Le età della lotta
di Paolo Ciofi
C'è una constatazione da fare in questo contrastato autunno italiano. Se non si estende una forte mobilitazione popolare e di massa volta a rovesciare le scelte del governo Monti, che in nome dei vincoli europei colpisce la stragrande maggioranza, vale a dire i lavoratori presenti e futuri, e se non cresce nel Paese il conflitto per l'uguaglianza e la libertà, che la Costituzione fondata sul lavoro riconosce e tutela, il destino degli italiani sarà inevitabilmente segnato dall'immiserimento materiale e morale, la democrazia verrà amputata e l'Italia condannata a un doloroso declino.
Le lotte democratiche degli studenti e degli operai, dei giovani e dei pensionati, uomini e donne, non solo sono necessarie. Svolgono anche un'insostituibile funzione per contrastare un vero e proprio arretramento di civiltà, e aprire la strada a un nuovo modello sociale. La retorica, come la mistificazione della realtà fattuale, non fa crescere una moderna coscienza civile e di classe, indispensabile per trasformare la società. Ma non è retorica sostenere che la condizione sociale del Paese - per troppo tempo colpevolmente ignorata anche dai media - sia diventata drammatica, al limite della rottura. Basta scorrere gli ultimi dati messi a disposizione dall'Inps. Il potere d'acquisto delle famiglie si è ridotto del 5,2 per cento dal 2007 al 2011. 3,9 milioni di lavoratori dipendenti, circa un terzo dei quasi 13 milioni di iscritti all'Inps, sono stati coinvolti solo nel 2011 in qualche forma di ammortizzatore sociale. Il 52 per cento dei pensionati, ossia 7,2 milioni di persone, riceve meno di 1.000 euro al mese, il 35 per cento da 500 a 1.000 euro, il restante 17 per cento meno di 500.
Più grave è la situazione nel Mezzogiorno, dove gli anziani oltre i 65 anni considerati poveri hanno superato il 20 per cento. Mentre le donne, che "godono" di un trattamento medio nettamente inferiore rispetto agli uomini, sono tornate ai lavori domestici. È sempre più difficile per i nonni, in molti casi generosi erogatori di uno "stato sociale" familiare, continuare a sostenere i nipoti. E questi, i più penalizzati, non vedono alcuna luce, nel presente e neanche nel futuro. Infatti, l'occupazione nel lavoro dipendente privato è diminuita dell'11,3 per cento per gli under 30 e del 45,5 per cento degli under 19. Cifre da catastrofe sociale.
La signora Fornero, della quale non è noto se abbia perso il senno sulla luna, sostiene invece che «il sistema è sostenibile» e «le norme sono eque». In realtà, il quadro descritto dall'Inps dimostra esattamente il contrario. Ovvero, quanto siano ingiuste, socialmente insostenibili ed economicamente dannose le sue "riforme", adottate per compiacere i mercati. E quanto sia stupida, ma vantaggiosa per i proprietari universali, la teoria dello scontro intergenerazionale propugnata da quel tale, secondo cui bisogna togliere ai padri per dare ai figli.
In realtà quel che vogliono non è una redistribuzione della ricchezza dal capitale (profitti+rendite) al lavoro (salari+pensioni), bensì una redistribuzione del reddito nazionale all'interno della quota attribuita al lavoro. Spostando quindi il conflitto tra le classi all'interno di una sola classe, quella dei lavoratori subordinati di oggi e di domani, gli studenti che in questi giorni scendono in piazza per la scuola pubblica e per il sapere. Nei fatti, e in modo menzognero, ai lavoratori di ieri e di oggi si sottraggono diritti, salari e pensioni. E ai lavoratori di domani, che perciò saranno più deboli, si offre un pugno di mosche: né il lavoro né il sapere.
Una ragione in più per lottare uniti, superando incomprensioni e fratture. Ribellarsi è necessario e appagante. Lottare per un nuovo modello di società, che i padri fondatori hanno delineato nella Costituzione, vuol dire mettere a nudo il meccanismo di sfruttamento del capitale. Sovvertire i principi del liberismo egoista. Adottare una pratica politica che faccia piazza pulita delle esperienze del passato, e ponga la liberazione del lavoro e della persona umana al centro dell'universo.




Wednesday
28/11/12
18:21
Sono molte le ragioni di fondo condivisibili presenti nell'articolo.
Giusto ricercare "un nuovo modello di società, che i padri fondatori hanno delineato nella Costituzione, vuol dire mettere a nudo il meccanismo di sfruttamento del capitale. Sovvertire i principi del liberismo egoista. Adottare una pratica politica che faccia piazza pulita delle esperienze del passato, e ponga la liberazione del lavoro e della persona umana al centro dell'universo".
Tuttavia è nel passaggio fondamentale che - ancora una volta - emerge il limite della posizione politica della sinistra: la definizione dello strumento con cui agire.
Ancora una volta la lotta, lo sciopero come strumento di modificazione della società.
Ancora una volta uno strumento passivo: la richiesta che altri (chi detiene il potere politico, sociale, economico, etc.) agisca nel nostro interesse, realizzando Lui (il potere) ciò che vogliamo.
Una sinistra all'altezza del compito a cui si chiama (cambiare la società) sostituirebbe la parola "lotta" con la parola "lavoro".
Direbbe di lavorare - di sporcarsi le mani - per costruire il "nuovo modello di società" invece che pretendere di starsene seduta (o in corteo) aspettando che gli altri lo facciano per noi.
E la scusa dei "rapporti di forza sfavorevoli" dietro la quale la sinistra si trincera è appunto questo, solo un'alibi. Perchè si può cambiare - anche profondamente - lo "stato delle cose presenti" anche partendo da posizioni minoritarie agendo in coerenza delle propie idee, praticando l'esempio anche quando questo comporta il pagamento di un prezzo. Agendo e non rappresentando.
Vogliamo un modello diverso di produzione? iniziamo a costruire nuove forme di cooperazione. Vogliamo una società più solidale? iniziamo a rinunciare ad una parte delle nostre disponibilità e dei nostri diritti per includere coloro che ne sono oggi esenti. Il resto - a partire dalla lotta - oggi è solo una parodia ipocrita.