di Maria Pellegrini

 

Le riforme costituzionali proposte dal governo Renzi hanno suscitato un fortissimo dibattito nel nostro paese, la situazione si fa sempre più intricata e il livello della tensione sale. L’avvicinarsi del voto in Aula sull’Italicum dà luogo a preoccupazioni e timori e nelle ultime settimane il dibattito si è infiammato per le numerose contrapposizioni che accompagnano l’iter parlamentare: da quella tra i partiti di governo e di opposizione a quella altrettanto accesa tra maggioranza e minoranza del Partito democratico. In un articolo, intitolato UN ELETTORE SU DUE DICE NO ALL’ITALICUM, il noto sondaggista Nando Pagnoncelli scrive che sulla riforma del Senato: “quasi due italiani su tre (61%) plaudono alla riduzione dei senatori e alla fine del bicameralismo paritario ma vorrebbero che il Senato continuasse a essere eletto dai cittadini”. Alcuni firmatari di un Appello (contro le riforme costituzionali proposte dal governo) lanciato un anno fa da Libertà e Giustizia avevano evocato il rischio di “deriva autoritaria”, e in una recente intervista Rodotà vede con preoccupazione nel Presidente del Consiglio Renzi “un bisogno di affermare il proprio potere, insofferente non solo dei controlli, ma anche dei contributi”, e nelle sue dichiarazioni e nei comportamenti “un ossessivo bisogno di affermare una supremazia”. Tutto ciò mi ha portato a ricordare le numerose “derive autoritarie” che nella storia dei popoli si sono verificate e in particolare il passaggio, nella seconda metà del I secolo a. C., dalla Roma repubblicana alla Roma imperiale.

Spesso abbiamo guardato con vivo interesse i valori di libertà insiti nella tradizione dell’antica repubblica romana, ed è stata considerata una grave sciagura il successivo passare al regime imperiale quando i valori primari propri della romanità furono rovesciati e si attuò “una svolta autoritaria” con l’avvento al potere, prima di Giulio Cesare, poi di Ottaviano Augusto (questo l’appellativo attribuito a Ottaviano dal senato nel 27 a.C.). Acuta fu l’intelligenza di questo figlio adottivo di Cesare nel manovrare gli eventi, nel perseguire e portare a compimento i suoi grandi disegni politici con totale assenza di scrupoli.

Non è qui il caso di ripercorrere per esteso le tappe della marcia di Augusto verso il potere assoluto, ma partiamo dal 2 settembre del 31 a. C. quando sconfisse definitivamente Antonio nella battaglia navale di Azio, promontorio dell’Epiro. La guerra contro l’ex triumviro fu presentata da lui come la strenua difesa del primato di Roma contro il pericolo rappresentato dai costumi corrotti e dal dispotismo orientali impersonati da Antonio. La vittoria segnò la fine delle guerre civili, il tramonto della repubblica e l’assunzione del potere da parte di una sola persona, che da tale vittoria traeva l’autorità di imporre la propria volontà al mondo romano. Augusto divenne l’unico assoluto dominatore di Roma e fu acclamato come l’uomo che aveva, dopo tanti lutti, riportato la pace. Nelle “Res Gestae” (il racconto autobiografico delle sue imprese), passando in rassegna le sue azioni e i suoi meriti, egli si presenta come il difensore e il restauratore delle istituzioni della repubblica. In effetti, furono conservate le magistrature tradizionali, ma al tempo stesso egli assunse il pieno controllo dello Stato.

Tutti cedettero, o finsero di credere, che un governo forte nelle mani di una sola persona fosse la migliore garanzia per la stabilità. Il ritorno della pace dopo decenni di guerre civili fu lo scopo del nuovo regime, il suo prezzo fu la libertà: ricordiamo ancora le parole di Tacito nel Prologo delle “Historiae”:

“Dopo che si combatté presso Azio nell’interesse della pace ogni potere fu conferito a uno solo”.

Augusto fu tanto abile e prudente nell’imporre il nuovo ordinamento statale che il trapasso dalla repubblica all’impero avvenne senza scosse. La concezione augustea di “pax romana” e di “regime”, e cioè il senso dello Stato pacificatore come unità fortemente centralizzata attraverso le maglie di una efficiente rete burocratica, coincideva con gli interessi dei borghesi ricchi della città e della campagna, dei piccoli e medi proprietari ostili a ogni estremismo, bisognosi di ordine per amministrare o riorganizzare i propri beni dissestati dalle guerre civili; all'ideologia della pace e al regime augusteo aderirono con entusiasmo gli affaristi, i mercanti, i banchieri, i ceti più dinamici della società, interessati a un’espansione del mercato in un’ampia sfera governata con sufficiente uniformità di criteri, su strade sicure, rotte disinfestate dai pirati, in città fiorenti e pacifiche. Il nuovo sistema non avrebbe potuto reggersi se non fossero esistite le condizioni politiche idonee a renderlo accettabile.

