USA Cuba, il disgelo tra scetticismo e attese
di Leonardo Caponi
Havana, febbraio - Orsi a L'Avana? Come è possibile? Naturalmente non animali veri, ma quelli di cartapesta (o di materiale sintetico, non si capisce bene) multicolori e a grandezza naturale, disposti lungo tutto il perimetro della Piazza di San Francesco di Assisi, davanti all'omonima chiesa, nel cuore della capitale cubana, E' una delle tante iniziative ambientaliste, pacifiste e, come si diceva una volta, internazionaliste che si susseguono a ritmo praticamente incessante. Ogni orso rappresenta uno degli oltre 150 Stati aderenti alle Nazioni Unite ed e' stato progettato da un grande artista del Paese e finanziato dallo Stato nazionale o da una impresa o banca privata.
Chi venisse a L'Avana, dopo l'avvio del disgelo con gli Stati Uniti, convinto di trovare chissà quali cambiamenti, rimarrebbe deluso. La città appare uguale a se stessa, tra le arie struggenti del Malecon (il lungomare) e l'inquinamento crescente delle auto americane di un tempo; gli unici cambiamenti apprezzabili riguardano lavori e processi da tempo avviati che giungono a conclusione o trovano nuovo impulso. Vaste aree della "ciudad vieja", il centro storico di origine spagnola, classico ed esotico nello stesso tempo, sono state recuperate e restituite al loro antico fascino straordinario, con il contributo dell'Unesco, in quanto a suo tempo dichiarate patrimonio dell'umanità.
Continuano a proliferare, dopo le "aperture" di Raoul degli anni scorsi, tra le quali una modifica del regime di concessione dei prestiti bancari, negozi o attività che qui si chiamano "particular", cioè private, dove si fa, si aggiusta e si vende di tutto, dagli accendini, ai manifesti stilizzati, al caffè contenuto in vecchi thermos di latta grigia, alla frutta. L'esito di queste attività non sempre è positivo ed è cosi che, coloro che scelgono il "mercato", imparano a conoscerlo come delizia, ma anche come croce.
Trovare un cubano entusiasta o, più semplicemente, contento del disgelo con gli Usa non è un'impresa facile. Forse continua ancora a vivere il ricordo, pur se lontano, di quello che era l'assoggettamento dell'isola ai tempi della dittatura di Batista. Ma quello che a Cuba sembra prevalere è lo scetticismo circa la fine del "bloqueo" (l'embargo) e i tempi necessari, fatti prevalentemente di scelte e decisioni non tecniche, ma politiche. I margini discrezionali del Presidente Obama in questa materia sono limitati e il suo mandato volge al termine. Sono queste le considerazioni prevalenti, che hanno indotto il vecchio Fidel, a cui tutto si può rimproverare ma non quello di non avere fiuto politico e di non conoscere il suo popolo, ad affermare di condividere la politica del fratello ma che, dei nord americani, non ci si può fidare.
La ripresa di normali relazioni diplomatiche e quella che in Occidente viene definita un'apertura democratica del regime cubano, passano in secondo piano. A noi, si sente dire nelle strade dell'Avana, "interessa il commerciale", intendendo la fine del blocco e l'afflusso di risorse e capitali nell'isola (a cominciare dalla possibilità di aumento delle "rimesse" dei fuoriusciti) per migliorare la situazione economica. Una posizione molto realistica e, per cosi dire, materialista. Da questo punto di vista non c'è niente di più sbagliato dell'idea che gli americani siano attesi a Cuba nella veste idealizzata di "liberatori" da un regime oppressivo.
C'è naturalmente chi è disposto a giurare che la distensione Cuba Usa andrà avanti e avrà tempi brevissimi. Anche in questo caso prevale la materialità delle considerazioni. Entrambi i Paesi hanno un comune interesse in proposito. Innanzitutto i nord americani. Cuba, con i suoi11milioni di abitanti, non è per ora un grandissimo mercato, ma è una gran bella isola, può diventarlo ed è a due passi da casa. Gli Usa vedono con un certo disappunto che Cuba sta diventando fertile terreno per investimenti russi e cinesi (che approfittano anche delle aree di libero scambio recentemente create nell'isola) e loro rischiano di essere tagliati fuori. Per questo le resistenze dei fuoriusciti che vivono in Florida (molti dei quali come i loro coetanei cubani sono di seconda o terza generazione dalla Rivoluzione) sono tenute in considerazione minore rispetto a quella parte del sistema industriale e finanziario che vuole "entrare" a Cuba. Quest'ultima, per altro verso, ha bisogno come l'aria, specie dopo il tremendo periodo seguito al crollo dell'Unione Sovietica, di veder allentato un assedio economico e commerciale duro da sopportare.
Arriveranno dunque gli americani ed anche l'utopia del socialismo cubano, che fece sognare tutti i progressisti del mondo, sarà travolto? Questo è da vedere. Anche perchè a sentirli, i cubani di oggi vorrebbero e hanno ragione a puntarci, la botte piena e la moglie ubriaca. Cioè i soldi degli yankies, salvando la loro socialità. Per questo la partita è destinata a rimanere, probabilmente, aperta. (continua)
Leonardo Caponi




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