di Patrizia Proietti*

PERUGIA - L'attuale ministro dell'istruzione (non più pubblica) Francesco Profumo si appresta a presentare al consiglio dei ministri il suo progetto di riforma del sistema scolastico, universitario e della ricerca spacciandolo per un disegno in perfetta sintonia con l'idea che ne aveva l'ex ministro Fioroni, il quale ha immediatamente declinato ogni possibile ruolo di ideologo fonte di ispirazione. Il che è tutto dire.
La riforma ha l'ambizione di introdurre il merito in ogni meandro della scuola e dell'università, stimolando al successo, attraverso olimpiadi e concorsi, gli studenti più in gamba con sconti su tasse universitarie, trasporti e ticket museali. Una gara in tutta regola, in cui uno solo (per istituto) sarà il vincitore. E per tutti gli altri niente?

Tralasciando l'annosa questione della misurazione e della valutazione del fantomatico "merito", su cui ormai esiste una fiorente letteratura, anche sul web, che invito a leggere, resta il fatto che tutto l'impianto della riforma si basa su un unico pilastro: la competizione come motore per il miglioramento, lo sviluppo, la crescita, già a partire dai banchi di scuola. Ma siamo sicuri che sia questo il concetto di scuola che emerge dalla lettura della nostra Costituzione? O piuttosto un ottimo esempio di applicazione dell'ideologia iperliberista che permea ogni provvedimento fin qui adottato da questo governo che non si è mai sottoposto alla valutazione di nessuno?

La retorica del merito viene utilizzata come contraltare ai pesantissimi tagli che la scuola e l’università hanno subito in questi anni: visto che le risorse non ci sono, tuteliamo le eccellenze, sosteniamo gli studenti più meritevoli e, soprattutto, più spendibili.

Tagliare i fondi e i posti di lavoro nella scuola non basta: tagliamo gli studenti. Manifestazioni e proteste finiranno, così anche la magistratura potrà dedicarsi a indagini ben più importanti di quelle cui da mesi lavora alacremente per punire professori, genitori e studenti indisciplinati.
È tutto qui quello che questo governo di professori, tanto stimati e riveriti, è in grado di concepire? Più che “il nuovo che avanza”, si tratta di un ritorno all’antico, alla vecchia scuola di classe che premia i migliori interpreti del pensiero unico e lascia indietro, o meglio fuori, tutti gli altri.

Superare la crisi vuol dire fare esattamente il contrario di quanto si sta facendo: investire ingenti risorse nella scuola, nell’università e nella ricerca, nella qualità del sistema dell’istruzione e nel totale e libero esercizio del diritto alla conoscenza da parte di tutti.

*Segreteria regionale PRC – Federazione della Sinistra
 

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