Crollano i partiti di Monti. Tiene la sinistra radicale
di Tonino Bucci
A differenza che in altre tornate elettorali le ultime amministrative non hanno un’unica chiave di lettura. Alcuni numeri sono evidenti e c’è poco da commentare. La liquefazione del Pdl, il tracollo della Lega, l’avanzata del Movimento 5 Stelle di Grillo e dell’astensionismo sono sotto gli occhi di tutti. Non è evidente invece il senso da attribuire alle cifre.
La stessa composizione del quadro politico italiano, in rapida evoluzione, rende difficile adottare un racconto unico delle amministrative. Meglio seguire, allora, un filo alla volta. Un primo parametro di giudizio che era già evidente alla vigilia, riguarda le sorti del centrodestra e, nel dettaglio, del Pdl, al suo primo banco di prova dall’esordio del governo Monti. Il crollo del partito di Berlusconi e Alfano è verticale. Secondo l’Istituto Catteneo che ha analizzato i voti in assoluto (non le percentuali su quelli validi) nei 24 Comuni capoluoghi, il Pdl rispetto alle elezioni regionali del 2010 lascia per strada 175mila voti. Il berlusconismo, almeno nella sua espressione politica che abbiamo conosciuto fino ad oggi, non sopravvive a se stesso.
Ancora più eclatante, per rimanere nella costellazione della vecchia maggioranza, è il tracollo della Lega, invischiata in scandali e diatribe interne. La riconversione populista del Carroccio nel ruolo dell’opposizione non ha impedito un’emorragia di consensi. Tra tutti i partiti – stando sempre alla ricerca dell’Istituto Cattaneo – la Lega è quello che arretra più di tutti, con un saldo negativo in percentuale del 67%. Si salvano dal disastro solo i comuni più piccoli e i luoghi d’insediamento storici. “A destra c’è un mondo da ricostruire”, ha scritto Stefano Folli nei giorni scorsi sul Sole 24 Ore e non è dato conoscere in anticipo quale sarà l’effetto dell’era tecnocratica di Monti su di essa.
Allo stesso modo si è sgonfiata – e pare in maniera irreversibile – l’opzione del Terzo polo. I risultati non si sono dimostrati all’altezza delle ambizioni di Casini & Co di riunire i fantomatici moderati in un unico soggetto. L’Udc non cala e non cresce, a riprova di un proposta politica avvertita come inadeguata anche dai berlusconiani delusi. Il flop di Casini dimostra tra l’altro lo scarso appeal di una categoria vaga e indeterminata come quella dei “moderati”, che agli italiani oggi dice poco o niente. A chiudere il quadro da parti è il divorzio che si è consumato tra l’Udc e la destra del “futuro” di Fini.
L’altra novità di queste amministrative è l’irruzione di una nuova discriminante politica. Per la prima volta dopo quasi un paio di decenni è sparita ogni traccia di contesa tra berlusconismo e antiberlusconismo. Non a caso, tra i principali motivi di interesse di questa tornata era l’esordio di una nuova frontiera politica, quella che divide i partiti sostenitori a livello nazionale del governo Monti dalle forze che, a vario titolo, si oppongono all’esecutivo dei tecnici.
Visto da qui il voto rende manifeste due tendenze. La prima è che la fiducia di cui godeva agli inizi Monti, è solo un ricordo. La crisi di legittimità del governo si traduce in un calo di consensi per i partiti che lo sostengono. Il discorso vale anche per il PD che in termini assoluti perde quasi un terzo dei voti, all’incirca 91mila. Il calo è più consistente nelle città del nord dove mancherebbero all’appello 60mila voti. E c’è un arretramento anche nelle regioni rosse. Va detto, a parziale attenuazione, che le liste civiche, mai così numerose come stavolta a quanto pare, ha contribuito a disperdere e drenare consensi ai partiti. In certi casi i promotori di queste liste sono stati gli stessi partiti.
La seconda tendenza, tuttavia, è che mentre le forze che sostengono il governo Monti e le sue politiche liberiste perdono voti, non c’è un’avanzata delle forze d’opposizione e della sinistra radicale. A differenza di quanto avvenuto di recente in Francia e in Grecia la protesta non viene interpretata nel perimetro della sinistra radicale ma va a finire nell’astensione o alla lista del Movimento 5 stelle (che va bene, benissimo al nord, ma non al sud).
Va male anche per chi rappresenta l’opposizione parlamentare a Monti, come l’Idv che nel saldo perde 55mila voti (il 58%). Anche se, per inciso, il partito di Di Pietro non è mai stato radicato nel territorio e ha sempre giocato sulla dimensione nazionale. Più di altri, l’Idv deve riconvertire la propria proposta politica che si è costruita per anni sul tema dell’antiberlusconismo e della legalità. Come mai in Italia, a differenza che altrove, la crisi, le politiche economiche e la questione sociale non sono salite al primo posto nell’agenda del dibattito pubblico?
Va detto che si trattava di elezioni amministrative e non politiche, come quelle in Grecia e in Francia. Quindi il peso delle scelte locali, il profilo dei candidati, i problemi dei territori hanno avuto il sopravvento. Soprattutto, però, non c’è in Italia un campo della sinistra radicale organizzato in grado di raccogliere e rendere politicamente efficace la protesta sociale. Sel, ad esempio, si ridimensiona rispetto alle regionali e segna il passo al sud. E la Fds? Nel complesso tiene, ma nel dettaglio la situazione varia a seconda dei casi. A Palermo, per esempio, l’affermazione di Leoluca Orlando fa da traino per la Fds (4,77%) che si è presentata in una lista aperta con gli ecologisti. Ecco qualche cifra. Nei comuni capoluogo deve c’era la lista della Fds la media è stata del 2,1% (con un calo dell’1,3%). Se si estende il calcolo a tutti i comuni, superiori ed inferiori ai 15mila abitanti, nei quali si è presentata la lista Fds, la media nazionale passa al 2,4%. Ma in questa percentuale non sono conteggiati né il risultato di Palermo né le situazioni nelle quali il Prc si è presentato in tandem o in liste Fds aperte alla società civile. In tutti questi casi è tecnicamente difficile scorporare i voti. In generale i risultati più significativi la Fds li ottiene al nord, nella fattispecie in Lombardia e nella cintura milanese, in comuni a tradizionale insediamento operaio.
Un segnale incoraggiante di radicamento in prospettiva dell’opposizione al governo Monti e di costruzione di una proposta alternativa su come affrontare la crisi. E poi si va meglio dove si esprimono liste unitarie di sinistra che, al di la della scelta tra governo locale o opposizione, esprimono una capacità di riaggregazione – un valore aggiunto tenuto conto della frammentazione a sinistra. Attenzione però a non confondere le amministrative con le politiche e a non esasperare troppo la differenza con la tornata elettorale francese o con quella greca. Nel caso di elezioni locali l’agenda del dibattito pubblico sarebbe stata un’altra cosa. E attenzione pure a dare per conclusa quella spinta al rinnovamento nelle città che era iniziata un anno fa con Pisapia e De Magistris e che ritroviamo oggi a Palermo con Orlando e a Genova con Rossi Doria.
Fonte: Liberazione del 12 maggio 2012




Recent comments
12 years 20 weeks ago
12 years 20 weeks ago
12 years 20 weeks ago
12 years 20 weeks ago
12 years 20 weeks ago
12 years 20 weeks ago
12 years 20 weeks ago
12 years 20 weeks ago
12 years 20 weeks ago
12 years 20 weeks ago