La crisi peggiora con l'austerità. Intervista ad Antonella Stirati
di Stefano Galieni
PERUGIA - Le notizie che giungono da Bruxelles parlano dell’ennesima pagella all’alunno Italia. “bravo, si applica, ma deve fare di più” Il Paese intanto sprofonda e non si vede una fuoriuscita dalla crisi. La crescita è evocata come il sol dell’avvenire ma intanto si parla soprattutto e ancora di austerità. Cosa ne pensa Antonella Stirati, docente di Economia politica all’Università Roma 3?
«I problemi, non solo dell’Italia ma dell’intera Europa, come ci continuano a dire analisti, economisti di stampo liberale come Stiglitz, amministrazioni come quelle di Obama, osservatori internazionali, nascono proprio dall’austerità. La crisi iniziata nel 2008 era soprattutto una crisi della crescita trainata dal debito privato e dalla speculazione finanziaria negli Stati Uniti, ma la recessione che ora affligge i paesi europei è causata dalle politiche di austerità. Si tratta di taglio dei redditi, di aumento della tassazione e di diminuzione della domanda e quindi della attività produttiva. La recessione rende poi ancora più difficile risanare i bilanci pubblici, perché alcune spese (come i sussidi di disoccupazione o la cassa integrazione) necessariamente aumentano, mentre quando diminuiscono redditi, le entrate fiscali dello stato tendono necessariamente a diminuire. Inoltre la recessione determina maggiore fragilità del sistema bancario. Molte banche italiane sono state declassate da Moodys proprio con l’argomentazione che le politiche di austerità aumentano la recessione e quindi le insolvenze (cioè l’impossibilità di ripagare i propri debiti) da parte di famiglie e imprese. Così, con queste politiche, ci avvitiamo da soli in un meccanismo perverso. Oggi si dice che l’Unione Europea deve fare politiche di crescita. Ma questa parola può nasconde dei tranelli. Spesso quando i politici dicono crescita intendono le politiche di flessibilizzazione del mercato del lavoro e aumento delle privatizzazione e liberalizzazioni. Purtroppo queste sono scelte che non creano nessuna crescita. E vi sono ormai molti studi, tra cui vari rapporti dell’ Ocse, che dimostra chiaramente come non ci sia un legame fra crescita dell’occupazione e flessibilità del mercato del lavoro. Per quanto riguarda le privatizzazioni, l’Italia è fra i paesi che ne hanno fatte di più, ma senza che si sia visto alcun effetto positivo sulla crescita. Non si ferma certo con quelle misure la recessione generata dalle politiche di austerità. Bisognerebbe garantire l’aumento della domanda aggregata, fare progetti di spesa, sviluppare investimenti pubblici, favorire la redistribuzione del reddito verso i redditi più bassi, da lavoro dipendente, per stimolare i consumi. Sarebbe meglio se questo avvenisse in un contesto europeo magari con i Project bond e con politiche coordinate sul lavoro, in modo da impedire una competizione tra paesi basata sulla diminuzione dei salari. Ma se questo non succede ogni Stato dovrebbe attivarsi per conto proprio anche disobbedendo agli obblighi dell’U.E.».
E questo è reso difficile stante lo scontro fra la Germania e i Paesi europei in condizioni più difficili.
