di Antonio Floridia

Le recenti pri­ma­rie in Ligu­ria e in Cam­pa­nia hanno pro­dotto tante pole­mi­che ma nes­suna vera rifles­sione su cosa sia dive­nuto, ora­mai, que­sto stru­mento. Tut­ta­via Renzi sem­bra essersi final­mente accorto che qual­cosa non va e ha lan­ciato un pro­clama: addio all’idea di un «par­tito ame­ri­cano», tor­niamo al par­tito "pesante", gli iscritti devono "con­tare". Vedremo se seguirà qual­cosa di con­creto; lo scet­ti­ci­smo è d’obbligo per­ché non si affronta un nodo cru­ciale: un’idea di par­tito non è mai solo un modello orga­niz­za­tivo, pre­sup­pone un’idea di demo­cra­zia. L’ideologia populistico-decisionista che accom­pa­gna la "nar­ra­zione" ren­ziana mal si con­ci­lia con l’idea di un par­tito che sia vero luogo di discus­sione e par­te­ci­pa­zione e che sia defi­nito, innanzi tutto, da una chiara iden­tità politico-culturale.

È tipico del pro­vin­cia­li­smo ita­lico pen­sare al modello ame­ri­cano come a un par­tito leg­gero, privo di un pro­filo ideo­lo­gico: a tal pro­po­sito, si potrebbe con­si­gliare la let­tura di un libro da poco uscito in Usa (Rus­sell Mui­rhead, The Pro­mise of Party in a Pola­ri­zed Age, 2014). Un testo che — insieme ad un altro bel libro, quello di Nancy L. Rosen­blum, On the Side of Angels. An Appre­cia­tion of Party and Par­ti­san­ship, 2008 — ci offre l’appassionata ripro­po­si­zione di una teo­ria nor­ma­tiva dei par­titi e di un’etica della par­ti­san­ship. E che ci ricorda un dato: da oltre un ven­ten­nio è in atto una pola­riz­za­zione ideo­lo­gica, ali­men­tata soprat­tutto dall’ala con­ser­va­trice dei Repub­bli­cani, a cui i Demo­cra­tici hanno sten­tato a rea­gire e a cui non si son potuti sot­trarre.

Sen­tirsi demo­cra­tico o repub­bli­cano, negli Usa (come lo era, nell’Italia della "prima Repub­blica", dirsi demo­cri­stiano o comu­ni­sta) con­ti­nua ad essere il punto di con­den­sa­zione di una serie di valori, prin­cipi, con­vin­zioni eti­che e morali (più o meno con­sa­pe­voli, rifles­sive o coe­renti) attra­verso cui un indi­vi­duo agi­sce e inte­ra­gi­sce come attore di una comu­nità politica.

È vero che esi­stono elet­tori non alli­neati o che si dichia­rano indi­pen­denti; ma que­sti sono soprat­tutto elet­tori poco infor­mati, poco coin­volti, pro­pensi all’astensione. Non sono que­sti elet­tori a deter­mi­nare il clima d’opinione che si crea nella sfera pub­blica e che pesa poi sulle deci­sioni poli­ti­che. Essere demo­cra­tico, negli Usa, implica una memo­ria sto­rica e un’identità di cul­tura poli­tica: signi­fica sen­tirsi legati alla sta­gione del New Deal e a quella della lotta per i diritti civili; sen­tirsi repub­bli­cano, a sua volta, signi­fica anco­rarsi ad alcuni pila­stri della tra­di­zione ame­ri­cana, al pro­filo ideo­lo­gico for­giato dalla sta­gione di Rea­gan (a par­tire dalla cele­bre affer­ma­zione: govern­ment is not the solu­tion to our pro­blem. Govern­ment is the pro­blem).

Ebbene, qual­cuno è in grado di spie­garci cosa vuol dire, oggi, in Ita­lia, sen­tirsi "demo­cra­tico"? quale è il pro­filo ideale, la filo­so­fia pub­blica che ispira il Pd (e che si riflette poi nelle sin­gole scelte pro­gram­ma­ti­che)? E quali sono, soprat­tutto, le ideo­lo­gie impli­cite che gui­dano, ad esem­pio, un atto di governo come il Jobs Act o le scelte di poli­tica istituzionale?

Que­sto tratto indi­stinto e mag­ma­tico (nel migliore dei casi) del pro­filo ideo­lo­gico del Pd trova il suo cor­ri­spet­tivo nelle for­mule orga­niz­za­tive. Si prenda la que­stione delle pri­ma­rie: è ancora cre­di­bile quella imma­gine a lungo accre­di­tata che pre­senta le pri­ma­rie come uno stru­mento di par­te­ci­pa­zione demo­cra­tica? O piut­to­sto, inscri­ven­dosi entro un sistema poli­tico del tutto destrut­tu­rato e sfa­ri­nato, e com­bi­nan­dosi con un Pd che ora­mai si con­fi­gura come un par­tito in fran­chi­sing, coa­li­zione insta­bile di poten­tati locali, le pri­ma­rie sono un fat­tore che sta peg­gio­rando la qua­lità della demo­cra­zia italiana?

