La paura di Camilla scesa in piazza per un’utopia
di Chiara Paolin Camilla
Camilla si sveglia la mattina e guarda se ci sono messaggi sul cellu...lare: ha appena compiuto 19 anni ma è già una che conta nel giro degli studenti. Le raccontano com’è andata la notte nelle scuole occupate, se servono altri sacchi a pelo o se ci sono problemi col preside. Le chiedono dove si farà l’assemblea per decidere sul prossimo sciopero e a che ora bisogna trovarsi prima del corteo. É SUCCESSO così anche mercoledì 14 novembre, il giorno in cui tutta Europa ha visto strade e piazze piene di gente a dire che i tagli e la crisi stanno ammazzando il futuro. Camilla è andata con gli altri al punto di ritrovo, il solito nodo nello stomaco prima di capire se alla fine i ragazzi vengono o no. Se tutte le telefonate, gli incontri nelle aule nei pomeriggi noiosi, il passaparola via facebook è servito a convincere tutti che stavolta farsi vedere forti e tanti serve davvero. “Non sai mai come va – ammette Camilla –, ma il 14 eravamo tantissimi. Tantissimi. E voi lo dovete scrivere grande, perché alla fine si parla delle botte, dei lacrimogeni, di cose gravi e brutte, ma che siamo stati noi giovani a portare in piazza un mare di gente è una cosa importante. O no?”.
Il fatto è che Camilla, come gli altri, ha dovuto scegliere. A 16 anni ti dicono: oggi sciopero. E tu puoi scegliere se girare i negozi con le amiche o andare per strada con un cartello a dire che hai dei diritti e vuoi difenderli. Anche se sembri solo un ragazzino ridicolo. “Lo sappiamo che difendiamo un’utopia – continua lei –. Il mondo va male, l’economia si ferma, le speranze di vivere meglio diventano un lusso. Ma secondo noi si può reagire e chiedere a chi comanda più responsabilità e intelligenza nel gestire la situazione. Risposte, finora, non ne abbiamo avute. E certe volte è dura crederci ancora”.
Per esempio è dura quando stai manifestando con il corteo, le canzoni, l’idea che la giornata è un successo, e invece scopri di essere in trappola. “Stavamo lì sul Lungotevere e a un certo punto le camionette ci hanno chiuso dietro – continua Camilla –. Da davanti sono arrivate le cariche, scappare nelle viuzze laterali non è stato facile. C’erano intorno a me ragazzini che piangevano, molto spaventati. Non avevano mai visto manganellare, il sangue che esce dalla testa, gli agenti che ti trascinano via o chiedono i documenti per identificarti”. Ma c’era anche chi ha reagito con violenza, lanciando pietre e bastoni contro la polizia. “Io non ho tirato niente, e mi incazzo con quelli che tirano perché poi così si parla solo degli incidenti e mai dei problemi veri – risponde lei –. Però, scusate un attimo: vogliamo dire che ormai da due anni non ci lasciano entrare in zona rossa per urlare in faccia al Parlamento, a Palazzo Chigi, che siamo stufi di essere presi in giro? In Spagna i cortei arrivano a 200 metri dai luoghi di rappresentanza, noi invece dobbiamo girare alla larga: non sopportano nemmeno di vederci protestare dopo averci tagliato tutto. Se non ho capito male, noi siamo cittadini e loro i governanti al nostro servizio”.
Il deperimento dei processi democratici sarebbe un bel tema da discutere, se nonché quando stai in strada e c’è un agente che sparacchia lacrimogeni in direzione sbagliata, cogli tutta la distanza tra la cultura civica e l’anno di protesta 2012. “Io avevo il gas in gola, negli occhi, mi scendevano le lacrime e non capivo più niente – racconta ancora Camilla –. Per evitare di essere menati siamo scappati in una via stretta, ho visto una signora che sostava davanti a un portone e le ho chiesto di entrare. Mi ha dato acqua e zucchero. Mi ha detto di stare tranquilla. Ho pensato che non dovrebbe essere così una manifestazione di studenti per chiedere ciò che viene garantito dalla Costituzione: istruzione, dignità, opportunità”. Intorno la città è sirene e poliziotti che non vedono l’ora di mandare tutti a casa, mentre un elicottero gira sopra il centro per capire dove si può creare un nuovo problema.
“La soluzione non è mandarci via ogni volta con più cattiveria, perché siamo in tanti a pretendere uno spazio – è sicura Camilla –. Io mi sono appena iscritta all’università e conosco bene il mondo dei licei: è lì che c’è oggi la forza più vera. Assemblee, discussioni, occupazioni. L’università è un ambiente ben organizzato, ma sono le scuole superiori a fare massa oggi, a spingere, a insistere. Sento gente di 20, 25 anni che s’è arresa: se la Pantera non ha ottenuto niente, figuratevi voi pischelli, ci dicono”. E MAGARI hanno ragione loro. Magari tutta questa mobilitazione è un modo carino di passare gli anni del liceo. Un ricordo buono per quando a 30 anni, con mille master in tasca e nessun posto certo nel mondo, ci si potrà almeno commuovere per quelle giornate di vita vera, lontano dai banchi.
“Non mi interessa investire sulla nostalgia – chiu - de Camilla –. C’è già mio padre che mi prende in giro: lui ha fatto il ‘77 e non crede che possiamo fare nulla. Io gli rispondo sempre: voi avevate le pistole, e avete sbagliato tutto. Mica vorrete darci lezioni, adesso”. Sono i professori, ormai, a prender dosi di coraggio dagli studenti: scendono in piazza a protestare con loro dopo esser scivolati nell’ombra per vent’anni. Sono i genitori, depressi, a calcolare l’impossibilità di un’inversione di marcia per il futuro dei propri figli (privilegi individuali a parte). Sono i fischi e le botte che ogni giorno stringono i rappresentanti del governo quando s’affacciano in un luogo pubblico che indicano un momento nuovo nella storia dell’Italia in declino. Camilla ha l’impressione che sia così, e che non si possa mollare.




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