PERUGIA - Si è svolta alla presenza del presidente nazionale di Confindustria Giorgio Squinzi l'assemblea dell'associazione degli industriali di Perugia sul tema “Uniti contro la crisi”.

Ad aprire l'incontro il presidente Ernesto Cesaretti. Presente anche la presidente della Regione Catiuscia Marini. “Le nostre imprese sono stremate dalla crisi”, ha affermato Cesaretti, secondo il quale “l'industria umbra e' stata tra le più penalizzate”, tuttavia ''abbiamo le carte in regola per agganciare la ripresa''.

Cesaretti ha anche sottolineato come sotto i colpi della crisi una parte non irrilevante dell’apparato produttivo sia a rischi” ed è stato duro nei confronti del sistema bancario umbro, della pubblica amministrazione e del ceto politico. Infine non ha mancato di porre l’accento sulla eccessiva “pressione fiscale” che - da detto -,  nel nostro Paese soffoca soprattutto le imprese. Del tutto assente, invece, dalla sua relazione, qualsiasi cenno minimamente critico sul ruolo che le imprese medesime hanno esercitato in questi anni di forte crisi internazionale e nazionale che ha quindi assolto da qualsiasi responsabilità.

Andando sul concreto, alle banche il presidente di Confindustria Perugia ha imputato la colpa di essersi arroccate “nelle comode certezze del rating”, mentre la pubblica amministrazioni – ha affermato – vive “in un mondo parallelo” e continua perciò ad essere “di ostacolo allo sviluppo”. Quanto alla politica se l’è presa particolarmente con quanti  sono andati “all’arrembaggio dei soldi pubblici”.

Ma vediamo punto per punto le questioni trattate dal presidente Cesaretti:

