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CGIL Regionale, CISL Regionale, UIL Regionale  Come sindacato abbiamo condiviso la necessità di semplificare e riorganizzare le comunità montane sostenendo il progetto di riforma che l’Umbria ha intrapreso per prima e che vede nelle cinque comunità montane condensarsi le competenze di gestione associata dei servizi comunali e di sviluppo delle aree montane, governate con organismi snelli e in strettissimo raccordo con gli esecutivi dei comuni che le compongono. Con lo stesso senso di responsabilità abbiamo affrontato le conseguenze, anche sul piano occupazionale, che la riduzione a regime della spesa corrente per il loro funzionamento, disciplinato dal DPCM del novembre 2008 sulla base della Legge n.244/2007 sul riordino della disciplina delle Comunità montane voluta dal Governo nazionale prevedeva, per un importo pari ad un terzo della quota del fondo ordinario. Dal 2008 al 2009 il Governo Berlusconi ha scelto - attraverso un provvedimento mirato alla riduzione pura dei costi come è già avvenuto in altri settori pubblici (pensiamo, ad esempio, allo smantellamento dei presidi scolastici in molte aree montane) - di svalutare il ruolo delle Comunità montane, escludendo Comuni con forti caratteristiche montane, che necessitano di politiche mirate e di sostegno per lo sviluppo del territorio, passando, come è avvenuto nella nostra regione, da 5.7 milioni di euro (2007) a 1.2 milioni (2009), con la previsione nel 2010, se non interverranno novità di rilievo, di un finanziamento di soli 300 mila euro. Siamo convinti che raggiungere l’obiettivo di una riduzione del numero degli enti, del numero dei componenti degli organi e del montante complessivo delle indennità, con un conseguente risparmio sul versante della spesa corrente, sia stato un passo necessario, ma siamo e saremo contrari a ogni scelta che impedisca il rilancio di una politica a favore della montagna, a una politica incapace di valorizzarne le potenzialità economiche e di relazioni sociali. Per questo chiediamo che i risparmi derivanti dal riordino vengano reinvestiti su politiche per lo sviluppo delle aree montane e non utilizzati dallo Stato per fare cassa. Intravediamo dietro questo incomprensibile comportamento l’interesse di alcune istituzioni pubbliche e del privato a considerare superata l’esperienza delle Comunità Montane, proprio nel momento in cui ne avremmo più bisogno:  pensiamo al dramma dell’Abruzzo e al prezioso apporto che le c.m. possono dare rilanciando la cultura della protezione civile, non solo in riferimento alla fase dei soccorsi, ma anche alle attività di previsione, prevenzione e pianificazione a salvaguardia della vita, dei beni, degli insediamenti e dell’ambiente. Di certo la posizione assunta dal Governo non avvantaggerà i piccoli Comuni, cioè più dei due terzi dei Comuni umbri, che rischiano di essere messi in difficoltà nella gestione di politiche di forestazione e di sviluppo rurale, di manutenzione del territorio e di prevenzione dal dissesto idrogeologico. La situazione che ci è stata illustrata nell’incontro avvenuto il 9 aprile u.s. con l’Assessore Riommi in presenza dei Presidenti e dell’UNCEM, desta nei sindacati, di categoria pubblici e privati oltre alle confederali regionali, grande preoccupazione. Sono necessarie risorse adeguate per lo svolgimento delle funzioni attribuite e finanziamenti certi che consentano di dare massime garanzie ai lavoratori di tutte e cinque le comunità montane e agli organismi direttivi di predisporre i bilanci di previsione, basati su veri e propri piani di sviluppo socio economico che le Comunità Montane sono chiamate a elaborare. La situazione attuale, al contrario, è caratterizzata da scarsezza di risorse e da difficoltà insite nella gestione di alcuni enti che stanno impedendo la chiusura dei Bilanci di previsione in particolare in due realtà: a causa della necessità un finanziamento aggiuntivo di circa 600mila euro per quanto riguarda la Valnerina, problemi di natura politico-organizzativa coinvolgono, invece, la Comunità montana dell’Orvietano-Narnese-Amerino-Tuderte. Inoltre, la fase preventiva attivata dalla regione con la condivisione delle organizzazioni sindacali di categoria del settore pubblico e di quello privato, che prevedeva l’attivazione di procedure di esodo anticipato e mobilità incentivati per il personale non ha dato, sino ad ora, i risultati attesi. Ciò è avvenuto principalmente per ragioni che attengono alla scarsa disponibilità degli enti pubblici soprattutto della provincia di Terni, esclusa la regione, ad attivare tali procedure che consentirebbero la copertura delle dotazioni organiche con lavoratori provenienti dalle c.m. e alla conseguente indisponibilità da parte di alcuni lavoratori ad aderire in modo volontario in assenza di certezze per quanto riguarda la collocazione delle nuove sedi interessate a trasferimenti. A conclusione dell’incontro i sindacati di categoria e confederali -  oltre a chiedere che, in questa fase estremamente delicata, la Regione svolga un ruolo di coordinamento per affrontare le problematiche, ancora aperte, nelle singole comunità montane - hanno convenuto sulla necessità di sollecitare, a livello nazionale, la riapertura di un confronto tra Regioni e Governo per la definizione di nuovi criteri di finanziamento dato che, quelli attuali, penalizzano fortemente la nostra regione mettendo in discussione non solo la stabilità occupazionale dei lavoratori ma anche la salvaguardia e la promozione del territorio.      Condividi