Del resto più di un secolo dopo il grande storico Tacito commenterà:

“Dopo la morte di Antonio, Ottaviano, rimasto unico capo del partito di Cesare, deposto il titolo di triumviro, presentandosi come semplice console […] trasse dalla sua parte i militari con doni, il popolo con distribuzioni di derrate, e tutti gli altri con la dolcezza della pace. A poco a poco cominciò a innalzarsi, ad attribuirsi i poteri del senato, dei magistrati e delle leggi, senza che nessuno gli si opponesse, essendo caduti in guerra o nelle repressioni i suoi più fieri avversari, essendo tutti gli altri  notabili tanto più accresciuti di potenza e di onori quanto più inclini a servile obbedienza, e preferendo essi, resi potenti dal nuovo corso, la presente tranquillità ai rischi del passato”. (“Annales”, I, 2)

 

Augusto si trovò di fronte un compito immane: rimettere in ordine uno Stato ingrandito e sconquassato da quasi venti anni di guerre. Questo straordinario e determinatissimo giovane avventuriero della politica, assertore della necessità che tutto cambiasse, purché formalmente nulla apparisse cambiato nello Stato romano, pervaso da una profonda convinzione di agire nel supremo interesse del popolo romano, con un rapido percorso “ingannò”, e vinse perché quel popolo “voleva” essere ingannato: aspirava a una sospirata e durevole pace all’interno di un regime che tuttavia ristabilisse e facesse di nuovo risplendere la gloria di Roma e del suo vasto impero. Il problema che egli doveva risolvere consisteva nella trasformazione della sostanza dei rapporti istituzionali, lasciando intatta la forma repubblicana, che con le sue riforme scomparve per fare spazio al nuovo regime che Augusto qualificò in un editto come “optimus status”.

Uno dei primi provvedimenti fu la revisione del senato, necessaria per i troppi rimaneggiamenti che si erano avuti negli anni precedenti e per l’ormai troppo elevato numero dei suoi membri, giunti quasi al migliaio.

Al tempo della repubblica entrarono a far parte del senato solo coloro che avevano rivestito almeno una delle magistrature previste dal “cursus honorum”. Il potere senatoriale era comunque espressione del popolo, in quanto i magistrati erano appunto eletti nei comizi centuriati. Dopo l’istituzione della censura, al censore in carica era concessa la facoltà di aggiornare la lista dei senatori depennando i deceduti o gli indegni e aggiungendo i nominativi che ne avevano diritto scelti tra gli ex magistrati che ne fossero degni. Sembra che nel periodo repubblicano non fosse previsto il censo per accedere al senato, anche se la maggioranza dei senatori proveniva da famiglie agiate. Non è chiaro quando il censo fu introdotto, certo è che Cesare fu il primo a introdurlo.

Caratteristica saliente della repubblica era stata la preminenza del senato. Se Augusto voleva evitare una brusca rottura con il passato, doveva lasciare intatte, almeno formalmente, le prerogative del senato nei confronti del quale egli manifestò sempre grande rispetto. Provvide però a epurarlo da persone ritenute da lui indegne, lo ridusse a 600 membri, vi introdusse però persone da lui scelte. Dopo le successive epurazioni immise molti “equites” (ciò spiega la formula solenne e forse unica nella tradizione epigrafica latina, espressa nella conclusione delle “Res gestae”: il senato, l’ordine equestre e tutto il popolo romano mi chiamarono Padre della patria.” 35, 1). Stabilì che per esservi ammesso si dovesse avere il censo necessario, cioè un reddito di almeno 1.000.000 di sesterzi; ridusse il numero delle sedute obbligatorie a due ogni mese e creò un organo, il “Consilium Principis”, formato da un ristretto numero di senatori (da lui scelti) competenti in materia di problemi politici e giudiziari, ma totalmente dipendenti dalla sua volontà. Con libero arbitrio disponeva sull’intera composizione dello stesso “Consilium” includendo o estraniando i relativi membri non graditi.

Come leggiamo nelle “Res gestae” (34) egli presentò la propria affermazione come fondata non sulla “potestas”, cioè non su un potere ben definito giuridicamente, ma sulla “auctoritas”, ovvero sull’autorevolezza conseguita con i suoi meriti. Se il senato mantenne le sue prerogative, Augusto ebbe la posizione preminente di “Princeps”, vale a dire di “primus inter pares”. Di fatto il senato romano perse il controllo dello Stato.

Augusto però non volle mai fregiarsi di alcun titolo monarchico e rispettò le magistrature fondamentali della repubblica, ma le assunse tutte nella sua persona: il consolato, che esercitò per dieci anni consecutivi; il proconsolato “maius et infinitum”, che gli assicurava il governo di tutte le province per cui il comando delle truppe dislocate per lo più in province turbolente, era sotto il suo controllo; la “tribunicia potestas” che gli dava la facoltà di convocare il senato e di opporre il veto a qualunque legge o decisione di esso (essendo i tribuni sacrosanti cioè inviolabili, anch’egli era “intoccabile”); il pontificato massimo, che implicava il controllo di tutta la vita religiosa romana e dei suoi molteplici riti. Dal senato ebbe il titolo solenne di “pater patriae”. In tal modo egli finiva per avere ancora più potere di un monarca costituzionale e diveniva la fonte pseudo legale di una dittatura perpetua e assoluta, saldamente fondata sugli eserciti di cui egli aveva il comando supremo, l’“imperium”, da cui la denominazione “impero”.

 

Riflettere sugli eventi del passato, aiuta a riflettere sul presente. Forse mi si potrà rimproverare di aver associato, a sproposito, i problemi del nostro attuale momento politico con l’ascesa di Augusto e il suo potere assoluto e di “parva componere magnis”, avrebbero detto i latini, cioè di “paragonare le cose piccole alle grandi”, ma nella mia modesta dimensione quotidiana vedo il pericolo di una politica frastagliata, incapace di trovare un punto di unione, e l’affiorare di una deriva antidemocratica. Dunque ricordare un evento che ha condizionato tutta la storia futura di Roma dopo Augusto, anche se qualcuno si domanderà con un’espressione divenuta celebre “se è lecito paragonare le piccole cose alle grandi” (Virgilio faceva riferimento al lavoro delle api confrontandolo con quello dei Ciclopi), credo che riflettere sui pericoli di derive poco democratiche sia sempre “lecito” oltre che utile.

 

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