di Fabrizio Cerella

In un contesto mediatico in cui la politica si fa solo a colpi di sondaggi non stupisce più di tanto che un test politico basato sui voti reali, come le elezioni regionali del Molise, passino praticamente sotto silenzio. È vero che coinvolge solo 300 mila abitanti, ma è pur sempre un voto che ha un significato politico e non ha soltanto risvolti locali.

Un dato anomalo in queste elezioni in realtà c’è stato. Si sono confrontati due candidati di centrodestra: cioè Michele Iorio, presidente uscente e aspirante al terzo mandato, e Paolo Di Laura Frattura, imprenditore proveniente dalle file PDL e vincitore, candidato dal PD, delle primarie di coalizione del centrosinistra.
C’è da dire che la mossa di candidare un moderato contro l’ormai usurato Iorio per pochissimo non è risultata la carta vincente del PD: soltanto 1500 voti hanno separato il candidato vincente (con il 46,94%) dallo sconfitto di “centrosinistra” (46,15%). Diverso è stato il discorso per il voto delle coalizioni. Il dato politico è che il centrodestra, insieme all’UDC e parte di FLI, ha stravinto, ottenendo il 56,37%, circa 101 mila voti, sostanzialmente riconfermando il risultato del 2006, nonostante la minore affluenza alle urne (-5%). Ma dei 101 mila elettori di centrodestra solo 89 mila hanno votato per il candidato presidente Iorio. È dunque presumibile che circa 12 mila elettori di centrodestra abbiano optato per il voto disgiunto. Certo, occorrerebbe avere una stima dei flussi elettorali per fare valutazioni meno grossolane, ma di sicuro i voti al solo presidente per Iorio non dovrebbero essere stati molti. Se teniamo conto che i voti al solo presidente sono solo 10 mila in più dei voti ai partiti, si può dedurre che molti elettori di centrodestra abbiano votato come presidente il candidato del centrosinistra Di Laura Frattura, che ha ottenuto 87.637 voti a fronte dei 72.803 portati a casa dai partiti del centrosinistra (40,49%).

Quindi, i vertici del PD quando si scagliano contro i grillini, il cui candidato ha ottenuto il 5,6% (contro il 2,27 della lista), individuandoli come i responsabili della sconfitta del centrosinistra, non solo sbagliano, ma lo fanno scientemente, con l’intento di mettere in secondo piano la deflagrazione subita dal loro partito. In Molise lo sconfitto principale è il Nuovo Ulivo, quello nato dal patto di Vasto tra PD, SEL e IDV.
Due dati sono da tener presenti: primo, i sondaggi sono ormai chiaramente uno specchietto per allodole e quantomeno dovrebbero essere, d’ora in avanti, ignorati o presi con molte paia di molle; secondo, le primarie non sono la panacea per i mali della politica, ma come è avvenuto a Napoli, ad esempio, ma anche in tante realtà italiane (Assisi, Orvieto, Bastia in Umbria dovrebbero averci insegnato qualcosa) preludono a un massacro del centrosinistra e in primis del PD.

Il PD, infatti, è uscito con le ossa rotte dalle primarie. Ha trovato, sì, un candidato che alla fine si è mostrato competitivo – lasciando da parte l’elemento del suo profilo moderato e troppo simile al centrodestra – che ha sconfitto il candidato di SEL, un consigliere regionale uscente che ha abbandonato il PD, ma ha poi subito una caporetto elettorale. Alle regionali del 2006 la Margherita aveva ottenuto circa 24 mila voti e i DS 21 mila, insieme 45 mila voti, e già alle politiche del 2008 si erano ridotti a circa 35 mila, poi 21 mila per il PD alle europee 2009. Ma ora hanno toccato quota 17.700, meno del 10%. Non meno bene è andata all’IDV: è vero che i circa 16 mila voti (8,84%) dei dipietristi confermano i 17.500 (8,8%) delle regionali del 2006, ma sono abissalmente lontani dai 54.600 voti delle politiche 2008 e dai 48 mila delle europee 2009, quando l’IDV viaggiava a percentuali del 28%. Se teniamo conto che il Molise è la terra natale del leader Di Pietro e che candidato nelle liste IDV c’era niente di meno che il figlio del capopartito, tal Cristiano Di Pietro, risulta lampante la sconfitta dell’IDV e contemporaneamente risultano poco comprensibili gli immancabili sondaggi di Mannheimer che vedono il partito del Tonino giustizialista veleggiare intorno al 9% a livello nazionale.

Stesso discorso vale per SEL, dato sempre al 7-8%, che in Molise, dopo la cerimonia delle primarie, cui ha partecipato con un proprio candidato, e nonostante l’aver inglobato molti pezzi da novanta degli ex DS, ha portato a casa un non esaltante 3,8%. Chi si avvantaggia dello stillicidio dei voti del PD sembra essere l’API di Rutelli, che totalizza un 6,3%, mentre parte dei voti IDV sono andati all’ex pupillo di Di Pietro, Romano, leader della locale formazione Partecipazione democratica (4,2%). Infine, la Federazione della Sinistra: ignorata sistematicamente dai sondaggi di Repubblica, La7, Corsera, ecc e, anzi, sotterrata tra i partiti sotto l’1 per cento, raggiunge invece il 2,7% ed elegge un consigliere regionale. Dati per morti, i comunisti anche questa volta ottengono una rappresentanza istituzionale. Idem per i socialisti: ignorati da tutti, alle regionali in Molise totalizzano il 4,6%.

Riassumendo, se si fanno i conti con i risultati reali e non con i sondaggi o gli umori dei media, il centrodestra insieme all’UDC è ancora saldamente avanti al centrosinistra, più parte del terzo polo (API e metà FLI). La proposta del centrosinistra non convince quando si sostanzia di contenuti moderati: non attira nel proprio campo l’UDC e fa correre verso l’astensione voti progressisti, soprattutto democratici e dipietristi. La sinistra non gode di buona salute, ma i comunisti, benché costantemente cancellati dai mezzi di comunicazione, con ostinazione continuano a essere presenti e ottengono una rappresentanza. Non basta, certo, ma è pur sempre un mattone su cui costruire la casa dell’alternativa, contro la gabbia bipolare, per i diritti del lavoro e per le speranze delle classi subalterne.
 

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