Addio a Guido Cappelloni, era tra i fondatori di Rifondazione Comunista
di Leonardo Caponi
PERUGIA - Spero che qualcuno, il suo partito, i compagni più vicini, si facciano carico, tra qualche tempo, di organizzare una commemorazione di Guido Cappelloni, e anche una riflessione sulla sua opera, più esaustiva di quella, necessariamente frettolosa, imposta dalla sua morte improvvisa e dalle proibitive condizioni climatiche.
Il nome di Guido Cappelloni, probabilmente, risulterà non molto conosciuto a molti dei militanti attuali, specie i più giovani, di Rifondazione comunista, della sinistra cosidetta radicale e dei “movimenti”. Era per carattere e formazione politico culturale restio ad apparire sulla scena e preferiva il lavoro discreto e meticoloso dietro le quinte che però, come il primo, è importante per il successo di ogni impresa.
Guido ha avuto un ruolo rilevante nella battaglia per mantenere una presenza organizzata dei comunisti in Italia, dopo lo scioglimento del PCI. Lo ha fatto figurando tra i fondatori di Rifondazione Comunista dopo il Congresso di Rimini, preparandone la nascita nella lunga battaglia “di corrente” dentro il vecchio partito e lavorando, per una fase in posizione di grande responsabilità, per lo sviluppo e il mantenimento di quella che era stata anche una sua creatura. La “perla” della sua attività di Tesoriere di PRC fu, senza dubbio, l’acquisto della sede di via del Policlinico.
Guido aveva avuto ruoli importanti anche nel PCI. Segretario di una organizzazione territoriale, la Federazione di Ascoli, parlamentare per due legislature e poi, “chiamato”, come si diceva allora, presso la Direzione, era stato responsabile della Sezione “Ceti medi” prima e Amministratore nazionale successivamente, durante la segreteria di Enrico Berlinguer. Proprio quest’ultimo incarico che era suo motivo di orgoglio, che giudicava (ed era stato) il più importante tra tutti, era però destinato ad incrociare, per così dire, in senso avverso la sua vita politica seguente e, come vedremo, a condizionarne la figura.
La battaglia di corrente dentro il PCI durò oltre un decennio. Se Cossutta ne fu il leader politico, Cappelloni ne costituì l’infaticabile e preciso organizzatore. Ricordo le telefonate serali di Guido che, come me, contattava un gruppo di compagni in tutta Italia che costituivano, regione per regione e nelle città maggiori, l’”ossatura” della corrente cosiddetta cossuttiana. Telefonava di sera, dopo le nove, perché a quell’epoca la Sip applicava tariffe inferiori. Lo faceva da casa sua, anche per ragioni di riservatezza e, quantunque ridotto, quelle telefonate, numerose, lunghe e frequenti, avevano un costo del quale credo non sia mai stato rimborsato.
Venne fuori la storia dei “soldi da Mosca”, con la corrente “cossuttiana” accusata di avere ricevuto soldi dai paesi dell’est.. Era un attacco finalizzato a stroncare sul nascere il Movimento per la rifondazione comunista e la stessa Rifondazione. Proveniva dall’esterno, ma trovò posizioni tiepide, per ragioni di lotta politica, in settori ed esponenti di primo piano della nuova formazione che ritenevano necessario marginalizzare la componente più legata alla storia del PCI e al suo rapporto con l’Unione Sovietica. Cappelloni non negava naturalmente l’esistenza di finanziamenti dell’Urss al Pci, ma l’inquadrava, come era giusto, in un contesto storico diverso.
Egli riusciva a mantenere un atteggiamento sereno (e un aspetto sorridente) anche nelle fasi più critiche. Ricordo che una volta ruppe il riserbo che gli era proprio, specie su queste vicende, raccontando ad alcuni di noi di come i soldi provenienti da Mosca (anzi, in realtà da Praga, su ordine di Mosca) venissero “ritirati” da lui ( o dall’Amministratore di turno), alla Città del Vaticano in forma di danaro “liquido”, contenuto in una borsa. Della consegna naturalmente non rimaneva traccia e il rappresentante del PCI avrebbe potuto tranquillamente appropriarsi delle somme e usarle, in tutto o in parte, a titolo personale. Così, diceva, funzionava all’epoca quella che veniva chiamata la “solidarietà internazionalista”. Il più forte aiutava il più debole.
A sostegno di questa tesi raccontava anche come per anni egli, nelle vesti di Amministratore del PCI, avesse pagato l’affitto della sede dell’ambasciata del Vietnam in Italia, al centro di Roma, in piazza Barberini, al costo di 3 milioni e mezzo al mese, perché quel povero paese, martoriato dalle bombe americane, non se lo poteva permettere.
Credo che queste vicende abbiano avuto un peso, nella storia di Rifondazione comunista, per negare a Guido i riconoscimenti che avrebbe meritato o più riconoscimenti di quelli che ha avuto.
E credo che questo non sia giusto!: perché sull’operato di Cossutta, di Guido, della corrente cosiddetta cossuttiana o “filosovietica”, si possono avere opinioni diverse, critiche o molto critiche, che sarà poi in definitiva la storia a giudicare, ma una cosa è certa: senza di loro non ci sarebbe stata Rifondazione comunista!; e perchè innovare è giusto e necessario, ma non provando vergogna, nascondendo o recidendo le radici del proprio passato!
Guido aveva una grande umanità. Ho sempre pensato a lui come a un padre. Non è facile trovare in un politico di un certo livello il sentimento: passione sì, ma il sentimento è merce più rara! Guido lo aveva, tant’è che nella drammatica rottura con Armando Cossutta (sui cui motivi e sulle cui ragioni politiche non voglio in questa sede avventurarmi, lasciando anche questa questione ad altre occasioni ed alla storia) un peso rilevante lo ha avuto l’incrinatura o addirittura l’assenza (lamentata da Guido) di un rapporto personale e umano.
Lo saluto con affetto, ricordando di lui lo sguardo aperto e la faccia sorridente che gli ho rivisto addosso poco tempo fa al Congresso del suo partito e che, evidentemente, ha conservato fino all’ultimo. Ciao Guido e grazie per quello che ci hai saputo dare!




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