Caro presidente Squinzi,

le nostre imprese sono stremate dalla crisi.
Immagino che tu sia abituato a raccogliere dai colleghi una rappresentazione drammatica dei fatti economici.
Credo che in giro per l’Italia tu abbia ricevuto testimonianze accomunate dalla preoccupazione di non riuscire più a reggere l’urto della recessione. Che tu abbia ascoltato parole di sofferenza, di sconforto, e che quelle che sto per dire non abbiano per te il sapore della novità.
Però sento il bisogno di pronunciarle lo stesso, perché voglio cogliere questa occasione per usare il linguaggio della verità, senza inutili formalismi. 0 Sai che non siamo abituati a deporre le armi; la resa non è nella nostra natura.
Siamo sicuri che continueremo a mettercela tutta per uscire anche da questa fase durissima. Ma non posso nasconderti lo sconforto che talvolta si impossessa di noi quando non riusciamo a vedere la fine del tunnel. Quando notiamo che la ripresa si allontana, mese dopo mese.
Quando, di fronte alla fatica ed agli sforzi che facciamo ogni giorno con i nostri collaboratori per salvare le imprese ed i posti di lavoro, ci accorgiamo che c’è chi va all’arrembaggio dei soldi pubblici, facendosi gioco del sacrificio di tanti onesti cittadini.
Mi perdonerai lo sfogo, ma ho sentito l’urgenza di parlarti col cuore in mano, di mostrarti il nostro sentire profondo, di comunicarti la sensazione di essere abbandonati a noi stessi.
Ci guardiamo intorno, ma accanto alle imprese chi c’è? Abbiamo la sensazione di essere rimasti soli, nonostante l’impegno di Confindustria a mettere in evidenza il ruolo fondamentale dell’industria in ogni strategia per la ripresa. Vediamo una pressione fiscale che ci strangola.
Una Pubblica Amministrazione che vive in un mondo parallelo, e che, malgrado le buone intenzioni, continua ad essere di ostacolo allo sviluppo. Un sistema bancario arroccato nelle comode certezze dei rating. Intorno a noi - noi che lavoriamo all’interno delle imprese, titolari e collaboratori - non vedo nessuno.
Il mondo del lavoro vero, quello che ogni mattina apre i cancelli e non sa se il giorno dopo potrà riaprirli, quello che è in balia dei mercati, si è ritrovato da solo a pagare il conto più salato delle speculazioni internazionali.
Ci sono certamente alcune imprese che sono riuscite a dribblare la crisi e, addirittura, a crescere. Ma tutte le altre, e sono la stragrande maggioranza, hanno forse riscontrato un sussulto di impegno nei loro confronti, un’attenzione maggiore nei loro riguardi? No, penso di no.
Non abbiamo percepito la messa in pratica di un sistema relazionale forte, ispirato ai valori della corresponsabilità. Abbiamo, piuttosto, riscontrato lo sfaldarsi di un tessuto aggregativo al grido del “si salvi chi può”, proprio in un momento in cui massimo avrebbe dovuto essere il senso di condivisione di un unico destino.
Non nego che siano stati fatti tentativi seri in questa direzione, ma, per motivi vari, quali il dilagare della ricerca esclusiva del proprio personale tornaconto, non vi è stata una reazione corale alla crisi che avrebbe potuto e dovuto alleviarne gli effetti, soprattutto nei confronti dei più esposti, e penso in prima battuta ai giovani ed ai disoccupati.
La scissione tra garantiti e protetti, da un lato, e precari ed esposti al mercato, dall’altro, segna un decadimento dell’essere comunità, con grave danno alle ragioni della competitività, che sempre più è legata al capitale sociale del territorio.
Come un pugile stremato che barcolla sul ring in attesa del gong, l’industria manifatturiera, frastornata, aspetta che i colpi della crisi cessino per riprendere un po’ di fiato, mentre un pubblico curioso si domanda quanto a lungo potrà ancora resistere.
Dopo i due colpi del 2008 e del 2011, molte imprese umbre rischiano di non farcela più. Certo, ci sono importanti punti di forza manifatturiera e molte aziende indicano con i loro successi la strada da intraprendere.
Ma, nel complesso, una parte non irrilevante dell’apparato produttivo è a repentaglio.
La seconda recessione avviata ad aprile dello scorso anno ha riportato verso il basso il profilo delle curve produttive.
In alcuni settori persiste una distanza del 40% rispetto al livello di attività pre-crisi. L’industria umbra è stata tra le più penalizzate per la sua maggiore dipendenza dalla domanda interna.
La posizione storicamente mediana della regione è sempre più in bilico, perché la differenza rispetto alle aree limitrofe aumenta. In prospettiva, il rischio di sganciarci dall’area centrale e dalla dorsale adriatica è fondato.
Importanti indicatori economici, dal reddito pro capite alla produttività del lavoro, dal tasso di apertura internazionale al reddito da lavoro dipendente, attestano una realtà che fatica a tenere il passo con i valori medi del Paese.
