A volte mi sento come il tenente Giovanni Drogo nel “Deserto dei Tartari”, il famoso romanzo narrato da Dino Buzzati. L’Ufficiale, di giovani e grandi speranze, ha passato la carriera a tenere attivo un varco di frontiera nell’attesa di un nemico che non è mai arrivato. Alla stessa maniera l’opera pubblica italiana rischia sempre più di arenarsi dietro strutture megagalattiche che dispongono procedimenti sempre più importanti, così rilevanti che l’opera pubblica è il procedimento stesso, che non finisce mai. Il Procedimento è la Fortezza Bastiani dell’opera pubblica; questa viene scrutata da lontano nella vana speranza che possa realizzarsi. Cosa è accaduto?

            I segni sono inequivocabili. Il primo fu Merloni, il ministro dei lavori pubblici sotto il governo Ciampi, al quale, dal 1994, è legata la normativa che segnò la fine della longeva legge precedente. La Merloni è stata partorita a seguito degli scandali nati sugli appalti di Italia ’90, in cui raddoppiarono gli importi necessari per l’esecuzione delle opere. Il testo normativo e relativi regolamenti  rappresentarono già il salto di qualità verso la costruzione della Fortezza Bastiani. La mole dei documenti che dovevano regolare la realizzazione dell’opera pubblica era forse quadruplicata rispetto a prima, così come la quantità di procedure da attivare. Dopo poco più di dieci anni, nel 2006, ad operare  per l’esecuzione dei bastioni della fortificazione ci ha pensato Pasquale De Lise: magistrato e consigliere di Stato. Quel testo e allegati regolamenti hanno sancito definitivamente il passaggio di mano della materia delle opere pubbliche dai tecnici agli avvocati, con il relativo modus operandi: decine di variazioni, articoli lunghissimi con rimandi continui ad altre norme, pareri, interpretazioni discordanti, sentenze contrastanti, determinazioni dell’Autorità e supercazzole varie. La mole dei documenti normativi è raddoppiata nuovamente. Ecco perché oggi l’opera pubblica si può tranquillamente definire procedimento.

            Non serve a giustificare tale andamento con le maggiori richieste prestazionali e di sicurezza che si chiedono alle opere edilizie, sia in fase di esecuzione che successivamente. E’ come al solito una questione di interessi. Quando a capo del Paese non c’è più chi ha in mente un’idea di Paese, ma c’è solo chi intende tutelare gli affari di lobby o di qualcuno, ecco che si arriva ad una normativa babelica, formata da puzzle di interessi a volte contrapposti, aggiunti di volta in volta su un testo base, già complicato di suo.

            Oggi, dopo altri dieci anni, a seguito di alcune direttive europee, il mondo degli appalti dovrebbe cambiare di nuovo. Non perdiamo l’occasione di buttare via tutto quanto quello vissuto negli ultimi anni, per accogliere con poche correzioni quanto ci viene proposto: che l’Europa possa far affacciare dal deserto di Buzzati le opere arenate nel corso degli ultimi anni.

 

Paolo Felici

www.ediliziario.it

 

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