La strano destino di Villa Fidelia e Villa Redenta
di Leonardo Caponi
PERUGIA - Villa Fidelia e Villa Redenta sono accomunate da uno strano destino. Stanno per essere messe sul mercato dall’Amministrazione provinciale, nel disperato tentativo di rimpinguare l’esangue bilancio dell’ente. Le due Ville hanno segnato un’epoca; un’epoca felice, caratterizzata dalla disponibilità di abbondanti risorse pubbliche che, di fronte alla inesistenza o alla crisi del capitale privato, furono impiegate in un vasto processo di sviluppo e modernizzazione territoriale e generale del Paese, che consentì importanti conquiste sociali e la diffusione di un relativo benessere generalizzato. Insieme ad altri “pezzi” importanti del patrimonio storico ambientale umbro ( Villa Carlotti e Villa Umbra, l’Isola Polvere ecc.) e come altre strutture “tecniche” funzionali agli ambiziosi programmi di allora (ad es. le imprese di trasporto), la Provincia negli anni ’70, acquistandole e/o valorizzandole, le salvò da una prospettiva certa di degrado o crollo, cui erano condannate dalla crisi o dalla insipienza dei capitali privati e delle vecchie famiglie proprietarie. In questo modo fu preservato un inestimabile valore architettonico e artistico dell’Umbria e furono gettate le pietre angolari per la diffusione e la “fruizione”, come si diceva allora, di una cultura di massa.
Qual è dunque lo strano destino che accomuna le due Ville? Contrariamente alla ignobile “vulgata”, bugiarda ma, ahimè|, di successo, che è stata propagata, la crisi economica mondiale, che oggi viviamo duramente, è stata causata non dal fallimento del “pubblico”, bensì da quello del “privato”. La crisi è originata nel 2007 dal fallimento di grandi banche americane che, per essere “salvate”, furono nazionalizzate (dopo più di 20 anni di inni al “libero mercato”!) e si è poi propagata all’Europa, mettendo gli stati nazionali nella condizione di doversi “svenare” per fronteggiare le perdite dei mercati privati. La radice dei “debiti pubblici” oggi al centro di tutte le preoccupazioni, (compreso quello del nostro Pese che, in aggiunta, è segnato anche da una ingente evasione fiscale), sta qui, non nel fatto che “abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità” o negli “sperperi”, che pure possono esserci stati e che vanno condannati e interrotti.
Il “fato” che le unisce, vuole che le due Ville e con esse quindi risorse pubbliche, oggi come ieri, vengano utilizzate per il salvataggio del capitale privato: quaranta anni fa acquistandole per sottrarle all’abbandono, oggi essendo costretti e venderle nel quadro di una operazione di drastica riduzione della spesa pubblica finalizzata a sostenere il deficitario mercato privato. Tendendo una immaginaria linea di continuità tra i capitalisti di allora e quelli di oggi, potremo dire, noi cittadini, trattandosi di un bene pubblico, di avergliele pagate due volte le Ville, prima acquistandole e poi cedendole.
Villa Redenta e Villa Fidelia, non vanno vendute! Hanno un carattere simbolico, la vita umana è fatta anche di simboli e i simboli non si mettono sul mercato! E, poi, chi le comprerebbe? Con questa crisi? E per farci cosa? Chi compra due pezzi da museo, senza la possibilità di farci una speculazione? Finora tutti i tentativi, in ambito nazionale e locale, di vendita dei beni pubblici hanno avuto scarsissimi risultati, con aste il più delle volte andate deserte o offerte insoddisfacenti. A meno che non si tratti di una “svendita” o non si autorizzi qualche speculazione. Ma, non è il nostro caso, vero?!
E poi, anche a ragionare, come oggi è imposto, in termini “manageriali” o imprenditoriali, chiunque abbia un minimo di esperienza sa che una azienda, quando comincia a vendere il patrimonio per sanare le perdite, è una azienda destinata a durare poco.
Chi scrive queste note si sentirebbe (anche da ex assessore alla Provincia) di fare un appello e rivolgere una preghiera all’amico e stimato Presidente Guasticchi e ai suoi assessori a ritirare (insieme a tutto quello che è possibile ritirare) Villa Fidelia e Villa Redenta dall’elenco degli immobili in vendita.
Penso che se, come si dice, “tornasse” tra noi Umberto Pagliacci, Presidente della Provincia di Perugia e uno maggiori protagonisti di quella stagione felice di cui sopra, rimarrebbe, con ogni probabilità, amareggiato e allibito. No, no, non è questione di “cuore”!
E’ che l’attaccamento alle radici o anche la semplice memoria, in questa società di oggi liquida ed egoista, può servire per andare avanti.
dal Corriede dell'Umbria del 18 ottobre 2012




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