Diario di un precario (sentimentale)
PERUGIA - Martedi 24 aprile , dalle ore 17.30, presso il Combo Art Cafè in via Cartolari 1/a, si terrà la presentazione di “Diario di un precario (sentimentale)”, libro di Maria Antonia Fama in cui l’autrice ripropone su carta le puntate dell’omonimo radiodramma in onda su Radio Articolo 1
L’autrice e due precari interverranno all’iniziativa, cui seguirà l’aperitivo (“a progetto”).
Nomen omen: Assunta Buonavolontà. La declinazione onomastica – come da migliore e acclarata tradizione letteraria italiana – dei due poli semantici della questione: la voglia e la costanza di trovare un lavoro. Tutto sommato è questo il nocciolo duro della realtà e della narrazione, che ovviamente prende però sangue e corpo nel suo dispiegarsi delle aspettative, degli sforzi, della legalità e dell’ingiustizia, in una scrittura comica, amarostica e tecnica.
Il volume si apre con un Curriculum Vitae, il genere letterario piú diffuso tra le ultime generazioni, e quando alla voce Istruzione e formazione troviamo una descrizione come “Prima della classe ad elementari e medie inferiori”, oppure nella sezione Capacità e competenze tecniche Assunta scrive “Non la batte proprio nessuno”, possiamo già iniziare a capire quale sarà il tono della narrazione.
Ma prima di tutto la storia vera. Fino a ieri era quella di centinaia di migliaia di persone, oggi è quella di milioni di uomini e donne. Tutto parte da quello che potrebbe definirsi un patto generazionale, cioè il sistema di regole e di comportamenti che è stato offerto a chi si è affacciato alla società italiana da bambino, a partire dagli anni settanta. A questo sistema sono connaturati valori positivi e valori negativi che, nella loro efficacia materiale, hanno sanzionato o premiato, bocciando, promuovendo, mettendo in castigo, comprando biciclette e videogiochi. Chi avesse seguito la corretta via avrebbe avuto un futuro migliore dell’allora presente, o, almeno, uguale: un lavoro a tempo indeterminato per chi avesse seguito le sue aspirazioni e sviluppato adeguate ed altissime competenze e conoscenze; una casa acquistata con il primo lavoro dopo qualche necessario mese di precarietà; una famiglia, variamente articolata, ma autosufficiente e stabile; un contratto collettivo nazionale di cui lamentarsi con i colleghi; un’assicurazione auto, che, dopo qualche anno senza incidenti, ci avrebbe portato in I classe, la più economica; la possibilità di indebitarsi ufficialmente, almeno con lo stato o con le banche, etc. Ecco, tutto questo ci avrebbe fatto diventare donne e uomini.
Così non è stato. E proprio in questo iato si dipanano i capitoli del libro, dalla agognata laurea agli improbabili colloqui per improbabili lavori, dalle difficoltà abitative, che non riescono a superare il modello studentesco, a quelle affettive. Sempre tenendo viva un’aspirazione ‘creativa’, che altro non fa che spostare in ambito artistico le contraddizioni lavorative, facendola passare da sotto assistente di un regista di avanguardia ai ruoli di un semaforo e di un nunzio eunuco nano.
Quella Calabria da cui si scappava verso la grande città, verso la libertà diventa invece uno dei pochi luoghi di felicità, grazie proprio a quelle strutture consolidate dalle quali si fuggiva.
Il nome si trasforma quindi in una condanna: sì, c’è la buona volontà, ma non basta per essere assunta, né per un lavoro, né per esserlo nei cieli del paradiso che pensavamo di meritarci.

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