astrazione. E’ per la debolezza intrinseca di questa governabilità proposta che si arriverà probabilmente ad una gestione allargata che incorporerà il montismo, magari anche affidandogli un ruolo di rappresentanza e garanzia del vincolo europeo.

 

Per tutto ciò l’autonomia della sinistra serve ed è possibile. Ma si può realizzare solo fuori dal recinto di questo quadro attuale. E’ il tema che sottostà anche all’appello “ cambiare si può “ che dà a tutti noi appuntamento a l Teatro Vittoria di Roma il primo dicembre prossimo.

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