L'ufficiale giudiziario e gli sfrattati
L'Italia povera e quella impoverita vista con gli occhi di qualcuno che, per mestiere, entra nelle case di chi non può pagare e che fruga nelle vite dei più miseri per liberare gli immobili dove abitano e restituirli ai legittimi proprietari. Un ufficiale giudiziario della Corte d'Appello di Milano, Giuseppe Marotta, firma Sfrattati, un libro scritto con il talento del racconto e la sensibilità forte di chi per anni ha dovuto mediare tra i diritti di coloro che, legittimamente, ricorrono alla giustizia per difendere ciò che è loro e quelli di chi non ha niente e implora o perfino minaccia pur di non finire in strada.
La crisi ha gonfiato a dismisura il popolo degli sfrattati e, se prima nella schiera dei morosi, oltre ai soliti furbi, si contavano più che altro i recidivi, adesso il fenomeno riguarda anche persone fino a ieri inquilini modello e che, perso il lavoro, non riescono più a onorare gli impegni. Donne e uomini che, ormai disoccupati, rischiano di non avere più neanche un tetto per proteggere i propri figli e se stessi.
Case popolari, abusivi, appartamenti fatiscenti, piccoli proprietari infuriati, inquilini disperati fino a tentare il suicidio. "Entro nella vita delle persone per farle uscire di casa. Questo è il mio lavoro" avverte Giuseppe Marotta in copertina. E Sfrattati è la cronaca puntuale di un folla di vittime e di pochi carnefici (spesso anche i piccoli proprietari sono stretti nella morsa della necessità), mentre l'unica soluzione possibile, quella che siano le istituzioni a garantire davvero una casa per tutti, resta un miraggio.
Un racconto commovente che descrive una realtà di cui si parla solo quando, nella cornice delle case popolari, esplodono scontri e proteste di massa, ma che invece è ben più diffusa e frammentata e che, in poco tempo, è lievitata a dismisura. Uno spaccato metropolitano (Marotta lavora a Milano, ma Roma, Napoli, Torino e altre città non sono certo da meno) dal quale non ci si può chiamare fuori; uno stato d'indigenza che accende la guerra tra poveri e il razzismo spicciolo tra extracomunitari e italiani. Marotta non si risparmia né risparmia nessuno. Sfrattati è una cronaca , il diario di un ufficiale giudiziario che, avendo l'autorità di sgombrare le case, cerca invece di muoversi secondo la legge senza accanimento, consapevole della disperazione in cui si muove.
C'è un'Italia nascosta, di cui pochi parlano, quella povera e quella impoverita. La può raccontare in poche righe?
È l'Italia di chi in questi ultimi anni di crisi si è dovuto confrontare con la chiusura della fabbrica in cui ha lavorato per anni; ha dovuto fare i conti con il calo degli affari del piccolo negozio che aveva avviato magari ipotecando il proprio bilocale e che ora è costretto a chiudere per evitare il rischio di perdere la casa all'asta. È l'Italia di chi, avendo perso il posto di lavoro, ha visto poi andare in frantumi il proprio matrimonio e si è dovuto separare, abbandonare la casa coniugale e adattarsi in un monolocale triste e fatiscente. È l'Italia dei cassaintegrati avviliti, dei disoccupati depressi, dei cinquantenni licenziati che mi aprono a malincuore quando mi presento per eseguire un pignoramento o per notificargli lo sfratto imminente. Molti affrontano questo dramma, essere sfrattati o subire un pignoramento, con una grande dignità; altri invece non si ritrovano in questa veste, allora si disperano e ti minacciano oppure si deprimono: alcuni tentano il suicidio e purtroppo spesso ci riescono. Le statistiche parlano chiaro: ogni tre giorni qualcuno si suicida a causa dello sfratto o perché ha perso il posto di lavoro.
Come è cambiato, con la crisi, il popolo degli sfrattati?