All’interno di questo quadro preoccupante, vi è però un dato che, nella severità della situazione, giustifica un atteggiamento di moderata fiducia per il futuro: la caduta della produzione è dovuta più alla carenza di domanda che alla perdita di competitività.
Il ridimensionamento delle attività non è la conseguenza del deterioramento strutturale della capacità delle imprese umbre di sostenere la concorrenza internazionale. Non è attribuibile allo spiazzamento a vantaggio dei prodotti realizzati in altri Paesi.
La sofferenza delle aziende deriva dal vuoto di domanda interna, che è ottimistico pensare che possa riprendere tono prima del 2014, vista la contrazione dei consumi, in ulteriore flessione per gli effetti delle manovre di bilancio.
Questo dato pare a volte sfuggire alla sensibilità dei Sindacati che nelle loro analisi tendono ad isolare l’Umbria dal resto del mondo, finendo per addossare agli imprenditori ed alle loro associazioni la responsabilità di quanto stiamo vivendo. Quando ci sarà l’inversione di tendenza, noi ci saremo, perché abbiamo le carte in regola per agganciare la ripresa.
La difficoltà del momento non deve farci perdere di vista che siamo una regione ad alta intensità industriale, che ha nel manifatturiero il primo motore della crescita economica.
Abbiamo una vocazione manifatturiera ancora decisamente superiore a molti dei nostri concorrenti, frutto di una storia che non si improvvisa, e che non sparisce nel nulla come fosse un’impronta sulla sabbia.
Godiamo di una cultura industriale diffusa, e di competenze consolidate sulle quali fondiamo il nostro fare impresa. I saperi depositati in tanti decenni di lavoro nella tradizione produttiva locale riaffiorano nelle imprese di oggi che capitalizzano un valore territoriale che appartiene alla nostra terra e che fa la differenza con gli altri territori.
Avrà pure un significato il fatto che siamo forti nella meccanica e nella moda, che sono i settori nei quali l’Italia è il paese più competitivo al mondo.
Non deve stupire dunque se malgrado tutte le devastazioni provocate dai sei anni di crisi, siamo ancora qui, si direbbe “sul pezzo” con la voglia di giocarci la partita fino all’ultimo. E se riusciamo a rimanere in campo è perché nel recente passato abbiamo dato vita ad un
diffuso e profondo processo di riorganizzazione delle aziende.
Sin dalla seconda metà degli anni Novanta, da quando cioè sono entrate sui mercati internazionali le economie emergenti a basso costo del lavoro, vi è stato un progressivo riposizionamento verso l’alto di una parte rilevante del sistema industriale.
In linea con una tendenza riscontrata anche nel più vasto panorama nazionale, negli anni passati abbiamo assistito ad un irrobustimento delle imprese di medie dimensioni, ed al ridimensionarsi della divisione del lavoro tra aziende.
Vi è stato l’impegno da parte di molti a costruire organizzazioni complesse, investendo in competenze tecnologiche, produttive, manageriali; ed a puntare maggiormente sui mercati esteri.
Le imprese che invece non sono state in grado di gestire i cambiamenti hanno sofferto più duramente la recessione, quando addirittura non sono state costrette ad uscire dal mercato.
La crisi ha cioè accentuato un processo di selezione che era già in atto nel sistema industriale da qualche tempo, ed ha amplificato le divergenze, favorendo il sorgere di un nuovo dualismo.
La realtà ci sollecita a confrontarci con maggiore determinazione con il tema del cambiamento, ed affida all’Associazione il compito di stimolarlo, accompagnarlo, sollecitando l’emulazione delle pratiche migliori.
Diffondere i modelli aziendali vincenti e stimolarne l’imitazione diventa vitale per evitare la distruzione di una fetta del manifatturiero regionale.
La fase in cui l’espansione della base industriale si era realizzata per addizione di nuove unità produttive sta cedendo il passo ad una in cui si dovrebbe espandere la scala dimensionale di quelle esistenti.
Al momento attuale, il modello della frammentazione produttiva appare superato, non è più la risposta adeguata alle esigenze di oggi.
Ecco perché l’Associazione si è particolarmente impegnata a stimolare l’aggregazione delle imprese; ad unire le loro capacità innovative e di ricerca; a far convergere intere filiere produttive su programmi di sviluppo all’estero; a promuoverne la crescita dimensionale anche
per vie esterne.
Su queste basi, forti della positiva esperienza del cluster aerospaziale, abbiamo lavorato con gli associati per dare vita alle reti della meccanica agricola, dell’automotive, dell’agroalimentare.
Abbiamo potenziato di molto l’impegno per l’internazionalizzazione, approcciata con progetti comuni.
Abbiamo sostenuto l’attività dei Poli di innovazione e di quelli formativi, tra l’altro con la costituzione dell’Istituto Tecnico Superiore per la meccanica, finalizzato a dare risposte concrete alla domanda di professionalità qualificate.
