Mettiamo le carte in tavola: questa intervista non sarà imparziale. Perché Enrico Vaime è l’uomo che ha fatto la tv migliore di sempre, perché Enrico Vaime è uno degli autori teatrali più geniali, perché Enrico Vaime scrive romanzi che si fanno divorare lasciando il desiderio che la lettura continui. E appena ho saputo che il 21 ottobre sarebbe uscito per Rizzoli il suo nuovo libro, sono andato a trovarlo per avere ragguagli su questo e su tutto.

 

Enrico, fra meno di una settimana esce il tuo nuovo romanzo. Che storia hai scritto, che succede? Succede che questo ragazzo che prendiamo in una città di provincia nell’immediato dopoguerra,  viene seguito dall’Io narrante, scusate l’espressione esorbitante, nelle sue esperienze, fino al giorno in cui decide, per saturazione, di lasciare l’alveo in cui si è trovato fin dall’infanzia, deluso da tante cose che ha visto e vissuto.

 

E dove va?
Al sud, probabilmente,  seguendo l’itinerario delle oche siberiane che attraversano il lago della sua regione quando cercano un posto più caldo dove svernare

 

Quanto c’è della tua Perugia in quello che descrivi?
Qualcosa c’è, ma è tutto esagerato. Chi tenterà di ricostruire la mia città attraverso il libro, commetterà un’ingiustizia. La gente della mia città è per bene veramente.

 

Perché è questo il titolo, giusto?
Sì, Gente perbene, scritto tutto attaccato.

 

Quand’è stata la prima volta che sei andato via di casa?
A 12 anni ho avuto un primo tentativo di distacco. Mi trovavo a Roma durante le vacanze di Pasqua e decisi che sarei dovuto rimanere. E sono riuscito a convincere i miei a lasciarmi a casa di uno zio dove ho completato la seconda media: l’insegnante di Perugia mi aveva promesso dal primo giorno di scuola che mi avrebbe bocciato. Qualche anno dopo ce ne siamo andati definitivamente da Perugia, seguendo mio padre che per lavoro era stato trasferito a Napoli.

 

Poi ti sei trasferito a Milano. Ma eri già grande. Che facevi?
Ero una specie di consulente pubblicitario per una grandissima azienda. Ma ero uno che se ne fregava, mi comportavo in maniera cialtronesca. Quando si trattò di trovare uno slogan per una crema, dissi “Pestatela, porta fortuna”. Poi fu la volta di una campagna per ammollare alla gente, per San Biagio, vecchi panettoni che erano avanzati dal Natale da vendere assieme alle colombe.

 

E allora tu che hai pensato?
“Panettone più colomba: le disgrazie non vengono mai sole!” Tutto questo era tollerato con allegria. Poi però è arrivato lo slogan che è ancora un esempio di sintesi, quella vera. Per la Motta. Dici “Natale, dunque Motta”? Beh, non è che ci volesse un genio. Però sì, quello è mio.

 

Com’era la gente di Milano?
Sostanzialmente seriosa. Però ci fu un compassato dirigente che aveva un fare tipo Monti che un giorno smollò e mi disse: «Sa, lei mi vede così ma io ho una grande passione: pattino!» Pattinava su ghiaccio! L’azienda era vicino al Palazzo del ghiaccio e lui, dopo il lavoro e dopo aver dato una mancia generosa al custode, si metteva la tuta e faceva le figure. Te lo immagini Monti che fa le evoluzioni? Ecco,  e io, pure se lui non l’ha mai saputo, andai anche a vederlo di nascosto!

 

Parliamo di gente straniera. Tu  a 18 anni prendi e parti per un viaggio in nord Europa, giusto?
Giusto. Avevo patteggiato con mio padre che se avessi fatto quattro esami alla sessione di giugno mi avrebbe dato 200.000 lire che per l’epoca era una cifra pazzesca. E io li ho fatti. E con una 600 sono partito insieme con altri amici. Per 3 mesi ho girato Svezia, Norvegia, Danimarca. Sono stato al circolo Polare artico il giorno di ferragosto. C’erano le renne che correvano e c’era un gabbiotto di legno, da un parte, dove un signore svizzero ti rilasciava un diploma. Che però ho perso.

