Confronto con la Germania: bene Balotelli, male Monti
di Leonardo Caponi
PERUGIA - Avete presente l’enfasi, i trionfalismi (e le bugie) con i quali i vari governi, particolarmente in questi ultimi anni, amano “ammantare” i loro provvedimenti economici?: effetti positivi sovrastimati, cifre gonfiate, aspettative eventuali e incerte già trasformate in realtà e così via magnificando. Berlusconi era maestro assoluto in questa arte illusionistica, all’insegna dell’idea che, nell’economia, conta più l’ottimismo che i fatti reali. Il più austero Monti, per la verità, non gli è da meno, anzi lo batte, confermando così che il cumulo di ipocrisie e bugie con le quali li presenta, appare quasi più detestabile del merito dei provvedimenti che assumono lui e i suoi ministri.
Confortato e circondato dalla impressionante omogeneità della cosiddetta grande stampa e dei media pubblici e privati più seguiti (si, si, è vero!, comunicazione di regime, che fa dubitare che oggi esistano in Italia la libertà e il pluralismo dell’informazione), Monti ha presentato il recente vertice europeo come un “grande accordo” ed è stato rappresentato nelle vesti dell’astuto e indomito vincitore di una battaglia campale contro la Merkel e la potente Germania. Parecchi giornali hanno addirittura scomodato il paragone e la metafora calcistica: Balotelli e Monti battono la Germania!
Tutte balle!, o, sostanzialmente, balle! Per Balotelli, fortunatamente no, ma per Monti, si. Quello di Bruxelless non è un grande accordo, né per l’Italia ne per l’Europa. I due punti di particolare interesse, la lotta all’aumento dello spread e le misure per la crescita, si sono risolti in una delusione. Di per se, certo, il fatto che uno degli istituti finanziari europei, il cosiddetto fondo Salva stati, possa intervenire per acquistare titoli di Paesi in difficoltà, al fine di stroncare la speculazione, è positivo. Ma, intanto, quello di Bruxelless è un accordo di principio la cui operatività e incidenza sono tutte la conquistare, in un tempo che appare non certo immediato. In primo luogo perché l’intesa dovrà essere sostanziata dalla determinazione di modalità tecniche e clausole operative (pare, affidata ai Ministri dell’economia) che nessuno garantisce non possano arrivare (abbiamo a che fare con la Germania e altri stati che la spalleggiano) al punto di rimettere in discussione o ledere lo stesso principio ispiratore. In secondo luogo l’accordo è, per così dire, “appeso” ad una serie di interrogativi che diventano pesantissimi per chi guardi le cose non soltanto dal punto di vista degli interessi del sistema bancario, ma da quello della condizione di vita e dei diritti dei popoli, cose che sono, tra loro, profondamente diverse. Quante risorse avrà a disposizione il Fondo? e saranno sufficienti per far fronte al compito che gli si propone? No, al momento la risposta è no, da parte della gran parte degli economisti e commentatori. I 500 miliardi dei quali si parla sono pochi e peraltro già, in parte sostanziale, “impegnati”.
Tra i commenti, lo dico tra parentesi, spicca quello di Fassina, responsabile economico Pd, che dopo aver dato dell’accordo europeo e dell’operato di Monti, per dovere d’ufficio, un “giudizio positivo e un segnale di svolta”, in realtà lo “stronca” con una serie molto lunga (e per la verità circostanziata) di dubbi e interrogativi simili ai nostri. Beato Pd!, come la vecchia Democrazia Cristiana ha imparato a tenere i piedi sempre su due staffe.
Ma l’obiezione sostanziale è un’altra ancora: l’intervento del fondo salva stati sarà riservato ai Paesi che hanno già ottemperato alle condizioni “europee” (tagli draconiani, pareggio di bilancio ecc.), avverrà secondo “le procedure stabilite dai regolamenti Ue” (!?) e, comunque sia, sarà subordinato alla sottoscrizione, da parte del Paese beneficiario di “un memorandum” (cioè di condizioni) con le autorità e le istituzioni monetarie europee. Insomma, come si dice, se non è zuppa è pan bagnato! Chi garantisce che l’aiuto europeo non sarà dissimile e meno jugulatorio di quello che è stato per la Grecia o anche per l’Irlanda e la stessa Spagna?
Ma il capitolo dell’accordo dove l’enfasi appare più truffaldina è, senza dubbio, quello del “pacchetto” per la crescita. Si sparano cifre iperboliche di più di cento miliardi, ma in realtà i soldi veri (si ripete la storia del decreto Passera in Italia) sono 10 miliardi che andrebbero ad incrementare le risorse della Bei, banca europea per gli investimenti. Una inezia rispetto a quello di cui ci sarebbe bisogno! Che poi si calcoli che questi soldi possano, come si dice, “mettere in moto”, in un momento di stagnazione, investimenti per decine se non centinaia di miliardi, è cosa del tutto arbitraria e irrealistica. Come lo è pensare che la proposta di emissione di 4,5 miliardi di proget bond (che è un’altra delle misure decise) possa portare chissà quali benefici. Non so se è chiaro come funziona: l’eurobond è un prestito che si fa ad una banca, che poi a sua volta lo presta per investire nella realizzazione di infrastrutture. Ma chi lo potrà o sarà interessato a farlo? Gli investimenti oggi non si fanno, principalmente, a causa del “mercato non assorbe”. E, in ogni caso si tratta di una cifra, in ambito europeo, del tutto modesta che, tra l’altro, come è stato in maniera massiva per un altro bel gioiello finanziar-speculativo dei tempi nostri, il projet finanching, rischia di alzare il tasso di corruzione e malversazione negli appalti.
La terza misura decisa per la crescita appare semplicemente inconsistente, anzi, “inesistente” poiché si tratta della rimodulazione di fondi strutturali, per 55 miliardi, già esistenti. Che i soldi si possano moltiplicare cambiando la loro allocazione nei capitoli di bilancio, è un miracolo non dato tra le facoltà umane, nemmeno in quelle dei banchieri di Bruxelless!
La verità vera, in conclusione, è che anche questo ennesimo vertice europeo ha cincischiato alla ricerca di tecniche (“tecnicismi”) finanziarie che, finalizzate all’unico scopo di preservare il sistema bancario dai suoi stessi sconquassi, continuano ad eludere il problema di fondo: se si continua a fare della forza della moneta e quindi del rigore di bilancio, un “totem” inamovibile e non c’è un rilancio selettivo degli investimenti pubblici ed una politica di trasferimento della ricchezza e di aumento dei consumi (che vuol dire crescita del benessere della gente, invece che progressivo strangolamento) l’Europa e una parte del mondo “occidentale”, continueranno a dibattersi in una crisi insanabile.




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