Rimangono però sul tappeto molti problemi che affliggono il nostro tessuto, che, per quanto impegnato nella sua riconfigurazione, continua a scontare innanzitutto la bassa produttività del lavoro, che è indispensabile per migliorare il grado di competitività delle imprese.
Il relativamente basso livello di valore aggiunto per addetto si traduce infatti in un aumento del costo del lavoro per unità di prodotto, che viene compensato con la riduzione dei margini, che riduce a sua volta la capacità di autofinanziamento. Proprio quando l’accesso al credito è diventato sempre più difficile ed oneroso.
Aumentano i margini di interesse, si riducono i volumi erogati, sono richieste più garanzie, si accorciano le scadenze dei prestiti.
La violenta stretta del credito fa mancare alle imprese l’ossigeno necessario a resistere, aggravando l’entità del nuovo arretramento.
Apprezziamo a tal riguardo le iniziative adottate da Confindustria, molto utili anche da noi, per la sospensione del pagamento delle rate dei mutui e l’allungamento della loro durata, che anno consentito di creare liquidità senza dover richiedere nuova finanza.
Nonostante gli straordinari interventi attuati dalla Banca Centrale Europea, resta alto il rischio he il credit crunch prosegua nei prossimi mesi.
La situazione finanziaria delle imprese è poi aggravata dall’ulteriore allungamento dei tempi di agamento della pubblica amministrazione.
E’ paradossale che le amministrazioni che hanno le risorse finanziarie disponibili in cassa non ossano pagare le forniture ed lavori eseguiti, per il rispetto dei vincoli del patto di stabilità, e enerino così un insostenibile effetto a catena lungo tutta la filiera.
Tutto si può chiedere alle imprese, ma non certo di fare la banca degli enti pubblici ! Samo impegnati a sostenere le imprese nella complicata gestione del credito anche ttraverso una rinnovata operatività del Confidi regionale.
In questa stagione di estrema difficoltà non meraviglia che le relazioni industriali si siano oncentrate sulle crisi aziendali, cercando di salvare quanto più possibile il patrimonio umano, n uno spirito di collaborazione tra le parti.
Data la recessione, la contrattazione aziendale ha avuto un ruolo marginale, mentre emerge ’esigenza produttiva di disporre di maggiori margini di flessibilità nella gestione degli orari di avoro e dell’organizzazione.
La permanenza di una vasta base associativa, anche in momenti di estrema difficoltà, estimonia che Confindustria continua ad essere un supporto fondamentale per le aziende.
Con l’obiettivo di rendere più efficace la nostra azione, di raggiungere maggiori livelli di fficienza interna e di potenziare la capacità di rappresentanza, stiamo lavorando con i olleghi di Terni ad una riforma del nostro sistema, che dovrebbe portare entro pochi mesi alla
costituzione di un solo soggetto associativo regionale.
Immaginiamo che la nuova configurazione debba favorire una maggiore vicinanza alle ziende, e che debba essere funzionale al raggiungimento di livelli qualitativi più elevati ell’attività di servizio e di rappresentanza.
L’evolvere delle condizioni di contesto non ci consente di vivere di rendita, e così come il utamento e l’innovazione sono le parole chiave per il successo industriale, devono diventarle nche per Confindustria.
Apprezziamo dunque e condividiamo le azioni strategiche che hai intrapreso, caro Giorgio, avviando il processo di riforma della Confederazione, e siamo convinti che una Confindustria rinnovata, forte ed autorevole, sia ancora un valore per chi svolge una attività industriale.
Durante la crisi il settore manifatturiero ha riacquisito centralità per un motivo molto semplice: perché si è confermato essere il soggetto capace di generare innovazione e sviluppo, e di irradiarli al resto del sistema produttivo.
Dato che il tasso di sviluppo di un Paese dipende, in ultima analisi, dalla sua capacità di innovare, l’industria è essenziale per la sostenibilità ed il benessere nel lungo periodo. Partendo da questi presupposti torna ad essere strategica la politica industriale, per la cui
definizione Confindustria può assolvere una funzione fondamentale.
Pensiamo che il compito della politica industriale, specialmente in ambito regionale, non risieda nel selezionare i settori da sostenere. Sia, piuttosto, quello di individuare, con un rapporto di collaborazione strategica tra settore pubblico e privato, le attività produttive che possono essere sviluppate all’interno dei confini regionali.
Di identificare poi i fattori che sono di ostacolo, e quindi di selezionare le misure che possono
essere messe in campo per rimuoverli. Il tutto in una logica di complementarietà, ovvero di arricchimento ed apprendimento reciproco,
e di interregionalità.
Una politica industriale che voglia massimizzare le complementarietà tra i vari attori coinvolti nei processi produttivi deve essere centrata, quindi, sul potenziamento delle condizioni favorevoli a sviluppare le convergenze tra imprese, sindacati, università, centri di ricerca,