 

E quella volta senza benzina?
Dunque, lungo le strade c’erano pochissimi distributori. Ma lì la gente era abituata e girava con le taniche piene. E quando una volta sono rimasto senza benzina, ho conosciuto un personaggio incredibile. Vicino a una cittadina che si chiama Mo i Rana la domenica si metteva ad aspettare gli automobilisti senza carburante. Si appostava con due taniche. Questo tipo era uno spagnolo che era stato perseguitato dai Tedeschi, durante la guerra. L’avevano catturato in Spagna ed era scappato in Francia. L’avevano catturato in Francia ed era scappato in Norvegia e l’avevano catturato anche lì. Sopravvissuto a tutto, aveva deciso di organizzare una sua piccola vendetta personale e capillare. Appena si fermava una macchina tedesca, lui correva a rimboccare il serbatoio. Poi partiva. La macchina tedesca faceva 500 metri e poi si fermava per sempre. Perché nella tanica c’era l’acqua. In anni e anni ne avrà seccati a centinaia!

 

E da quelle parti la gente perbene è come la nostra?
No. Tu considera che le case venivano lasciate aperte con un bricco di latte e una pagnotta sul tavolo della cucina, per aiutare chiunque si perdesse. Una notte ci smarrimmo e chiedemmo aiuto a un signore anziano che invece di indicarci la destinazione, che era a quasi cento km, prese la motocicletta e ci accompagnò. Come se niente fosse. Eravamo a Trondheim. C’era una tale fiducia nel prossimo che io credo che siamo riusciti a fargliela passare, frequentandoli.

 

Faccio un carpiato. Tu che sei il signore della Tv, l’hai visto il programma di Celentano?
No, me lo sono perso. Avevo l’esenzione. Però conosco Adriano, ho lavorato con lui e ho cercato di capire che senso ha quel tipo di tv. E ha un senso la sua presenza in tv.

 

Che tipo di persona è?
Sostanzialmente una persona onesta.

 

Mi dici una persona per bene, scritto staccato dello spettacolo che hai conosciuto?
Beh, Panelli! Gli volevo molto bene. Era un uomo spiritoso e originale.

 

Come andò quella litigata con Buazzelli?
Dunque, erano due angeli, sia Tino che Paolo. Ma una volta litigarono per motivi futili, stupidi. Panelli disse: «Non ti voglio vedere più» Buazzelli s’incupì e si allontanò ma dopo un po’ cominciò ad andare sotto casa di Panelli a passeggiare e a guardare. Panelli lo aveva notato ma non faceva niente. Un giorno Tino  si presentò sotto casa di Panelli con due tamburelli e la palla e guardando da sotto la finestra, mostrò i tamburelli, li scosse e Panelli scese e andarono a giocare. Avevano più di quarant’anni ma dentro era puliti come bambini.

 

Ho letto il libro. A me piacerebbe anticipassi almeno un personaggio… il prete.
Sì. Potrà sembrare una concessione plateale a un certo umorismo senza scrupoli. Ma non è così. Ho fatto riferimento a un personaggio che è effettivamente esistito. Cioè un sacerdote che aveva un disturbo fastidiosissimo che lo emarginava e lo costringeva a ruoli che erano secondari proprio perché era affetto da un’aerofagia plateale e irrefrenabile. La cosa grave è che questo personaggio per coprire questi rumori si metteva a parlare con un vocione forte e quindi rafforzava questo rumore. O cantava canti di Chiesa. Ma non volevo far ridere con questo personaggio grottesco, volevo solo raccontare un caso umano che effettivamente ho incontrato.

 

E riguardo l’Italia di oggi, Monti ci porta fuori da questo momento?
Beh, comunque ci porta. E’ un po’come per i pompieri. Quando c’è un incendio e intervengono, i pompieri spengono il fuoco ma sfasciano la casa. La prima cosa che fanno è sfondare le porte con l’ascia.

 

Senti, non si ricandida più ma che starà facendo in questo momento Berlusconi?
Io credo che stia prendendo appuntamenti per stasera.

 

Pubblicato su Yanez del 15 ottobre 2012

 

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