Proverò a lasciare la proposta politica in secondo piano non tanto perché mi convince molto, poco o per niente, quanto perché seguendo le indicazioni del Segretario Regionale uscente, Stefano Vinti, ed assumendomi il ruolo di “informatore”, ho bisogno di indagare e conoscere, se necessario in prima battuta ricostruire, i meccanismi e i processi che portano all’elaborazione di una proposta politica, che in assenza di questa analisi lega la propria potenza, più al caso che ad altri fattori. [suspension of disbelief] In narrativa esiste un meccanismo, un patto, un accordo, tra chi racconta e chi ascolta chiamato sospensione dell’incredulità (nel nostro caso i ruoli di scrittore e lettore non sono così canonizzati e fissamente immutabili, parlando di rappresentanti e rappresentati), chi racconta accetta di rimanere nell’Universo narrativo che ha creato, chi ascolta accetta queste regole come certe, invera questo Universo, cosa fondamentale per noi comunisti oggi dovrebbe essere nell’ottica di rinnovamento/rinvigorimento di questo rapporto, la costruzione della possibilità di credere (autocoscienza), dobbiamo restituire la possibilità di scegliere ai rappresentati, di scegliere di credere nell’Universo narrativo. [il governo Monti toglie la possibilità di scegliere di credere] Questo elemento della scelta è una delle tante privazioni impostaci dal governo Monti, questo elemento noi abbiamo l’obbligo di restituire ai cittadini, alle classi che vogliamo rappresentare. Come si fa? Intanto partiamo dal cosa assolutamente non va fatto. Non dobbiamo confondere uno strumento e la sua funzione, lo scopo per cui è stato pensato e finora utilizzato, con chi quello strumento ha usato, non c’è identificazione tra strumento e utilizzatore. Ad esempio se voglio piantare un chiodo utilizzo un martello, se ho scelto il martello della giusta proporzione rispetto al chiodo e alla superficie su cui piantarlo, il fatto che io riesca a piantarlo non dipende dal martello, ma dalla mia capacità di scegliere quello giusto e di usarlo correttamente. Questo esempio dovrebbe aiutarci nella nostra analisi del sistema della rappresentanza, nell’analisi della forma partito, dello strumento cooperativo, ma anche quando parliamo di sanità, scuola, province. E’ peraltro difficile che uno strumento da sempre utilizzato, venga completamente superato, è più probabile che la modernità, la macchinizzazione tengano conto della funzionalità del martello per pensare uno strumento più efficace. Spesso nella foga di rinnovamento di alcune fasi si perde lo scopo ragionando eccessivamente sullo strumento e sulla sua inadeguatezza con la conseguenza che non si riesce più a piantare quel chiodo che col martello saremmo riusciti a piantare. Cosa va fatto? Va costruito un sano meccanismo di valutazione che sappia passare sotto la sua lente teoria e prassi per sapere se abbiamo azzeccato le scelte politiche, non possiamo basarci esclusivamente sul consenso pur essendo fondamentale nel poter esprimere un giudizio valutativo, quantitativo o qualitativo che sia. Badare a ciò che si fa e non a ciò che si dice, gli atti sono rivelatori anche delle menzogne oltre che degli errori. Questo è un principio da applicare non solo all’analisi e alla denuncia del montismo, ma anche ai nostri meccanismi valutativi. [noi siamo diversi e non riusciamo a metabolizzare il fatto che ciò che funziona per gli altri quasi mai funziona per noi] Prendiamo la questione della propaganda, dobbiamo smetterla col “facciamo come” che a distanza un battito di ciglia vede un processo identificato come utile e da prendere ad esempio, trasformarsi in un fallimento. Dobbiamo tornare al “sappiamo come fare”, basta con le incertezze e le inadeguatezze, basta col tasso alto di sperimentazione e con l’eterogeneità delle posizioni. Perché noi siamo diversi e non riusciamo ancora a metabolizzare il fatto che quello che funziona per altre organizzazioni, dai partiti ai movimenti, quasi sempre non funziona per noi, abbassare il tasso di sperimentazione oggi significa automaticamente alzare la possibilità di valutazione corretta dell’agire politico. [riduzione della propria intrinseca portata utopica] Perché quello che funziona per gli altri non funziona per noi? Perché come indicato anche dal Segretario Regionale uscente nella relazione noi abbiamo un portato di Utopia, che in molti casi cerca di diventare realtà concreta e tangibile per le classi che intendiamo rappresentare, la storia di Rifondazione del progetto politico di Rifondazione, può essere riletta secondo chiavi legate alla nostra differenza strutturale rispetto agli altri. Noi abbiamo l’obbligo di confrontare i nostri progetti, le nostre idee, le nostre pratiche, con la “riduzione della propria intrinseca portata utopica”, gli altri no. [i cittadini, le comunità, le società, non vivono e non progrediscono senza Ideali] Che fare anche di fronte a questo? Abbiamo un obbligo di realismo che può derivarci solo dalle pratiche, un realismo ricco di conoscenza, che diventa azione e che però deve forzatamente confrontarsi con l’Utopia con l’Idealità, perché per dirla col compagno “Botte” gli Ideali sono realtà e i cittadini, le comunità, le società, non vivono e non progrediscono senza Ideali, l’impressione è che gli “altri” se ne siano accorti forse è ora che ce ne accorgiamo anche noi.

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