istituzioni.
Questa è l’impostazione che abbiamo seguito nei vari tavoli istituzionali, e che ci pare sia stata ampiamente condivisa ed accolta dai programmi di intervento della Regione. Posta in questi termini, la politica industriale è una sfida comune, alla quale non intendiamo
sottrarci, e che, anzi, deve diventare un tema associativo molto più forte di quanto lo sia stato in passato, anche per la sua capacità di creare spirito di appartenenza e profillo identitario.
Caro Presidente, avrai notato che lo sfogo iniziale ha lasciato il campo ad una valutazione più serena, che giustifica una ragionevole fiducia. Ho cercato di dimostrare che, sebbene in grande crisi, siamo strutturalmente sani, che dobbiamo continuare a riorganizzarci, che dobbiamo farlo in uno spirito di collaborazione secondo una moderna politica industriale, e che in questo contesto Confindustria deve
continuare a svolgere un ruolo importante.
Agli sforzi delle imprese debbono corrispondere però quelli delle Istituzioni, anche regionali, che sebbene apprezzabili, non sono sufficienti. Prendiamo il tema della semplificazione amministrativa. Ho ricordato in apertura che questa pubblica amministrazione è un freno per l’economia.
L’Umbria ha avuto il merito di approvare una legge per la semplificazione. Ma di fatto è rimasta in larga parte inattuata, e minimi sono stati i benefici che fin qui ne hanno tratto cittadini e imprese.
Oppure prendiamo la questione fiscale. Rischiamo di morire di tasse. Ormai lo hanno capito tutti che non è pensabile perseguire il risanamento in assenza di sviluppo. E’ ora di intervenire sulla fiscalità delle imprese e del lavoro, con una riduzione sensibile del cuneo fiscale, e con il superamento dell’Irap.
Oppure quello della produttività, dove il nostro Paese ha accumulato un forte divario rispetto ai concorrenti europei – in particolare rispetto alla Germania – che penalizza le aziende.
Auspichiamo, perciò, che nelle trattative in corso le Organizzazioni dei lavoratori si rendano conto che intese capaci di favorire l’aumento della produttività agendo sull’organizzazione del lavoro, su un nuovo assetto della contrattazione sugli orari effettivi di lavoro sono
indispensabili per rilanciare la crescita, a sua volta necessaria per scongiurare l’insorgere di drammatici problemi sociali.
Signor Ministro,
apprezziamo il lavoro che l’Esecutivo ha svolto per mettere l’Italia in sicurezza, anche a costo di pesanti sacrifici. Al rigore deve però seguire una politica per la crescita.
Seguiamo con interesse le iniziative intraprese in tal senso dal suo Dicastero, ed auspichiamo che accanto agli interventi già previsti, si possano presto assumere provvedimenti che sostengano la ricerca e l’innovazione delle imprese, con il credito di imposta; che ne facilitino
la presenza nei mercati esteri; che correggano quelle norme della riforma del mercato del lavoro che stanno mostrando di avere effetti negativi sull’occupazione.
Colgo l’occasione della Sua presenza per manifestarLe la nostra profonda preoccupazione per le sorti delle acciaierie di Terni. Crediamo debba essere contrastata senza indugio l’ipotesi di procedere allo smembramento dell’azienda, che significherebbe mettere a repentaglio la sopravvivenza del sito di Terni, con immenso danno per la città e la regione.
Si sta prefigurando lo scenario peggiore, di fronte al quale chiediamo al Governo di agire con rapidità nei confronti della proprietà e della Commissione europea per tutelare le prospettive occupazionali ed industriali di Terni.
La capacità di vendere prodotti dipende da tanti fattori, tanto più numerosi quanto più si integra il mondo. Molti non sono nelle nostre disponibilità, e li subiamo passivamente, come la storia di questi ultimi anni e la cronaca di questi giorni insegna. Altri li possiamo governare all’interno delle imprese, ed afferiscono alla responsabilità e competenza del management. Altri ancora, e sono molti, possono essere gestiti dai tanti attori - istituzioni e amministrazioni locali, banche, università, sindacati, scuole, professionisti - che incidono sulle condizioni di contesto, che non sono oggi certamente le più idonee a fare impresa.
Il richiamo alla complementarietà vuole sottolineare che nessuno di essi si può defilare dalle proprie responsabilità perché farebbe un danno non solo agli altri, ma anche a se stesso: solo uniti si può uscire dalla crisi.
Riprendo l’immagine del ring e concludo invitando gli spettatori a smetterla di essere un pubblico curioso, e di sentirsi anch’essi coinvolti nel match, e di dare forza a chi sta lottando, consapevoli che “il vero campione non è quello che mette al tappeto l’avversario, ma quello
che si rialza una volta in più dell’avversario”.
Dobbiamo rialzarci, e sono sicuro, conoscendo la forza delle nostre imprese, che ci riusciremo.”.

