di Leonardo Caponi

E’ proprio vero che per farsi un’idea di grandi realtà, bastano spesso componenti più piccole o marginali. Per comprendere la politica di oggi, è sufficiente la figura tipo del candidato “vincente”. Che sia di “destra” o di “sinistra” alla fine non fa differenza, perché i candidati (come gli eletti), non tutti naturalmente ma quelli che “contano”, fanno ormai parte di una “specie” antropologica separata, essendo stemperate o annullate le differenze politico ideologiche e avendo in comune non più soltanto un linguaggio, come un po’ è sempre stato anche prima che esso degenerasse nel vituperato “politichese”, o un modo di apparire e di atteggiarsi, ma, questa è la novità, la “filosofia” o, per meglio dire, il “piglio” col quale affrontano la competizione che li attende.

In qualche caso, avendo a che fare con loro, si ha l’impressione di assistere ad uno sdoppiamento della personalità (fenomeno noto in psicologia, qualche volta ritenuto pericoloso in psichiatria), tanta è la diversità di parole e atteggiamenti che si apprezza, in uno stesso individuo, tra la “persona normale” e quella impegnata in politica. Mite e dialogante nella prima veste, deve apparire glaciale e spietato nella seconda.  

La “competizione” è la regina della scena. Il “successo” è uno dei fondamenti dei nostri tempi. Senza successo si conduce una vita scialba e forse non degna di essere vissuta. Chi lo cerca nell’impresa, chi nelle professioni, il candidato, logicamente, lo vuole nella politica. Per questo ci si “mette in gioco” o “la faccia”. E’ il modo di raccogliere una sfida senza vie di mezzo, con se stesso prima che con gli altri. Perché la vittoria è personale, spesso indipendente dall’idea che si vuol rappresentare. Qualcuno ci gioca una prospettiva di vita o di lavoro, a seconda che sia mosso da ambizioni di realizzazione personale, da più elementari esigenze di reddito o da entrambe. Per questo il candidato è  un “duro” o una dura, che non può avere esitazioni e incertezze: sicuro di se, ottimista e fiducioso, anzi certo, della vittoria.

Il candidato è un gladiatore nell’arena, un pugile nel ring. “Guardalo nella notte che viene. Quanto sangue ha nelle vene. Il capitano non tiene mai paura – dice una celebre vecchia canzone di Francesco De Gregori -; dritto sul cassero fuma la pipa…”. Potrebbe essere il ritratto di un candidato dei nostri tempi. Egli non ama i suoi colleghi di lista, anzi spesso li detesta e ne parla male perché sono i suoi principali avversari. In privato, in genere, disprezza anche il Partito che ambisce a rappresentare e l’ambiente istituzionale, che viene dipinto, specie a sinistra, come la degenerazione di quello di un tempo, oggi ridotto ad agglomerato di potentati o gruppi di interesse.

La personalizzazione della politica funziona così. Cambia i protagonisti e l’involucro che li contiene. Sono lontani i tempi nei quali la persona era subordinata all’”idea” ed espressione di essa; nei quali la candidatura non era una “scelta individuale”, ma “decisa dal partito”, cioè da una comunità con la quale si condivideva, insieme al programma politico, una visione della vita e del futuro. E’ divenuta oggi improponibile, forse inconcepibile, la pratica di una militanza svincolata dalla gestione del potere e dall’esercizio di un qualche incarico istituzionale.

Chi ha l’età e la memoria può ricordarsi, con un sorriso, non rari episodi del passato nei quali l’assunzione di un incarico pubblico veniva vissuta malvolentieri, perché ritenuto meno gratificante di un impegno di direzione politica. Romanticherie sui “bei tempi andati”? Forse. Ma allora nella vita politica c’era qualcosa che oggi è in via di estinzione: la passione. Alla fine della canzone di De Gregori il Capitano, risponde al mozzo: “Signor mozzo, io non vedo niente, c’è solo un po’ di nebbia che annuncia il sole; andiamo avanti tranquillamente”. Dietro, c’era l’iceberg che mandò a fondo tutto quanto.

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