"Siamo sempre noi che rivendichiamo più democrazia e uguaglianza".
Il dibattito politico relativo alla riforma della carta Costituzione è centrato tutto su chi auspica un cambiamento radicale del nostro ordinamento giuridico e chi invece tende a conservare lo stato esistente. Ma non si può notare che ci sia una sostanziale differenza, giuridica e politica, fra il dettato costituzionale e la costituzione materiale.
La riforma non prevede modifiche sulla prima parte della Costituzione e gli articoli fondamentali della Carta rimangono così come sono stati scritti originariamente.
L’Italia, quindi, teoricamente resterebbe una repubblica antifascista fondata sul lavoro dove tutti i cittadini sono uguali, senza distinzione di sesso, di razza, di opinioni politiche e di religione, non solo difronte alla legge, ma nei confronti della Repubblica, obbligata dalla legge fondamentale a rimuovere le cause che determinano ingiustizie.
Per i costituenti, infatti, era inconcepibile una democrazia senza l’affermazione del principio dell’uguaglianza; e per questo dovere della repubblica è quello di rimuovere radicalmente tutte le condizioni sociali che determinano ingiustizie, e impediscono ad ogni qualsiasi cittadino il miglioramento economico, sociale e culturale.
Resta, inoltre, inviolato l’art. 11 e il ripudio della guerra per risolvere le controversie internazionali.
L’affermazione di questi principi rappresentano una sostanziale novità rispetto alle Costituzioni liberali nate dopo la Rivoluzione Francese e la Carta dei diritti Universali dell’Uomo. Lì sono espressi diritti generici, in base alle opportunità che la società cerca di creare. Nella nostra Carta, invece, si affermano come obiettivi, direi un vero e proprio progetto sociale, una società futura da costruire, con l’obbligo per la Repubblica di rimuovere le cause che ne impediscono la realizzazione. Non esisterebbe cioè vera democrazia se tutti i cittadini della repubblica, o meglio se tutti i lavoratori non partecipassero attivamente alla vita sociale, economica, culturale della società.
E’ questa la vera novità che viene inequivocabilmente affermata dai costituenti. E per arrivare a questa sintesi sono scese in campo tutte le grandi culture del ‘900: quella liberale, quella cattolica, quella avanguardista, quella socialista e comunista. Cioè tutte quelle forze politiche che avevano dato vita a quel movimento straordinario che è stata la lotta di liberazione dal nazi-fascismo.
Il risultato, cioè la Costituzione Repubblicana, non è frutto di un compromesso fra diversi punti di vista culturale e ideologico, ma di una vera e propria sintesi politica che ha generato la realizzazione della nostra carta e che ne è diventato un manifesto politico.
Interessante a tal proposito è approfondire il dibattito che si sviluppò fra i protagonisti di quella stagione politica e notare come ogni parola venisse pesata, riflettuta per poi trovare l’espressione che poteva soddisfare ogni sensibilità politica senza stravolgere un principio riconosciuto da tutti.
Uno di questi dibattiti riguardò proprio l’articolo 1 fra Togliatti che proponeva la parola lavoratori, individuando in essi un soggetto sociale, cioè una classe, mentre La Pira parla di lavoro riferendosi a un mondo ad una popolazione, e come Aldo Moro sostenesse l’idea del leader comunista. Per Togliatti il lavoro rappresenta il fondamento della repubblica, per La Pira il fondamento della struttura sociale.
Ma la nostra carta fondamentale materialmente non esiste più.
Il lavoro è stato precarizzato, dilaga la disoccupazione giovanile, si vuole superare culturalmente il concetto di democrazia progressiva, cancellare il soggetto sociale dei lavoratori (la soppressione dei contratti collettivi del lavoro questo produce). Restano solo semplici enunciazioni sul diritto al lavoro, che non è più un diritto ma una opportunità che chi ha più facoltà coglie.