E’ seguita poi una tavola rotonda che ha visto protagonisti il numero uno di Confindustria, Squinzi, e la governatrice umbra Marini: un confronto vivace che è stato moderato dall’editorialista del Corriere della Sera Sergio Rizzo.

“Bisogna abbassare le tasse alle imprese produttive, che crescono, e quelle sul lavoro” ha detto la presidente della Regione, Catiuscia Marini che ha risposto alle domande di  Rizzo insieme al presidente nazionale di Confindustria, Giorgio Squinzi.

“Le tasse - ha poi sostenuto - sono troppo alte per le imprese e troppo basse sulle rendite improduttive''.

In tema di semplificazione amministrativa, ha quindi proseguito, “evitiamo una riforma che anziché  agevolare la vita dei cittadini la complichi. 'Uno dei temi non risolti – ha sostenuto – è ciò che fanno i singoli livelli istituzionali. Come sull'ambiente. La legislazione concorrente ha messo in difficoltà le Regioni, lo Stato e le autorità di controllo”.

Infine il caso della Thyssen di Terni, definito dalla presidente Marini un “paradosso europeo”. Riferendosi allo stabilimento di Terni, la Marini ha parlato di un “sito integrato dove sono stati fatti grandissimi investimenti con innovazioni tecnologiche. Non accettiamo – ha quindi affermato - che i finlandesi abbiamo prima presentato un piano per mantenere uno stabilimento integrato in tutte le sue parti e poi all'Unione europea un’altra proposta che distrugge il sito in quattro parti. Con i finlandesi che si tengono la parte più appetibile”.

“Per noi – ha infine concluso la governatrice umbra - è una grande questione nazionale, una risorsa per il sistema Italia che insieme al Governo, alle istituzioni locali e ai rappresentanti dei lavoratori dovremo difendere con forza”.

Il presidente nazionale Confindustria, Giorgio Squinzi, raccogliendo un invito della Marini, si è detto disponibile a impegnarsi per lo stabilimento di Terni anche in sede europea.

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