Prezzi in discesa per le case, i costruttori diventano "keynesiani"
di Redazione Contropiano
Si sta rivelando consistente il calo dei prezzi delle abitazioni, anche nelle grandi città, mentre crolla del 27% il volume delle compravendite (che potrebbero esere alla fine dell'anno meno di 500.000).
L'Osservatorio Nomisma sulle 13 principali città italiane regsitra un calo dei prezzi nominali abbastanza contenuto (cui va aggiunta naturalmente l'inflazione, superiore al 3% per l'anno in corso): in media il metro quadro vale il 4% in meno di un anno fa. Si tratta di una caduta superiore alle previsioni fatte allora dalla stessa Nomisma (appena -0,8%).
I maggiori cali nelle quotazioni si sono registrate a Firenze e Torino (-5,9% e -4,7%). Non va molto meglio il sud, che però registrava già prezzi molto più bassi della media nazionale: Bari (-2,9%), Cagliari (-3%), Palermo (-3,1%).
E tutto questo mentre il fabbisogno abitativo cresce a dismisura. Ma la "domanda", presente e soprattutto futura, fatta di precari a vita, sarà per decenni a questo punto "non solvibile", perché impossibilitata a contrarre mututi a tassi crescenti per acquisati di case sul mercato libero.
I costruttori sono i primi ad avvertire che, continuando così, loro dovranno chiudere a mazzi. E quindi rispolverano il "piano casa" di Amintore Fanfani, degli anni '50 (la "modernità" fa di questi scherzi): se i salari stanno tornando quelli di allora, la struttura dei consumi farà la stessa fine, a cominciare dalla casa. E quindi?
Quindi si torna a proporre la pensata di Fanfani, ai piani di edilizia popolare per costruire case da vendere "a riscatto" affidandone la gestione temporanea agli Iacp (ora Ater) che stavano per esser chiusi.
Naturalmente il meccanismo pensato dai costruttori è molto meno "sociale" di quello fanfaniano e molto più "affaristico". Ma è un segnale della gravità della crisi e del fallimento - ideologico e pratico - del "meno Stato più privato". Tanto è vero che pensano, anche loro, a farsi finanziare dall'unica gallina dalle uova d'oro rimasta in circolazione: la Cassa Depositi e Prestiti, ovvero i risparmi dei cittadini presso la Posta.
Fonte: contropiano.org - da Il Sle 24ore




Wednesday
21/11/12
21:15
Qualcuno piangerà. Invece è una buona notizia. Forse è finita l'era del cemento in Italia. Nel cemento e nella gola degli speculatori, e in definitiva in altro cemento, è andata gran parte della ricchezza che questo paese ha generato nel dopoguerra. Non cultura, non ricerca, non bene comune, ma colate di cemento in lungo ed in largo. Ora forse la buona terra avrà un po di riposo, il paesaggio smetterà di essere divorato dai palazzinari. Ben venga la crisi se blocca la speculazione edilizia male storico della nostra economia, pubblica o privata che sia. Ora però che avremo bisogno di mobilizzare la ricchezza, quella ricchezza la troviamo là, che si sbriciola al sole e al gelo, si degrada, inutilizzata, sottoutilizzata, ammassata, sfitta, vuota, come faremo? Venderemo case ma a chi, che ce n'è troppe, e chi ne ha bisogno non ha soldi per comprarle? Come ritireremo su un paese che per decenni ha investito ogni centesimo nel cemento con il favore di ogni politica. Specie qui in Umbria dove ancora il comune di Perugia mette a bilancio milioni di euro di permessi a costruire.... Ma quali costruttori keynesiani. Speculatori favoriti dalla politica ora vengono a proporsi quali benefattori dei senza casa. Paghi il governo, le case sono già qua, invendute. Paghi lo stato cioè di nuovo noi.