Non bastava l’azzeramento dell’Art.18, ora ci si mette anche l’Europa ad attaccare i diritti dei lavoratori. E gratta gratta si scopre lo zampino dell’ineffabile “super Mario”. Il testo, redatto qualche tempo fa dall'attuale presidente del Consiglio su incarico di Manuel Barroso, presidente della Commissione europea, va sotto il nome di “Consigli di regolamentazione dell'esercizio del diritto di promuovere azioni collettive nel contesto della libertà d'impresa e della garanzia dei servizi”.

La struttura è sempre la stessa: i diritti dei lavoratori vanno armonizzati con quelli economici. Ovvero, non è più possibile fare sciopero. Anche perché lo sciopero che va nella stessa direzione degli interessi degli imprenditori ancora deve essere inventato.

La Cgil lancia l’allarme. Nel testo varato oggi dalla Commissione Europea che arriverà presto al Parlamento europeo si individua “il pretesto di tutelare i diritti dei cittadini” prefigurando una “inaccettabile e indebita ingerenza nel contrasto di interessi che vive nella normale dialettica tra lavoro e impresa”. Fabrizio Solari, segretario confederale della Cgil, sottolinea che “la ragione alla base della scelta del sindacato confederale italiano di adottare codici di autoregolamentazione nell’esercizio dello sciopero nei servizi pubblici riguarda la doverosa tutela dei diritti costituzionali dei cittadini da contemperare con l’altrettanto doverosa tutela del diritto di sciopero per tutti i lavoratori. La successiva legge 146 del 1990 e le modifiche introdotte nel 2000, pur mantenendo margini di criticità soprattutto riguardo l’eccesso di vincoli burocratici a cui è sottoposta la possibilità di effettuare azioni di lotta, non ha mai superato questi limiti.

“Nel corso del 2011 – dice ancora il dirigente Cgil - ci siamo mobilitati impedendo all’allora ministro Sacconi di rompere gli argini utilizzando il “diritto alla mobilità” per includere nell’area di intervento della legge settori produttivi estranei all’erogazione dei servizi ai cittadini, con l’evidente intento si arrivare ad una limitazione sostanziale del diritto di sciopero via via crescente. Sulla stessa linea pare muoversi oggi il testo varato dalla Commissione Europea”.

La Cgil critica questa impostazione che, con tutta evidenza, è totalmente estranea al tema della tutela dei diritti costituzionali dei cittadini prefigurando invece una inaccettabile quanto indebita ingerenza nel contrasto di interessi che vive nella normale dialettica tra lavoro e impresa.

“E’ arduo sostenere – conclude Solari - che lo sciopero delle “bisarche” lede un diritto costituzionale dei cittadini, tuttavia non si può escludere a priori che qualche insigne professore possa avventurarsi su questa via. Nel caso consiglierei una attenta rilettura della Carta Costituzionale”.

Da Strasburgo arrivano i primi allarmi. Innanzitutto a preoccuparsi sono alcuni parlamentari italiani che hanno imparato a conoscere la filosofia del presidente del consiglio Monti. Tra questi c'è sicuramente Sergio Cofferati, il cui rapporto con l'articolo 18 non va certo spiegato ai lettori del manifesto. Quando il parlamento europeo incaricherà le commissioni competenti di analizzare il testo della Commissione, l'ex segretario generale della Cgil si occuperà, molto probabilmente, di spiegare ai suoi colleghi europarlamentari la pericolosità di una tale svolta nell'area geografica del perduto «modello sociale europeo». Le commissioni non hanno possibilità di emendare il documento ma soltanto di “proporre alcune modifiche”, oppure di rigettarlo in toto, che sarebbe l'opzione più tranquillizzante.

Il testo consegnato al parlamento europeo ha già subito una prima serie di correzioni che ne hanno addolcito il gusto, senza però privarlo del suo veleno. Tant'è che, secondo l'ufficio giuridico della Cgil, “i rischi di impatto sui sistemi di relazioni sindacali sono ridimensionati, seppur non scongiurati”. La partita è aperta e ora il mazzo delle carte passa nelle mani dell'Europarlamento di Strasburgo.

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