Dismettere cosa?
Sembra facile. Abbattere il debito pubblico, come comanda la troika, richiede risorse vendibili. Che non ci sono più.
Quando si esce dall'ideologia dei luoghi comuni, per cui tutti i problemi italiani - nella crisi globale - sarebbero da addebitare al solo eccesso di spesa pubblica, o di "presenza dello stato nell'economia", le chiacchiere tornano a non contare nulla.
"Dismettere il patrimonio pubblico", è la parola d'ordine da 20 anni a questa parte. E lo si è fatto a più riprese. "Privatizzare le imprese controllate dallo Stato", gridano ancora gli imbecilli. E anche qui, a ben guardare, c'è rimasto pochissimo. E quel poco o è "strategico" (tipo gli armamenti costruiti da varie imprese dell'universo Finmeccanica o tipo l'approvvigionamento energetico), o è invendibile in queste condizioni di mercato. I prezzi bassi trasformerebbe le aste pubbliche in altrettante "svendite", da cui non riuscirebbe a ricavare nemmeno il rpeventivato.
Il massimo sforzo di "alienazione" del patrimonio pubblico (grandi imprese come Telecom e Italsider - oggi Ilva - oppure case, caserme, immobili, ecc) è stato fatti negli anni '90 dai governi di centrosinistra. Poi è seguito il decennio tremontiano delle "Scip", che ha regalato immobili a prezzi stracciati.
Ma il debito pubblico, sceso dal 118 al 105%, è poi egualmente tornato al 123 di oggi.
L'articolo dal Corriere di oggi, senza mettere in discussione l'impianto ideologico "privatizzatore" del governo, è però costretto dalla concretezza a fare i conti con rsorse scarse, invendibili o che è meglio non vendere.




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