Lo stato sociale, indispensabile a rimuovere le ingiustizie, viene radicalmente compresso con la scusa del debito pubblico, salito a livelli vertiginosi non a causa della spesa pubblica (che va comunque rivista e ottimizzata colpendo drasticamente e senza esclusione di colpi la corruzione), ma a causa di una speculazione finanziaria ormai globalizzata: si parla di 100 miliardi circa di interessi che ogni anno si pagano sul debito pubblico. Infatti il bilancio primario dello stato, ovvero senza il calcolo degli interessi sul debito, calcolando, cioè tutte le entrate sottraendole dalle spese, è in attivo. Questo vuol dire che le entrate sono maggiori delle spese.
È cambiato il paradigma, se prima era la lotta alle ingiustizie per realizzare quanto più possibile il concetto di uguaglianza, ora è la crescita economica fine a se stessa mortificando il lavoro e la conseguente redistribuzione del reddito.
Questo cambiamento ha cominciato a prendere forza negli anni ’80, con la famosa sconfitta sindacale alla Fiat, proseguita con l’eliminazione della scala mobile e con l’irruzione della globalizzazione e la conseguente delocalizzazione delle imprese: ovvero l’esportazione delle attività produttive nei paesi emergenti dove il costo del lavoro era più basso e l’affermarsi di una mega struttura sociale come quella del Finanz-capitalismo che detta le regole attraverso organizzazioni mondiali come il FMI, la BCE, il WTO.
Questo mondo è entrato dentro una crisi strutturale, ma ancora ha l’egemonia culturale per alimentarsi. Qualcosa in Europa si sta muovendo: penso alle lotte sindacali Francesi contro la Loi Travail, l’affermazione di Podemos in Spagna, quella di Bernie Sanders nelle elezioni presidenziali in USA, all’elezione di Jaremy Corbyn a segretario del partito laburista inglese, a Syriza in Grecia.
In Italia siamo molto indietro ed è solo la sinistra che denuncia questa situazione drammatica che produce povertà, disoccupazione (soprattutto giovanile) e ingiustizie intollerabili
Ora, giustamente, si dibatte sugli aspetti politico istituzionali: la nuova funzione del senato, il superamento del bicameralismo, la legge elettorale, competenze del Governo, ruolo del Presidente del Consiglio, del Presidente della Repubblica, delle Regioni e le nuove province (riforma del tiolo V).
Queste riforme riducono gli spazi democratici, riducendo di fatto le competenze del Parlamento, dando un ruolo egemone al Governo; la rappresentanza politica si riduce a dismisura e l’istituto elettorale non è più coerente con il dettato costituzionale che afferma che “ogni voto è uguale”. Si punta tutto sulla governabilità non curandosi affatto della rappresentanza.
Ma se argomentare questi concetti è fondamentale, secondo me, per essere ancora più incisivi e più credibili, dobbiamo affrontare questo referendum anche da un punto di vista di prospettiva politica, rilanciando la costituzione vigente e denunciando il ritorno a concetti che risalgono a prima dell’800, rivendicando i diritti sanciti dalla Carta e, contrariamente a quanto propagandato dal Governo e dalle forze liberaliste, affermare che il vero cambiamento siamo noi.
Siamo sempre noi che rivendichiamo più democrazia, e che abbiniamo a questa parola anche quella di uguaglianza, senza la quale non esiste democrazia materiale.
Non saremo mai ostaggio della Morgan Stanley che nel 2011 dettò le condizioni per una riforma costituzionale in senso autoritaria per superare definitivamente le costituzioni nate dopo l’ultimo conflitto mondiale che annunciavano libertà, democrazia e uguaglianza.
Siamo e resteremo i discendenti di Piero Calamandrei: “...Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra costituzione”.....
Sempre dalla parte del progresso, contro le ingiustizie, per una società di uomini liberi ed uguali.
Attilio Gambacorta,
Assemblea Regionale Umbria di Sinistra Italiana




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