Stando alla mitologia si devono a una forte emicrania di Zeus/Giove, il re degli Dei, le preziosià dell'oro, sia come metallo “oro giallo”, che come alimento: “oro verde” e cioè l'olio prodotto dalle olive. Non sopportando più i dolori lancinanti e continui Giove mandò a chiamare Efèsto (il Vulcano dei Romani), abile fabbro dalle cui mani, nella sua polverosa fucina, uscivano lavori bellissimi: armi, artistiche armature, i fulmini di Zeus, il carro del Sole, spade e scuri affilatissime.

“O Efèsto – disse Giove – ora assestami un bel colpo con la tua scure e spaccami la testa in due! Coraggio, lo so io quello che bisogna fare!”Luciano, nei suoi “Dialoghi” descrive tutta la scena e la titubanza di Efèsto nel colpire il re degli Dei. Ma alla fine obbedisce. “E che è? - esclama – Una fanciulla armata? O Zeus non avevi torto ad essere agitato, un grosso male ti stava nel cervello: aver sotto le meningi una fanciulla già grande, viva e armata per giunta!”

Una pioggia d'oro cadde dal cielo allorché la divina fanciulla Athena balzò fuori dalla testa di Zeus e divenne, per le sue qualità, figlia preferita e consigliera di Zeus: Dea della sapienza, della guerra ordinata, protettrice di tutte le arti e dei lavori femminili. Athena, un giorno, ebbe una contesa con Poseidone (Nettuno), il Dio del Mare, quando si doveva decidere chi e quale nome dare alla capitale dell'Attica. Ciascuno dei due Numi rivendicava a sé  quell'onore. Alla fine fu deciso che tra i due avrebbe dato il nome alla città chi avesse donato ai mortali la cosa più utile. Poseidone, con un colpo di tridente, fece balzare il cavallo dal suolo o dal mare (la cosa non è chiara); Pallade/Athena colpì la terra con la lancia e fece nascere l'olivo, ne prese un ramoscello e lo donò al padre Zeus. Il dono della Dea fu ritenuto dal popolo più utile e la città, dal suo nome, si chiamò Atene.

Gli Etruschi, che sembra venissero dall'oriente, vista l'abbondanza di olivi nel territorio Italico che abitavano adattarono questa tradizione mitologica spargendo la voce che Pallade/Athena aveva battuto la lancia proprio sul terreno di uno dei colli che loro abitavano, eleggendo l'olio, prodotto da quelle piante, a “eccellenza” del territorio unitamente al vino, il  nettare ricavato dalle viti. Da allora olivi e viti, olio e vino furono le merci che fecero la fortuna degli Etruschi.

Anche oggi l'Etruria è “regina” di queste due preziosità della tavola: l'oro verde, dal cartteristico colore verde con riflessi dorati (quell'oro piovuto dal cielo alla nascita di Athena/Pallade) e l'oro nero che sulla tavola di oggi ha assunto i nomi di Chianti, Sagrantino, Rubesco per rimanere alle zone più vicine alle nostre testimonianze etrusche. E proprio una piccola ma storica Azienda perugina produce oggi un “olio etrusco”, un extravergine dalle caratteristiche di colore e di sapore identico a  quello che producevano gli Etruschi. Gli oliveti dell'Azienda Agraria Batta insistono proprio in un territorio che più etrusco di così non può essere, essendo a ridosso dell'Ipogeo dei Volumni e della Necropoli del Palazzone. Forse alcuni di quegli olivi, che i tecnici considerano millenari, hanno visto aggirarsi  proprio il Lucumone e il suo seguito, mani etrusche hanno forse colto da quelle piante le olive e chissà se proprio in questa zona si trovasse un “frantoio”?

I misteri dell'antico popolo che visse sulle colline di Perugia e dintorni sono ancora molti, ma oggi, a proposito dell'olio prodotto in queste zone, c'è la certezza che è uno dei migliori al mondo stando alle classifiche di esperti assaggiatori e di competenti commissioni preposte all'assaggio e alla qualifica dell'olio extravergine prodotto in tutto il mondo.

gino goti

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