L'inquietante storia delle Mafie in Umbria
Elio Clero Bertoldi
PERUGIA - Rapine, sequestri di persona, omicidi. La mafia, anzi le mafie (Cosa Nostra, 'Ndrangheta, Camorra e Sacra Corona Unita, senza contare la mafia russa, quella cinese, quella albanese, quella nigeriana e quella sudamericana, che direttamente o indirettamente hanno operato nella regione) vantano una "presenza" e hanno mandato "segnali" ormai da decenni in Umbria. Questa presenza e questi segnali, di per sé, non significano che le mafie si siano infiltrate da tempo nel nostro tessuto sociale: nessuna sentenza definitiva (tranne rarissime) e nessun procuratore generale ha tratto queste conclusioni da quaranta anni a questa parte (i casi portati alla luce più di recenti sono ancora in fase di giudizio). Tuttavia questi segnali, quanto meno, concretizzano uno spunto investigativo, sul quale sarebbe interessante approfondire la ricerca non solo giudiziaria, ma anche storica.
Sulle infiltrazioni in Umbria, in particolare nell'ultimo quindicennio, ha pubblicato un interessante volume il giornalista Claudio Lattanzi. Superfluo dunque tornare su questo periodo. Ma a quando risale questo allungare le mani, silenzioso, viscido e allarmante, nel cuore verde d'Italia ad opera delle varie mafie?
Qualcuno ritiene che tutto sia cominciato con l'arrivo dei soggiornanti obbligati: un Mammoliti nell'Eugubino-Gualdese, il capobastone Egidio Muraca a Perugia, addirittura Stefano Bontade, "il principe di Villagrazia", capo di Cosa Nostra fino alla sua uccisione (ad opera dei "viddani" di Riina e Provenzano) a Spello, dove conduceva una bella vita e tanti altri di "blasone" minore, ma non certo di pericolosità sociale, in varie zone a nord e a sud delle due province. La situazione si sarebbe poi aggravata con la costruzione del carcere di Maiano di Spoleto (che ha ospitato, via via, personaggi di spicco siciliani, campani, calabresi, pugliesi) e con l'apertura della sezione speciale nella casa di reclusione di Sabbione di Terni. Perché un carcere significa arrivo di familiari e amici, legami sul territorio se non altro economici, talvolta connivenze. Senza contare l'immigrazione di clan in fuga dalle loro terre di origine (come i Facchineri e i Condello, insediatisi in Alta Val Tiberina o alcuni personaggi siciliani, più o meno insospettabili, nel Ternano).
E' vero, racket e pizzo, azioni criminali che connotano, nelle terre di origine delle cosche, il fenomeno mafioso, non sono stati segnalati, almeno in maniera continuativa e costante da noi, ma le mani sulle città possono essere messe, più fruttuosamente, attraverso la corruzione e il riciclaggio di denaro, che non hanno riflessi evidenti e solari e non vengono percepite all'esterno. D'altro canto la mafia non innalza e fissa cartelli ai margini delle strade per indicare il percorso da seguire per trovarla e individuarla. Si muove, finché può, sottotraccia.
Di sicuro, tuttavia, si sono verificati sequestri (come quello dell'imprenditore Vittorio Garinei a Trestina) attribuiti, con sentenze definitive, a clan calabresi ben conosciuti; rapine a go-go messe a segno da bande mafiose (palermitane e catanesi), 'ndranghetiste, camorriste e della Sacra corona unita; e persino omicidi.
Avvenuti in carcere (quello di Angelo La Barbera, nella clinica interna del carcere di Piazza Partrigiani nel capoluogo umbro, rappresentò dell'inizio della "guerra di mafia" che spazzò via in Sicilia e a Palermo i "cittadini", a favore di Riina, Provenzano e loro sodali e quello di Ciro Ruoppo, camorrista di basso rango, punito con l'impiccagione nelle docce, sempre a Perugia, per aver parlato male, in piena guerra di camorra, di don Raffaele Cutolo e bene di uno dei nemici del "professore", Luigi Giuliano, "'o lione", ora pentito), ma soprattutto in strada. Tra questi ultimi Domenico Barbaro, un calabrese ucciso a Bastia Umbra a colpi di lupara da un commando arrivato su un'auto rossa e poi sparito nel nulla; Luigi Castiglione, anche lui giovane calabrese, freddato a colpi di pistola all'Elce da quello che credeva un suo amico e che si era trasformato nel killer inviato dai suoi nemici per saldare i conti di una lunga faida; e ancora Salvatore Conte, morto ammazzato a pistolettate a Castel del Piano e poi seppellito, in fretta e furia, in un bosco tra Perugia e Gubbio per un "redde rationem" interno ad una banda di "pentiti"; l'omicidio, ancora irrisolto, dell'imprenditore calabrese Roberto Provenzano, raggiunto da un proiettile alla tempia nella sua casa di Ponte Felcino. E ancora la sparatoria di via della Scuola a Ponte San Giovanni dove rimasero a terra tre albanesi (uno morto, due in fin di vita, salvati dai chirurghi perugini), ad opera di un napoletano collegato alla camorra e rimasto latitante per anni in un paesone alle falde del Vesuvio. E poi l'agghiacciante strage di via del Macello (tanto nomine) ad opera di un commando di albanesi venuto da Milano nel capoluogo umbro: sul terreno tre albanesi, riempiti di piombo. Le vittime avevano appena seguito, in un bar, una partita del campionato di calcio.
Lunghissimo sarebbe ricordare una per una le operazioni contro il traffico di droga e delle "bianche" (le schiave del sesso), organizzato dalle varie mafie: basterà accennare a "Mamma cocaina", una colombiana, che collegata al cartello di Calì faceva affluire fiumi di cocaina a Perugia; le incursioni della mafia russa (come nella vicenda Girasole I e II), albanese (operazione Parigi), nigeriana e nordafricana e persino di quella cinese (un sequestro di persona sull'asse Foligno-Bologna). Su tutte l'operazione Windsheare che è stata un classico, all'inverso: cinque perugini, per rifarsi delle perdite nel gioco d'azzardo, arrivarono ad organizzare e concretizzare un traffico di cocaina purissima, con volo diretto dal Sud-America all'areoporto di Sant'Egidio. Un business che servì a rifornire - i cinque perugini erano davvero insospettabili - niente di meno che i palermitani di Piazza del Gesù, gli 'ndranghetisti di Gioiosa Ionica e la criminalità organizzata romana (collegata a sua volta con la mafia di New York e Miami). Dal sud salivano a Perugia camion carichi di bestiame, che tornavano nel meridione con i loro tesori di droga. Un percorso all'inverso rispetto alle situazioni tradizionali, che hanno visto l'Umbria rifornita dai vari clan.
La Sacra corona unita, infine, aveva assoldato alcuni perugini, affidando loro il lavoro sporco del trasporto di auto di lusso (anche Ferrari) rubate in Italia e riciclate nei Balcani e nei paesi dell'Est. Ad organizzare il traffico alcuni pentiti pugliesi, che facevano il doppio gioco (difesi dallo Stato per la loro collaborazione, continuavano, di soppiatto, a delinquere e di brutto).
Questa la lista dei fatti, in rapida e incompleta sintesi, che si sono snodati in quattro decenni. I soldi di tutte queste (e altre) attività illecite sono serviti per acquistare terreni, immobili, aziende, licenze commerciali, infiltrando la nostra società?
Risposte certe, sulla base di sentenze - se non in casi sporadici - non se ne possono fornire. Il sospetto, o se volete lo spunto investigativo, resta in piedi. Inquietante.
da Il Corriere dell'Umbria




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