Prima che iniziasse questa crisi, fino al 2006-2007 la tipologia delle persone sottoposte a sfratto era ben diversa: era gente più scafata, abituata a infischiarsene se gli pignoravi qualcosa o se minacciavi lo sfratto. Oggi invece mi confronto sempre più spesso con persone che fino a qualche anno fa onoravano i propri debiti senza troppe difficoltà, pagavano il canone di locazione e non erano certo abituati a ritrovarsi l'ufficiale giudiziario che bussava alla loro porta. Prima che iniziasse questa crisi era molto più difficile trovare qualcuno che mi rispondesse al citofono durante le ore di lavoro: oggi invece sono rinchiusi tutti dentro casa come se si vergognassero ad uscire nelle ore in cui di solito si era altrove, a guadagnarsi il pane. È anche questo un segnale evidente della crisi: trovare a casa uomini in orari insoliti. E così mi raccontano di quella fabbrica della zona, che conosco bene, che ha chiuso i battenti e li ha lasciati a casa, tutti. Qualcuno mi racconta che, prima di lasciare a casa lui, hanno licenziato sua moglie che lavorava nella stessa fabbrica: quel luogo in cui si erano innamorati, su cui avevano scommesso prima di metter su famiglia li ha traditi. E così accade che in una famiglia in cui prima entravano due redditi, oggi non ne entra neppure uno.
Da anni lei entra nella vita degli sfrattati, quale bilancio può fare del suo lavoro?
Entrare nelle case delle persone è un po' come violarne l'intimità e occorre entrarci in punta di piedi. Eseguire un pignoramento di beni o uno sfratto vuol dire porre in essere un'azione invasiva che senza dubbi lascia il segno. Vedersi aggirare per casa una persona autorizzata a frugare nei tuoi cassetti, ad aprire gli armadi, a svuotarti le tasche o che ti ordina di uscire dall'appartamento in cui hai vissuto per anni è spesso vissuto come un oltraggio, ma occorre procedere. In fondo mi occupo di ripristinare un diritto leso accertato da un giudice con una sentenza e tutte le mie azioni non sono arbitrarie, bensì sorrette da articoli del codice di procedura civile. Quando iniziai questa professione, una ventina di anni fa circa, credevo che gli articoli del codice fossero sufficienti e che non occorresse altro. Ma è stata vana illusione: questo lavoro non è solo un'arida applicazione della legge, con gli anni mi sono appellato sempre di più alla capacità di creare empatia con i soggetti che incontro, far sì che non si chiudano di fronte al dramma che li ha colpiti: essere sfrattati. Col tempo l'esperienza mi è venuta in soccorso e ha fatto sì che lo zelo dei miei primi anni di carriera lasciasse spazio sempre di più al tentativo di percorrere insieme con le famiglie sfrattate l'ultimo tragitto che li porta a uscire dall'appartamento senza troppi traumi: non è per nulla facile e spesso si fallisce. Occorrerebbe una copertura di assistenza sociale più solida, un coordinamento che consentisse un passaggio diretto dalla casa dalla quale si viene sfrattati ad una casa popolare al fine di evitare l'incertezza: spesso fino al giorno dello sfratto non si sa se le persone avranno o meno l'assegnazione di tale alloggio. Ed è questa incertezza che innesca il conflitto sociale, e negli anni questa emergenza non è mai rientrata. Eppure risolvere il problema casa sarebbe uno degli strumenti più efficaci per attenuare il conflitto sociale: la casa è un bene primario, come il diritto al cibo, alla salute, all'istruzione. In uno Stato civile lo sfratto non dovrebbe esistere se non nei confronti dei soliti furbi che pur potendo pagare il canone di locazione preferiscono spendere quei soldi altrove, perché giocano sulla lentezza della giustizia che li colpirà non prima di due anni. Ecco, risolvere il problema della casa avrebbe anche un effetto deflattivo sull'ammontare delle cause per morosità che ogni mattina affollano le aule dei tribunali.
Giuseppe Marotta
Sfrattati
Corbaccio
Pagg 250, euro 15




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