di Roberto Ciccone*

PERUGIA - Il 2 giugno di 66 anni fa gli italiani e per la prima volta – giova ricordarlo - anche le italiane hanno fatto una scelta determinante per la storia del nostro Paese, optando per la forma di stato repubblicana.
Tale scelta ha orientato il lavoro dei costituenti, che hanno sancito l’impossibilità di sottoporre a revisione costituzionale la forma repubblicana e hanno legato indissolubilmente la Repubblica ai principi lavorista e democratico con la rilevante formula dell’art. 1 della Costituzione, secondo cui l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro in cui la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e con i limiti previsti dalla Costituzione.

Il principio repubblicano è saldamente e strettamente collegato al principio democratico e a quello lavorista: la giurisprudenza della Corte costituzionale ha stabilito che tali principi, insieme ai diritti inviolabili dell’uomo e agli altri principi fondamentali, appartengono al nucleo essenziale e immodificabile della Costituzione garantito dall’art. 139. Un cambiamento sostanziale o una rinuncia alla tutela e alla promozione di tali principi sancirebbe un sovvertimento della Repubblica e dei suoi valori fondativi.
Sulla base di queste premesse ci dobbiamo chiedere quanto la “costituzione materiale” oggi rispetti la centralità del lavoro e della democrazia, così solennemente sanciti dal voto degli italiani di 66 anni fa e dal conseguente lavoro dei costituenti.

Oggi la centralità del lavoro e le forme della sua tutela sono pesantemente sotto attacco: si è generalizzata la precarietà sul mercato del lavoro, tanti giovani e tante donne rinunciano addirittura alla ricerca del lavoro e restano inoccupati, la controriforma Fornero in discussione in parlamento punta a introdurre la libertà di licenziamento nel settore privato e in prospettiva anche in quello pubblico. Sul lavoro, poi, si continua a morire troppo, e la vicenda del terremoto in Emilia di questi giorni mostra quanto ancora sia vulnerabile la posizione dei lavoratori: concordo con chi propone di dedicare la celebrazione del 2 giugno alle vittime di questa tragedia. Questi elementi mostrano come, in realtà, nella costituzione materiale, dopo trent’anni di neoliberismo, centrali sono diventati l’impresa, i mercati finanziari, lo spread, mentre il lavoro è relegato a variabile dipendente del sistema economico.

Non va meglio al principio democratico. Per decreto e dall’alto si è cancellata la rappresentatività delle province (che non sono state abolite, come si dice, per cui i risparmi sono ridottissimi) portando così un attacco profondo al sistema delle autonomie e al principio pluralistico; con l’introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione e la scontata ratifica del fiscal compact – che significa una riduzione del debito di 45 miliardi l’anno - si sceglie di abdicare alla sovranità nell’ambito delle politiche di finanza pubblica e si comprimono le possibilità degli enti locali di dare servizi ai cittadini; con le proposte di riforma elettorale a doppio turno e con l’ipotesi di introduzione del presidenzialismo si gettano le basi per allargare la disaffezione dei cittadini alla politica. Inoltre, la riduzione dei parlamentari, invece di essere un risparmio di denaro pubblico (perché non si dimezzano le indennità, i contributi ai gruppi parlamentari e non si abolisce l’odioso privilegio dei vitalizi?), sarà una ulteriore riduzione di spazi democratici, così come il mancato rispetto dell’esito referendario sull’acqua e i beni comuni rappresenta la mortificazione di uno dei principali strumenti di democrazia diretta da parte degli organi rappresentativi (governo e parlamento). Per questo aderisco e sostengo la manifestazione “La Repubblica siamo noi” organizzata per il 2 giugno dai movimenti e dal Forum per l’acqua pubblica, che chiedono il rispetto della volontà popolare espressasi con i referendum dello scorso anno.

D’altro canto le recenti amministrative hanno segnalato quanto il governo dei tecnici imposto dalla troika (banca centrale europea, fondo monetario internazionale e commissione europea) sia lontano dal Paese reale, che subisce pesantemente la crisi causata da quegli stessi istituti finanziari, salvati coi denari pubblici, che ora traggono lauti guadagni dalla speculazione sul debito degli stati, e quanto le stesse forze politiche che sostengono l’esecutivo, ma anche quelle all’opposizione in parlamento, abbiano posto un solco profondo tra loro e i cittadini che dovrebbero rappresentare. Un solco che l’antipolitica e l’antipartitismo tenderanno sempre di più a colmare, a meno che non si riesca a rimettere al centro della proposta politica la difesa del lavoro, l’allargamento degli strumenti e degli spazi della democrazia, l’opposizione alle politiche neoliberiste di rigore e austerità, che non faranno altro che aggravare la crisi, per il rilancio dello sviluppo e per la crescita, una lotta vera all’evasione fiscale per diminuire il peso del prelievo ai ceti più deboli, lavoratori dipendenti e pensionati.

*assessore mobilità, vigilanza e personale del Comune di Perugia

 

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