«Credo che nelle scelte della Germania influiscano molti fattori. La volontà di tutelare gli interessi nazionali ed una visione ideologica dell’economia. Mi spiego meglio, si è convinti che lo Stato si debba tirare indietro lasciando che sia l’economia a realizzare il pieno impiego. Credo sia una visione miope. Il funzionamento dell’economia tedesca è basato sulla conquista di spazi di mercato internazionale, soprattutto in Europa. Attraverso questa capacità di penetrare i mercati di altri paesi hanno potuto garantire ai cittadini tedeschi una elevata occupazione. Ma se si continua a imporre politiche di tagli ai paesi europei verso i quali la Germania esporta e in quei paesi crolla la domanda, la Germania rischia una caduta delle proprie esportazioni. Dal punto di vista macroeconomico è come se si tagliasse il ramo dell’albero su cui si è seduti. D’altro lato però alcuni interessi economici in Germania potrebbero vedere con favore una debolezza dell’ industria italiana per togliere di mezzo dei concorrenti, oppure una riduzione dei salari in Italia nelle imprese che sono sub-fornitrici di industrie tedesche, in modo da ridurre i propri costi. Grandi capitali sia stranieri che italiani infine possono trarre vantaggio dalla grave crisi di alcuni paesi per comprare a prezzi stracciati i loro “gioielli di famiglia” – cioè imprese e società pubbliche e private, servizi di rete come acqua, telefonia, gas ecc. Esplodono insomma tensioni derivanti da obiettivi diversi. Tuttavia deve essere ben chiaro che contrariamente a quanto ci viene raccontato (“bisogna fare come la Germania”) Il modello tedesco non è esportabile. Si tratta di un modello basato su un enorme surplus di esportazioni rispetto alle importazioni. Questo modello quindi richiede necessariamente che gli altri paesi, quelli verso cui si esporta, siano in deficit. Questo è il problema dell’Europa. La Germania si è rafforzata nella competitività internazionale verso altri Paesi Europei (i Pigs, ma anche la Francia) e questi paesi hanno disavanzi con l’estero, in alcuni casi molto grandi».
Tu hai una opinione particolare rispetto al grande moloch che tutto giustifica, il debito pubblico.
«La speculazione sul debito pubblico è un problema perchè fa salire i tassi di interesse sul debito, che pesano sul bilancio pubblico e, in condizioni di obbligo di pareggio, devono essere pagati dai cittadini attraverso più tasse o meno spesa in servizi pubblici. Questa speculazione secondo me ha due origini strutturali ma che non hanno a che fare con la dimensione del debito. La prima è che a differenza dei titoli pubblici degli altri paesi, da noi non c’è una banca centrale che li difende. La BCE interviene sul mercato dei titoli pubblici per mantenere bassi i tassi di interesse molto ma molto meno delle altre banche centrali. Ci sono limiti di statuto al suo intervento, ma che potrebbero essere modificati o superati in nome dell’emergenza se ci fosse la volontà politica di farlo – che però non c’è. Inoltre, secondo molti economisti, il problema è anche gli questi squilibri commerciali fra la Germania e gli altri paesi troppo grandi per essere sostenibili. Il surplus di bilancia commerciale della Germania è più grande di quello della Cina! E mentre il surplus cinese è prevalentemente nei confronti degli Stati Uniti, quello tedesco è prevalentemente nei confronti degli altri paesi dell’eurozona. L’Italia non è quella messa peggio, da noi c’è ancora un sistema industriale che in parte ha retto sui mercati internazionali. La Francia è in condizioni peggiori, per non parlare di Grecia, Portogallo, Spagna e, in misura minore, Irlanda. Secondo alcuni osservatori la speculazione sui titoli pubblici è frutto di una scommessa sulla impossibilità di tenuta dell’euro a causa proprio di questi squilibri commerciali. Se si tornerà a valute nazionali infatti i titoli pubblici, ridenominati nelle valute nazionali, saranno sottoposti a una forte svalutazione. Per risolvere questi squilibri commerciali, la Germania dovrebbe espandere la domanda interna, espandere il reddito, aumentare i salari in modo da aumentare le proprie importazioni dagli altri paesi. Invece la Germania applica una politica di contenimento dei salari e insiste, negli altri paesi, sulla flessibilità, sulla limitazione del potere contrattuale del lavoro, oltre che sul “rigore” di bilancio. Credono così di poter aumentare la competitività internazionale. Per loro la correzione degli squilibri commerciali passa per la contrazione dei salari e la caduta dei prezzi nei paesi più deboli, come sostituto della svalutazione del cambio che non si può più fare. Io credo che questo azzardo non riesca, difficile pensare che a diminuzione dei salari corrisponda un equivalente diminuzione dei prezzi. Ma se putacaso dovesse riuscire ragioniamo su cadute dei prezzi enormi, dal 20% al 40%; ma i debiti restano fissi in valore nominale. Spiego con un esempio: se io compero una casa e mi indebito per 100 mila euro, anche se mi tagliano il reddito e i prezzi cadono, il mio debito pregresso resta inalterato, e quindi il suo peso, in relazione al mio reddito corrente aumenta. Questo vale sia per lo Stato che per il privato».