C’è un’insopportabile dema­go­gia che accom­pa­gna i discorsi sulle pri­ma­rie: chiun­que si azzardi a pro­porre il tema di una qual­che rego­la­men­ta­zione di que­sto isti­tuto viene subito addi­tato al pub­blico ludi­brio come fau­tore di un’idea di par­tito vec­chia e chiusa. Nell’ubriacatura popu­li­sta che domina la scena pub­blica ita­liana, si esalta l’assenza di ogni e qual­siasi media­zione tra i lea­ders (nazio­nali e locali) e il cittadino-elettore: spa­ri­sce ogni idea di par­tito come asso­cia­zione volon­ta­ria di indi­vi­dui che con­di­vi­dono un insieme di prin­cipi e di valori e cer­cano di tra­durli in pro­grammi e in azione poli­tica. Il vizio d’origine si può tro­vare nella stessa for­mula che apre lo sta­tuto del Pd ("un par­tito di iscritti e di elet­tori"), ma quanto acca­duto suc­ces­si­va­mente ha solo peg­gio­rato il qua­dro.

Tra­sfor­ma­tosi defi­ni­ti­va­mente il Pd in un par­tito in cui domina una logica office-seeking (ovvero, quel che conta è solo la com­pe­ti­zione per la con­qui­sta delle cari­che pub­bli­che), le pri­ma­rie sono diven­tate l’unico stru­mento che regola il con­flitto interno, che solo in minima parte (in qual­che caso, nelle dina­mi­che par­la­men­tari, e molto timi­da­mente, come ricor­dava Pro­spero su que­ste pagine) si esprime intorno a qual­che opzione alter­na­tiva sul piano poli­tico e ideale. Per il resto è la guerra di tutti con­tro tutti: e non si va tanto per il sot­tile.

Que­sto modello di pri­ma­rie, (scri­te­riate e sre­go­late, più che "aperte"), con­tri­bui­scono a distrug­gere quel poco che ancora rimane che possa essere defi­nito pro­prio di una qual­che idea di par­tito. Le pri­ma­rie potreb­bero anche essere uno stru­mento demo­cra­tico, ma a con­di­zione che il sog­getto che le adotta abbia un qual­che con­fine orga­niz­za­tivo, ossia che a pro­porle e a pra­ti­carle sia un sog­getto iden­ti­fi­ca­bile come un attore uni­ta­rio che sce­glie deter­mi­nate regole per la sele­zione dei pro­pri can­di­dati, avendo alle spalle un qual­che col­lante ideale e politico.

Anche su que­sto punto, il libro di Mui­rhead è molto utile, offrendo un qua­dro aggior­nato del dibat­tito sulle pri­ma­rie, da sem­pre molto acceso negli Usa: rac­con­tan­doci, ad esem­pio, come anche alcune sen­tenze della Corte Suprema abbiano riba­dito il diritto, per un par­tito, di adot­tare una forma di pri­ma­rie che ne affermi il pro­filo auto­nomo come libera asso­cia­zione e sal­va­guardi il ruolo degli ade­renti. In par­ti­co­lare, rimane cru­ciale una sen­tenza con la quale la Corte ha dato ragione al par­tito demo­cra­tico cali­for­niano, lad­dove que­sti si era oppo­sto ad un’iniziativa legi­sla­tiva mirante ad isti­tuire, in modo vin­co­lante, le cosid­dette pri­ma­rie blan­ket, ovvero quella for­mula estrema di pri­ma­rie non­par­ti­san che annulla ogni pos­si­bile sele­zione e iden­ti­fi­ca­zione degli elettori.

In Ita­lia, si met­terà dav­vero mano al famoso "albo degli elet­tori"? Vedremo, ma c’è da dubi­tare degli effetti con­creti che potrebbe pro­durre que­sta misura, esi­gendo — per essere una cosa seria — una cura e una manu­ten­zione orga­niz­za­tiva, e una cer­tezza delle regole che l’attuale strut­tura del Pd è ben lungi dal poter garan­tire. Ma, soprat­tutto, rimane il nodo di fondo: in assenza di un par­tito che defi­ni­sca i pro­pri con­fini ideali e poli­tici — che dia un senso al suo essere parte con­tro altre parti — e avendo anzi a che fare ora­mai con un par­tito che è un con­fuso assem­blag­gio di feu­da­tari e di vas­salli, un par­tito cen­trale che funge da cala­mita per tutti i più dispa­rati gruppi di potere — essendo que­sto, ora­mai, il Pd — si può facil­mente pre­ve­dere che una discus­sione tutta e solo orga­niz­za­tiva lascerà il tempo che trova.

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