Il decreto (irrilevante) per lo sviluppo di Passera
di Leonardo Caponi
PERUGIA - Dispiace dirlo, ma, una volta tanto, ha ragione persino Angelino Alfano, quando parla male del “decreto per lo sviluppo” di Passera e Monti, approvato l’altro ieri dal Consiglio dei Ministri.
Si tratta di una misura “irrilevante” ai fini della crescita economica del nostro Paese. Presentato in pompa magna particolarmente da alcuni giornali che, evidentemente, hanno una simpatia o un “legame” particolare col Ministro ex banchiere, si configura, in realtà, come la classica “montagna che ha partorito il topolino”. Dove il Corriere della Sera veda gli “80 miliardi per lo sviluppo” è un mistero e rientra in quel cumulo (impressionante) di bugie, false attese e false speranze (peggiori, forse, per la loro ipocrisia e disonestà, del merito dei provvedimenti!) con il quale il governo Monti e la “cupola” europea dei banchieri che ne ispira e condivide la politica, ammanta ogni sua legge, alla disperata ricerca di quel consenso che i fatti e l’andamento reale delle cose rendono, ogni giorno, più problematico.
Non ho fatto il conto preciso, né mi interessa farlo, ma in realtà i “soldi” veri che il decreto stanzia (e nemmeno tutti insieme e subito) ammontano, euro più euro meno, (ha ragione Alfano) a un miliardo. Se poi gli altri 79 sono la “stima” che il governo presume di poter attribuire ai “risparmi” derivanti dall’aumento al 50% della soglia di detraibilità per le ristrutturazioni edilizie e dai “projet bond” sulle nuove opere, ci sarebbe, se la cosa non fosse seria, …soltanto da ridere. Intanto perché in ogni caso pare una cifra sovrastimata (non si capisce bene, ma la nuova quota di detraibilità dovrebbe riguardare soltanto le ristrutturazioni per risparmio energetico) e, comunque, l’idea che queste risorse (aumenti di reddito per le persone fisiche e le imprese) possano essere in toto o, semplicemente in linea prevalente, “riversate” nel circuito produttivo è pura e colpevole illusione o propaganda.
In realtà il decreto costituisce e sconta una contraddizione in termini con la “linea” economica del governo e l’ideologia liberista che la ispira. Se si teorizza che non deve esistere nessuna politica industriale (“perché il mercato fa da se!”) e si punta ad azzerare la spesa pubblica, come e dove si possono trovare le risorse per intervenire nell’economia?!
L’esempio lampante di questo contraddittorio e semplicemente incredibile modo di procedere è offerto dalla vicenda, per così dire, della “casa”. Prima si deprime oltre ogni limite il mercato edilizio, immobiliare e l’industria delle costruzioni con una valanga asfissiante di tasse sintetizzate nella sigla Imu (quindi provvedimenti davvero strutturali e incidenti, all’insegna del rigorismo di bilancio) e poi si fa il solletico a questa situazione con qualche piccolo e ininfluente sgravio fiscale che non si capisce bene come funzioni. Roba da matti, oltre che politica di classe!
Per non parlare poi degli incentivi per le assunzioni, i bonus per l’impiego nella green economy e di personale qualificato in tutte le imprese che, in se, non sono concepiti male, pur non costituendo certo una novità essendo da tempo, nelle forme più varie e “fantasiose, praticate nell’ambito delle politiche dell’unione europea. Il problema in questo caso è la scarsa quantità delle risorse messe a disposizione (tornano i vincoli di bilancio) che riduce gli interventi a dimensioni tali da renderli prevedibilmente marginali e ininfluenti.
Quanto al riordino degli incentivi alle imprese, nel corso degli ultimi venti anni, ogni governo che si è succeduto ha proceduto al riordino degli incentivi alle imprese. E’ una cosa forse anche non totalmente “finta”, poiché cambiando le fasi dell’economia, può essere utile adeguare la forma degli incentivi. Solo che questa procedura non può essere spacciata per un nuovo aiuto allo sviluppo tenendo anche conto del fatto che, ad ogni riordino, ha corrisposto una riduzione delle risorse messe a disposizione.
La cosa davvero “sconcertante” è che ogni provvedimento di questo governo, come un’ossessione, pare finalizzato a ridare fiato, incentivare e sostenere la finanziarizzazione dell’economia: in realtà il sistema creditizio privato, ma è la stessa cosa. Per Monti e Passera è strutturalmente inconcepibile un intervento per lo sviluppo che “non passi” per una banca. Ed è così che, con una buona dose di incoscienza e di disprezzo per l’interesse pubblico e per il nostro futuro, dopo il disastro dei “derivati” (all’origine dei mali odierni dell’economia) il nostro governo non trova di meglio, per finanziare la realizzazione delle infrastrutture, che tirare in ballo i “project bond”, cioè né più né meno una nuova forma di derivati e di investimento speculativo dei risparmi privati affidato alle banche. E pensare che il “project financing”, insieme all’edilizia contrattata, è stato il veicolo principale di penetrazione della malversazione e della corruzione negli appalti e nei lavori pubblici negli ultimi anni. Questo sarà un nuovo “ambaradan” per (chissà se ci riusciranno) drenare risparmio, riempire di soldi le banche, creare un mercato artificioso destinato prima o poi a scoppiare, aumentare i costi dei lavori, incentivare la corruzione del sistema delle costruzioni, favorire l’ingresso dei capitali mafiosi.
E tutto questo perché non si vuol ammettere che non si avrà nessuna seria crescita senza una ripresa selettiva degli investimenti pubblici e l’aumento dei consumi, il cui crollo è la causa vera della crisi attuale.
Il decreto contiene poi un altro infausto articolo su quelle che il Corriere della Sera definisce le “nuove privatizzazioni”, cioè il capitolo inerente il gigantesco processo di spoliazione dell’ingente patrimonio pubblico del nostro paese a vantaggio dei privati.
Ma a questa parte potremo dedicare un articolo successivo poiché, come dicono i frati, “ogni giorno ha la sua pena” ed è bene non esagerare.




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