Ed in questo quadro si colloca la crisi Greca.
«La Grecia è un po’ un laboratorio. Con le politiche fatte finora accade quello di cui parlavo prima. Hanno attuato un taglio dei redditi e degli stipendi e questo ha colpito pesantemente la domanda. Il rapporto fra i debiti pregressi e i redditi correnti cresce, e anche se si aumentano le tasse non si riesce a ridurre il debito pubblico. La Grecia ha dovuto vendere già i propri gioielli di famiglia, dalla rete telefonica alle concessioni sul porto del Pireo e non può più sopportare dosi successive della stessa medicina. O si cambiano le ricette o la Grecia è costretta ad uscire dall’U.E. Una fuoriuscita scelta o imposta da un attacco speculativo “finale”. Questo provocherà l’accentuarsi della speculazione anche nel resto d’Europa, e potrebbe produrre un effetto domino sulle altre economie. Poi bisognerà capire a cosa porterebbe il ritorno alla dracma, come verrebbero ridefiniti i debiti del Paese. Dal punto di vista dei greci il problema principale è che la Grecia deve importare materie prime e beni di consumo necessari e dovrebbe avere prestiti in valuta estera per procurarsele. Questi prestiti sarebbero probabilmente molto difficili da ottenere nel caso di uscita dall’euro. E’ vero che con una forte svalutazione potrebbe migliorare le esportazioni, ma mancando di una base produttiva adeguata, credo che avrebbe comunque gravi difficoltà. Certo è che se questo fenomeno si estende ad altri paesi, anche più grandi come la Spagna, salta tutto. A quel punto l’euro non ci sarebbe più o comunque andrebbe ripensato in forma diversa».
Cosa farebbe Antonella Stirati se fosse ministro dell’economia?
«Stare nell’euro significa accettare forti vincoli. Non c’è sovranità monetaria, occorrerebbe molta diplomazia a livello europeo, forse tenterei anche di seguire la strada dell’interesse nazionale indipendentemente dalle decisioni europei. Si potrebbe invece di, ostinarsi a volere essere i primi della classe operare come la Spagna per un risanamento più graduale. Occorrerebbe non far finire gli investimenti nel conto per determinare il pareggio di bilancio. Ragionare sul saldo effettivo del bilancio pubblico. Esiste infatti quello effettivo e quello strutturale se il bilancio effettivo si abbassa dovremmo poter ridefinire gli obiettivi autonomamente, si potrebbero allentare i vincoli sul bilancio pubblico, trovare modi per finanziare imprese a gestione mista, joint venture con capitale misto, utilizzare in maniera più sana e intelligente i fondi europei. L’obiettivo però deve essere quello di creare posti di lavoro. Cercherei di evitare di divenire, attraverso la politica economica la causa prima di perdita di posti di lavoro. Ma di fondo c’è una questione: o cambia la politica europea o bisogna uscirne. Non si può continuare a distruggere la base produttiva di un Paese in nome dell’euro che, così come rischia di essere solo un feticcio. Comporterebbe problemi, avrebbe dei costi, non sarebbe una panacea ma non sarebbe inevitabile in assenza di una Europa almeno più progressista».




Recent comments
12 years 20 weeks ago
12 years 20 weeks ago
12 years 20 weeks ago
12 years 20 weeks ago
12 years 20 weeks ago
12 years 20 weeks ago
12 years 20 weeks ago
12 years 20 weeks ago
12 years 20 weeks ago
12 years 20 weeks ago